William Joseph Lowe, poi Elie Perier
«Voi investigate le Scritture, perché pensate d’aver per mezzo di esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me.» Giovanni 5:39
«Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.» 2 Timoteo 3:16-17
«Ricevettero la Parola con ogni premura, esaminando ogni giorno le Scritture per vedere se le cose stavano così.» Atti 17:11
[...]
«Io porrò inimicizia fra te e la donna, e fra la tua progenie e la progenie di lei; questa progenie ti schiaccerà il capo e tu le ferirai il calcagno» Genesi 3:15
Chi è «la progenie del serpente» di cui si parla in Genesi 3:15?
La domanda riguarda solo la frase centrale del versetto, perché appena si parla di ciò che accadrà a Cristo, si parla del serpente stesso e non della sua «progenie». «Tu [il serpente] le ferirai il calcagno», quando si dice che la progenie della donna (Cristo) avrebbe schiacciato il capo del serpente.
Sta scritto che Caino, che era «dal maligno» ed uccise suo fratello (1 Giovanni 3:12). Un po’ prima, nello stesso capitolo, leggiamo che il Figlio di Dio è stato manifestato per distruggere le opere del diavolo, e per mettere in piena luce la distinzione tra le due famiglie, quella di Dio e quella di Satana (1 Giovanni 3:8). Inoltre, il Signore Gesù, parlando ai farisei che non volevano né credere in Lui, né nel Suo insegnamento, dice che avevano per padre il diavolo, e cercavano di compiere le sue cupidigie, cioè la menzogna e l’omicidio. Invano i farisei pretendevano di essere la posterità di Abraamo, Gesù rispose loro che se fosse stato così, avrebbero fatto le opere di Abraamo (Giovanni 8:39-44).
È dunque evidente che per progenie del serpente, bisogna intendere coloro che lo ascoltano e che seguono le sue vie, frutto dell’inimicizia implacabile contro Dio. Il serpente, per raggiungere i suoi scopi, aveva cercato di stabilire un’intesa tra lui e la donna, facendo di lei una complice, puntando sulla sua inesperienza: voleva disonorare Dio per mezzo del capolavoro della Sua creazione. Ma Dio ha voluto mettere inimicizia tra lui e la donna, ed anche tra le loro rispettive «progenie». Le due famiglie esistono in questo mondo, ovunque la verità trova un terreno favorevole. Il mondo intero «giace sotto il potere del maligno» (1 Giovanni 5:19); ha odiato Gesù, l’ha rifiutato e l’ha crocifisso. Cristo ed i Suoi non sono del mondo; perciò dice il Signore: «il mondo vi odia» (Giovanni 15:19; 17:16).
Il mondo ama ciò che è suo, ma Gesù è venuto perché noi siamo liberati dal potere delle tenebre e trasportati nel Suo regno (Colossesi 1:13).
Dimostriamo dunque con il nostro modo di vivere che apparteniamo a LUI!
«Melchisedec, re di Salem, fece portare del pane e del vino. Egli era sacerdote del Dio altissimo. Egli benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio altissimo, padrone dei cieli e della terra! Benedetto sia il Dio altissimo, che t’ha dato in mano i tuoi nemici!» E Abramo gli diede la decima di ogni cosa.» Genesi 14:18-21
«È senza padre, senza madre, senza genealogia, senza inizio di giorni né fin di vita, simile quindi al Figlio di Dio. Questo Melchisedec rimane sacerdote in eterno.» Ebrei 7:3
Dobbiamo considerare Melchisedec, che va incontro ad Abraamo, come un’apparizione del Signore Gesù, o solo come una figura o un tipo di Cristo?
Tutto il capitolo 7 dell’epistola agli Ebrei, messo in rapporto con la citazione del Salmo 110, mostra che il racconto contenuto nel capitolo 14 del libro della Genesi fa riferimento ad una persona che viveva sulla terra ai tempi di Abraamo. Basterebbe una sola affermazione per stabilire il carattere eccezionale di quei tempi: il fatto che tre o quattro dei discendenti diretti di Noè vivevano ancora. Eber è addirittura sopravvissuto ad Abraamo. Tuttavia, per interessanti che possano essere questi dettagli, non soffermiamoci. Lo Spirito Santo, nell’epistola agli Ebrei, si serve non di alcuni fatti certi riguardo al re di Salem, ma del racconto ispirato, che presenta un tipo tra i più notevoli di Colui che doveva venire. Sta scritto che Melchisedec che fu «simile quindi al Figlio di Dio» (Ebrei 7:3). Ora, l’espressione «simile» si adatta con evidenza al racconto di Mosè. Dio ha dato, per mezzo dello Spirito Santo, le parole precise con cui voleva che fosse descritto l’incontro con Abraamo. Queste parole forniscono dunque la spiegazione del passo dei Salmi: «Tu sei Sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec» (Salmo 110:4).
L’autore dell’epistola non evade, né cerca altrove, attingendo alla tradizione o altro, per completare la corta storia di quest’uomo straordinario. Tutto ciò che conosciamo di lui è contenuto in tre versetti della Genesi; ma è sufficiente per presentare chiaramente cosa significa l’attuale sacerdozio di Cristo. Anzi, vanno ben oltre, perché ci indicano ciò che sarà questo sacerdozio, quando il Suo regno sarà stabilito in gloria sulla terra.
Ma per noi, la verità importante è che Gesù, seduto alla destra della maestà nell’alto dei cieli, è fin d’ora il nostro Sommo Sacerdote. Colui che ha detto: «Siedi alla mia destra» (Salmo 110:1) ha detto anche: «Tu sei Sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedec» (Salmo 110:4).
La spiegazione data nel capitolo 7 dell’epistola agli Ebrei ci fa capire, sotto molti aspetti, sia l’importanza del racconto ispirato della Genesi, sia il carattere del sacerdozio valido ancor oggi per noi, lungo tutto il nostro cammino terrestre.
«Poi l’ho interrogata e le ho detto: "Di chi sei figlia?" Lei ha risposto: "Son figlia di Betuel, il figlio che Milca partorì a Naor". Allora io le ho messo l’anello al naso e i braccialetti ai polsi.» Genesi 24:47
Cosa rappresentano l’anello al naso e i braccialetti ai polsi di Rebecca?
L’anello al naso e i braccialetti ai polsi facevano parte, e lo fanno ancora, degli ornamenti delle donne orientali. Bisogna notare che erano soprattutto le donne sposate che li portavano. Il servo di Abraamo, donandoli a Rebecca, mostrava che la considerava la fidanzata di Isacco. Egli l’ornava in anticipo con i doni del suo sposo.
Isacco, nell’Antico Testamento, è una figura di Cristo dopo la Sua risurrezione. Di conseguenza, Rebecca sarebbe un tipo della Chiesa, che lo Spirito Santo, rappresentato dal servo, forma ed orna dei doni celesti, conducendola attraverso il deserto fino ad incontrare il suo sposo.
Gli ornamenti dati a Rebecca rappresentano dunque le grazie, le benedizioni di cui la Chiesa gode come caparra di ciò che possiederà con Cristo, quando erediterà tutte le cose.
Possiamo dire che l’anello che brilla sul viso di Rebecca è la figura della testimonianza che la Chiesa, come fidanzata di Cristo, deve rendere al suo Signore. [L’anello al naso è segno di schiavitù, o comunque di appartenenza ad un’altra persona.] Il dovere di ogni cristiano è di riconoscere davanti al mondo che appartiene a Cristo, e deve annunciare le Sue virtù.
I braccialetti ai polsi fanno pensare alla devozione, in «tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze» (Ecclesiaste 9:10) Tutto il servizio della Chiesa è per Cristo, perché viene direttamente da Lui. Egli stesso ha donato tutti i suoi doni: «Ma a ciascuno di noi la grazia è stata data secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: "Salito in alto, egli ha portato con sé dei prigionieri e ha fatto dei doni agli uomini"... È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo, fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo» (Efesini 4:7-13)
Ma non dobbiamo insistere troppo sui dettagli; dobbiamo essere sobri in ogni cosa. Ricordiamo solo il significato generale dei doni fatti dal servo a Rebecca.
«L’angelo dell’Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco, in mezzo a un pruno. Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme, ma non si consumava. Mosè disse: Ora voglio andare da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma! L’Eterno vide che egli si era mosso per andare a vedere. Allora Dio lo chiamò di mezzo al pruno e disse: Mosè! Mosè! Ed egli rispose: Eccomi. Dio disse: Non ti avvicinare qua; togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro.» Esodo 3:2-5
Che insegnamento possiamo trarre dalla visione che Mosè ebbe ad Oreb?
Le circostanze speciali in cui Mosè si trovava ed il servizio a cui Dio l’aveva destinato ci aiutano a comprendere un po’ i pensieri di Dio. Dio stava per mandarlo a liberare il popolo d’Israele dalla crudele schiavitù in cui gemeva in Egitto. L’Eterno non aveva dimenticato la temerarietà con cui Mosè era intervenuto per cercare di salvare uno dei suoi fratelli, quarant’anni prima, quando possedeva, dal punto di vista umano, tutti i vantaggi possibile per rendere efficace il proprio intervento. Il favore che godeva alla corte del Faraone visto che era stato allevato dalla figlia il suo grande sapere, la sua forza fisica, la sua rettitudine, l’elevatezza del suo spirito, tutto indicava che poteva essere un uomo da cui ci si poteva aspettare grandi cose. Forse Mosè era cosciente delle proprie capacità e delle speciali attitudini che lo rendevano atto a diventare il liberatore.
Sicuramente la lealtà delle sue intenzioni lo mettevano al di sopra di ogni sospetto, anche se i suoi fratelli non l’avevano capito. Dio tiene conto della sua devozione e della scelta che aveva fatto di identificarsi con i suoi fratelli oppressi, invece di attaccarsi alle grandezze della corte di Faraone.
Di lui sta scritto: «Per fede Mosè, fattosi grande, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio, che godere per breve tempo i piaceri del peccato» (Ebrei 11:24-25).
Ma Mosè dovette fare l’esperienza che solo il nome dell’Eterno vale più di tutte le pretese e di tutti i vantaggi umani. I suoi primi sforzi sfociarono solo in una fuga vergognosa e, per quarant’anni, dovette condurre la vita di un semplice pastore nei pascoli del Sinai, sconosciuto e dimenticato. Così poteva sembrare che tutti i vantaggi eccezionali che aveva posseduto non avrebbero mai dato il minimo frutto. Mosè aveva soprattutto bisogno di essere liberato da se stesso e di capire cosa significa confidarsi in Dio.
Quando infine venne il momento in cui Dio lo mandò in Egitto, non si trova più in lui il coraggio esplosivo della gioventù. Al contrario, pone un mucchio di difficoltà, al punto da chiedere che Dio si serva piuttosto di qualche altro strumento per compiere un’opera così grande. Ahimè! Dobbiamo ancora una volta notare che l’ubbidienza non ha un grande valore per i nostri deboli cuori quando non si mescola con l’energia della carne, che Dio non può sopportare. Mosè ha dovuto imparare la lezione e camminare nel sentiero tracciatogli da Dio.
Non è il braccio della carne, ma Dio stesso che deve compiere la liberazione del popolo d’Israele, e Mosè doveva essere in Egitto il messaggero di Dio presso il grande re. L’Eterno gli disse: «Ho visto, ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi oppressori; infatti conosco i suoi affanni. Sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani...» (Esodo 3:7-8)
Mosè doveva imparare ciò che si addiceva alla presenza di Dio, ed allo stesso tempo, quali dovevano essere i rapporti tra un Dio santo ed un popolo carico d’iniquità ribelle fin dal giorno in cui Mosè l’aveva conosciuto (Deuteronomio 9:6,7,24).
Imparò queste due cose nel pruno ardente, che non si consumava. Dio era presente, il Dio del padre di Mosè, il Dio dei suoi antenati con cui era stato stipulato un patto. Era la grazia che si manifestava in favore del popolo oppresso; ma Dio è un Dio di santità, ed in Sua presenza Mosè dovette togliersi i sandali, e nascondersi il viso. Dio era presente come un fuoco consumante, perché ha «gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male, e non può tollerare lo spettacolo dell’iniquità» (Abacuc 1:13); ma allo stesso tempo è anche un Dio Salvatore che, per niente indifferente alle afflizioni del suo popolo, vuole compiere in suo favore le promesse fatte ai padri.
Questa doppia lezione della grazia e della santità divine fu ormai per Mosè l’elemento stimolatore della sua vita ed anche la sua forza nei momenti drammatici che dovette superare in seguito. Che anche noi possiamo imparare la stessa lezione nel suo compimento perfetto, cioè nella croce del nostro Signore Gesù Cristo.
Qual è il significato dei due uccelli, del legno di cedro, dello scarlatto e dell’issopo, utilizzati nella purificazione del lebbroso (Levitico 14:3-7, 49-53)?
La lebbra, come tipo, rappresenta l’attività della nostra natura decaduta che manifesta un uomo peccatore, davanti a Dio, ma anche in una certa misura agli occhi degli altri. Dio vede il cuore, gli uomini possono giudicare solo le azioni esteriori, frutto delle intenzioni del cuore. Il lebbroso doveva rimanere al di fuori del campo finché il sacerdote non constatava la sua guarigione.
La guarigione corrisponde al giudizio del peccato, che ci prepara ad essere rialzati e a godere della nostra relazione con Dio, che emana dall’opera perfetta del Salvatore. Ma è necessario che il giudizio di noi stessi sia profondo e molto sentito, che l’anima sia convinta del valore del sangue di Cristo, che è l’unico in grado di purificare da ogni peccato. Questo è rappresentato dall’uccello vivo immerso nel sangue dell’altro uccello messo a morte. I due uccelli presi insieme indicano la morte e la risurrezione di Cristo. L’acqua di fonte fa pensare all’energia dello Spirito Santo secondo cui Cristo si è presentato a Dio come sacrificio per il peccato «il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì sé stesso puro di ogni colpa a Dio» (Ebrei 9:14).
Il cedro e l’issopo sono ciò che esiste di più grande e di più piccolo nella creazione, considerati come una cosa che attira gli sguardi o l’ammirazione: «Parlò degli alberi, dal cedro del Libano all’issopo che spunta dalla muraglia» (1 Re 4:33).
Lo scarlatto, utilizzato sovente come segno della regalità, fa pensare alla gloria dell’uomo. Tutto ciò che serve a elevare il cuore del peccatore e a distoglierlo dalla vera umiltà e dal pentimento secondo Dio, deve essere giudicato contemporaneamente immerso nel sangue versato per la purificazione del peccato e poi lo deve aspergere.
«In quel tempo l’Eterno separò la tribù di Levi per portare l’arca del patto dell’Eterno, per stare davanti all’Eterno, per servirlo e per dare la benedizione nel nome di lui, come ha fatto fino a questo giorno.» Deuteronomio 10:8
Che significato ha l’espressione: «L’arca del patto dell’Eterno»?
Nel capitolo 10 del Deuteronomio, versetti 1, 2 e 5, Mosè mostra al popolo d’Israele che l’arca doveva servire per contenere e proteggere le due tavole di pietra, «le tavole del patto che l’Eterno aveva stipulato con voi» (9:9).
Troviamo l’espressione per la prima volta nel momento in cui i figli d’Israele si mettono in marcia per lasciare il monte Sinai (Numeri 10:33) e in cui inizia la storia del loro viaggio nel deserto per andare nel paese di Canaan.
Prima di quel momento, l’espressione abituale era «arca della testimonianza». Ma la parola «testimonianza» fa riferimento anche alle due tavole di pietra su cui erano scritti i dieci comandamenti. Potete leggere Esodo 31:18; 32:15; 34:29; e potete paragonare con Esodo 25:16, 21, 22, e 40:20.
C’è un solo esempio memorabile dell’uso del termine «arca della testimonianza» dopo il capitolo 10 dei Numeri. È in Giosuè 4:16, quando i sacerdoti la trasportarono al di là del Giordano. Ma dopo questo caso sporadico, troviamo regolarmente l’espressione «arca del patto dell’Eterno», o altre espressioni analoghe.
La parola «testimonianza» è riferita a Dio e al Suo intento nel riguardo dell’uomo quando gli donò la Legge; la parola «patto» è invece riferita alla responsabilità del popolo, responsabilità che aveva pienamente accettata: «Tutto il popolo rispose a una voce e disse: "Noi faremo tutte le cose che l’Eterno ha dette".» (Esodo 24:3)
E noi, che responsabilità abbiamo nel patto che abbiamo stipulato con Gesù Cristo e che abbiamo pienamente accettato? «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi.» (Luca 22:20)
«Alla fine di ogni settennio celebrerete l’anno di remissione.» Deuteronomio 15:1
Come si deve intendere la remissione del settimo anno?
Tutto il capitolo 15 del Deuteronomio sembra essere uno sviluppo di un versetto dei Proverbi (19:17): «Chi ha pietà del povero presta all’Eterno, che gli contraccambierà l’opera buona.» Questo principio è consacrato dal Signore quando insiste sullo stato del cuore che richiede da tutti quelli che chiedono a Dio il perdono dei peccati: «Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori... Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.» (Matteo 6:12,14,15)
Si può trarre, dunque, la conclusione che il principio trasmesso dal capitolo 15 del Deuteronomio ha una grande portata morale. Inoltre, i dettagli forniti riguardo alla pratica di questa legge, ci aiutano molto a comprenderne l’applicazione, dimostrando la parte che ha la saggezza nell’esercizio della compassione. Dio voleva sicuramente rendere conforme ai Suoi pensieri la vita del popolo d’Israele, riguardo al sabato di riposo istituito fin dalla creazione, quando «Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono.» (Genesi 1:31)
Il sabato era per gli Israeliti non solo una garanzia da parte di Dio che li avrebbe introdotti e poi protetti nel buon paese che aveva preparato per loro, ma anche che voleva vederli godere della Sua comunione in tutti i dettagli della loro vita. Se godevano di questa grazia divina, dovevano a loro volta agire secondo questa grazia in tutti i rapporti reciproci. Ecco la ragione del settimo anno della «remissione».
Si proclamava «l’anno di remissione in onore dell’Eterno». L’abbondante benedizione dell’Eterno riposava allora sul Suo popolo, e ognuno doveva sforzarsi a far gioire tutti coloro, tra i fratelli, che gli erano debitori. Si potevano esigere i debiti dagli stranieri, ma non a coloro che appartenevano per nascita al popolo eletto. «Così, non vi sarà nessun povero in mezzo a voi» (v.4).
Il prestito fatto al povero doveva essere proporzionato al bisogno in cui si trovava (v.8). Vediamo qui la necessità di agire con cura e con saggezza affinché l’aiuto offerto fosse appropriato alle circostanze. Il prestito era fatto con il «pegno», affinché la coscienza del debitore fosse mantenuta all’erta riguardo alla sua responsabilità: «Se quell’uomo è povero, non ti coricherai avendo ancora il suo pegno. Non mancherai di restituirgli il pegno, al tramonto del sole, affinché egli possa dormire nel suo mantello e benedirti; questo ti sarà contato come un atto di giustizia agli occhi dell’Eterno tuo Dio.» (Deuteronomio 24:12-13)
Bisognava farsi dare un «pegno» anche se l’anno della remissione era vicino, malgrado il fatto che la remissione facesse diventare un dono il prestito fatto, di cui non si poteva più esigere il rimborso. Il «pegno» era necessario per non dimenticare l’importanza del pagare i propri debiti «Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri» (Romani 13:8).
«Dopo questo, Giosafat, re di Giuda, si associò con il re d’Israele Acazia, che si comportava da empio; e se lo associò, per costruire delle navi che andassero a Tarsis; e le costruirono a Esion-Gheber. Allora Eliezer, figlio di Dodava da Maresa, profetizzò contro Giosafat, dicendo: "Perché ti sei associato con Acazia, l’Eterno ha disperso le tue opere". E le navi furono sfasciate, e non poterono fare il viaggio di Tarsis.» 2 Cronache 20:35-37
Che cosa rappresentano le navi di Tarsis che costruirono a Esion-Gheber? E quale lezione ne dobbiamo trarre?
Consideriamo innanzitutto i fatti. «Le navi» sono in questo caso degli strumenti che servono per fare del commercio; «Esion-Gheber» era un porto, nel nord del braccio del Mar Rosso, dove esse venivano costruite e da dove partivano; Tarsis era la il luogo lontano dove andavano a cercare degli oggetti rari e preziosi (2 Cronache 9:21).
L’espressione «navi di Tarsis» sembra un’informazione tecnica, che indica delle imbarcazioni molto grandi, specifiche per i lunghi viaggi e capaci di portare dei carichi pesanti (vedere anche Isaia 2:16, Salmo 48:7, Ezechiele 27:25).
Tutto questo ci indica l’attività del mondo alla ricerca di ricchezze e di occasioni di divertimento.
I re d’Israele e Giosafat, il re di Giuda, si sono associati per un’impresa commerciale, proprio come aveva fatto tempo prima per la guerra contro i Siri. In questa occasione, il re Giosafat avrebbe pagato questa associazione con la propria vita, se Dio non avesse interposto la Sua mano protettrice.
Giosafat era un servo di Dio e Acazia un uomo che non serviva Dio e che agiva con malvagità. Associarsi a lui, significava per Giosafat, ricadere nello stesso peccato. Dio glielo aveva fatto capire con il messaggio del profeta; inoltre, lo punisce con la distruzione della sua flotta. Dio interrompe così, fin dall’inizio, l’esecuzione di un’impresa che non era per la Sua gloria e che sarebbe stata causa di confusione per Giosafat.
Giosafat ha capito la lezione; perché quando Acazia, figlio di Acab, gli propose di rinnovare l’impresa, Giosafat «non volle» (1 Re 22:50).
L’insegnamento che ne deriva è evidente. Il credente fedele non deve associarsi con il mondo: «Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo che non è per voi; infatti che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione tra la luce e le tenebre?... Perciò, uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò.» (2 Corinzi 6:14,17)
Che ogni credente possa cogliere la portata di questa esortazione!
È come Dio o come uomo che Cristo è stato abbandonato, quando sulla croce ha gridato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27:46; Salmo 22:1). Nel Salmo 22:6, Egli dice: «Ma io sono un verme e non un uomo».
È evidente, secondo le Scritture, che il Signore Gesù Cristo «spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso» (Filippesi 2:7-8; Ebrei 2:9). La morte è entrata nel mondo per mezzo di un uomo che ha peccato, e la risurrezione dei morti è stata introdotto da un uomo, Gesù Cristo, che è chiamato «il secondo uomo» (1 Corinzi 15:21, 47). Non si può risuscitare se non si è passati per la morte. Abbiamo dunque qui una testimonianza molto chiara, riguardo all’umanità di Cristo riguardo alla morte, e ve ne sono altri esempi in Romani 8:3.
Ma, d’altra parte, bisogna non perdere di vista la divinità del Signore. Era la Parola «fatta carne» che ha abitato un tempo tra noi e «la Parola era Dio» (1 Giovanni 1:1, 14). Diventando uomo, non ha eliminato la Sua divinità. «Prima che Abraamo fosse, io sono» Egli disse e i Giudei compresero molto bene che con queste parole Egli affermava la propria divinità nel modo più evidente, al punto che presero delle pietre per lapidarLo (pensavano avesse bestemmiato). Accadde la stessa cosa, quando disse: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 8:58,59; 10:30, 31, 33).
È impossibile separare in Cristo l’umanità e la divinità. Nella Sua natura, era Dio ed è anche diventato uomo quando entrò in questo mondo. Comprendiamo dunque che nella Sua morte, Egli possa essere visto sotto diversi aspetti, come vediamo nei quattro vangeli. Nei primi due, Matteo e Marco, ci viene mostrato «abbandonato» sulla croce. Perché lì si vuole evidenziare l’espiazione. In Matteo, Cristo è presentato come «figlio di Davide, figlio di Abraamo» (Matteo 1:1), di conseguenza viene considerata soprattutto la Sua umanità.
Ma in Marco, Egli è «il Figlio di Dio» (Marco 1:1), il perfetto servo di Dio, il Figlio amatissimo in cui trovava il piacere (v. 11). Troviamo dunque soprattutto la Sua divinità e troviamo dunque anche una risposta alla domanda.
Le Scritture sono ancora più esplicite su questo punto: Matteo e Marco, i due solo evangelisti che riferiscono le parole di Cristo: «Perché mi hai abbandonato?» sono anche i soli che danno la testimonianza del centurione riguardo alla morte di Gesù: «Veramente, costui era Figlio di Dio» (Matteo 27:51, Marco 15:39). Inoltre Marco sottolinea il fatto con quest’espressione: «Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!» evidenziando molto chiaramente che la morte del Signore era un atto deliberato, e non l’effetto dell’asservimento della nostra razza decaduta al peccato e alla morte. Il Signore aveva preso volontariamente su Lui i nostri peccati, perciò rese lo spirito al Padre di Sua volontà; lasciò la vita da solo (Marco 15:37-39; paragonare con Giovanni 10:17-18) «Gesù, emesso un gran grido, rese lo spirito.» Questo fatto colpì talmente il centurione da fargli dire «Quest’uomo era il Figlio di Dio!»
Infine non dimentichiamo che la redenzione ottenuta dal Signore era una «redenzione eterna», infinita nel suo valore. Era necessario un sacrificio all’altezza di questa redenzione, quello dell’Agnello di Dio, preconosciuto fin dalla fondazione del mondo (1 Pietro 1:18-20). Tramite il Suo sangue, il Figlio di Dio si è acquistato la Chiesa (Atti 20:28): così la vita e l’incorruttibilità hanno potuto essere messe in luce nel Vangelo (2 Timoteo 1:10).
L’espressione: «Ma io sono un verme e non un uomo» mostra il profondo grado di abbassamento a cui il Signore della gloria ha voluto sottoporsi.
«Il mio cuore, afflitto, inaridisce come l’erba, tanto che dimentico di mangiare il mio pane.» Salmo 102:4
A chi si applica questo versetto?
Nei primi undici versetti di questo salmo, ed anche al versetto 23 e nella prima metà del 24, abbiamo l’espressione toccante di un uomo colpito da un profondo dolore. Questa sofferenza non emana da un sentimento di peccato. È il dolore che deriva dall’abbandono, dalla solitudine morale, perché nessuno può compatire ai suoi mali. L’uomo che lo sta provando, nella sua umiliazione profonda, sa di essere perseguitato dall’odio implacabile dei suoi nemici, che approfittano di questo momento di abbassamento per oltraggiarlo. È l’angoscia di un uomo che si deve confrontare con l’ira e con l’indignazione di Dio (anche se non ha mai commesso peccato). È il dolore di un uomo che, dopo essere stato «sollevato» in alto e poi «gettato lontano» (v.10), viene costretto ad un profondo abbassamento, colpito, abbattuto a metà del suo percorso di vita.
Questo passo della Scrittura può essere applicato solo a Gesù Cristo, al Signore considerato dal punto di vista umano. Era venuto in mezzo ai Suoi per diventare il loro Messia, il Re, ma è stato rifiutato e disprezzato. In questo Salmo, come in Giovanni 12:27, il Signore Gesù anticipa le Sue sofferenze e la Sua morte: «Ora, l’animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest’ora.» (Giovanni 12:27)
«Nei giorni della sua carne, con alte grida e con lacrime egli offrì preghiere e suppliche a colui che poteva salvarlo dalla morte ed è stato esaudito per la sua pietà.» (Ebrei 5:7)
Questo Salmo è l’espressione divina dei pensieri e dei sentimenti di Cristo. Dicendo: «Non nascondermi il tuo volto nel giorno della mia sventura» (v.2), Egli vedeva in anticipo il doloroso momento in cui avrebbe gridato: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?»
Al momento di morire, il suo cuore era oppresso dal dolore; da nessuna parte veniva per lui un certo sollievo; era come l’erba che si secca a causa del sole bruciante, al punto da dimenticare i bisogni essenziale del suo corpo. Gesù visse questa realtà nella solitudine del Getsemani, quando condusse con Sé i Suoi amici, ma non trovò in loro alcuna consolazione. Vegliava, viveva l’angoscia del combattimento con il nemico e loro dormivano.
Presto sarebbero arrivati i suoi uccisori con i loro oltraggi, nell’attesa di subire l’indignazione e l’ira di Dio, nell’ultima umiliazione e nell’abbassamento della morte della croce. «Sollevato» (Egli era il Messia) e poi «gettato lontano» innalzato e poi umiliato. Solo a Cristo possono essere applicate tutte queste parole.
Un altro aspetto, che lo dimostra in modo toccante, ci è fornito dalla seconda parte del Salmo (v. 12-22). Nella Sua angoscia, nel Suo dolore, nel Suo abbandono, vediamo Cristo rivolgersi a Dio, nella fiducia di trovare sostegno nel Padre; Egli trovava la propria consolazione nella sicurezza immutabile delle promesse di Dio per il Suo popolo. Lui sarebbe stato abbandonato, colpito, rifiutato, pur essendo il Messia promesso: ma l’Eterno ne sarebbe stato glorificato, ristabilendo il suo popolo e Gerusalemme di fronte a tutte le nazioni. Abbiamo questo stesso pensiero in Giovanni 12:27,28: «Ora, l’animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome!» Gesù Cristo abbandona tutto, e dona Se stesso affinché il Padre sia glorificato.
Ma la terza parte del Salmo ci mostra in modo molto evidente che si tratta di Cristo (la seconda metà del versetto 24 fino alla fine). È la risposta gloriosa e ammirevole che Dio stesso fa e che l’epistola agli Ebrei (1:10-12) cita applicandola al Figlio, a Colui che si è abbassato ed è diventato un uomo per soffrire e morire. «Parlando del Figlio dice:... "Tu, Signore, nel principio hai fondato la terra e i cieli sono opera delle tue mani. Essi periranno, ma tu rimani; invecchieranno tutti come un vestito, e come un mantello li avvolgerai e saranno cambiati; ma tu rimani lo stesso, e i tuoi anni non avranno mai fine"». Egli è il Creatore dei cieli e della terra; è lo stesso ieri, oggi ed in eterno, che sussisterà anche quando i cieli e la terra passeranno. Lui, il Cristo rifiutato e disprezzato, è l’Eterno, il Creatore. Che contrasto meraviglioso e di una bellezza divina!
Vediamo così il colmo dell’umiliazione e dell’abbassamento come uomo, da un lato... e dall’altro la Sua grandezza come Dio immutabile!
«Io, la saggezza, sto con l’accorgimento e ho trovato la scienza della riflessione... A me appartiene il consiglio e il successo; io sono l’intelligenza, a me appartiene la forza.» Proverbi 8:12 e 14
A chi si applica il termine «la saggezza» e a chi è attribuita l’opera della creazione nel capitolo 8 dei Proverbi?
In tutto questo bel passo della Scrittura, «la saggezza» è riferita in modo evidente a Cristo che è «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Corinzi 1:24). È Lui l’Autore della creazione (Giovanni 1:1-3, vedere Proverbi 3:19; Geremia 10:12, 51:15).
«Io ero presso di lui come un artefice» (Proverbi 8:30). Notiamo anche la parola tradotta con il termine «artefice» che ha il significato di «operaio» o «artigiano».
Le parole a doppio significato sono frequenti nei libri poetici e danno una grande forza ai passi in cui si trovano. Vedete ad esempio quanto i due significati della parola in questione rispondano ammirevolmente ai termini «per mezzo di Lui» «in vista di Lui» di Colossesi 1:16: «In lui sono state create tutte le cose che sono nei cieli e sulla terra, le visibili e le invisibili: troni, signorie, principati, potenze; tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Colossesi 1:16).
Cristo, «la sapienza» o «la Parola» secondo Giovanni 1:1, era presso Dio fin dall’eternità, prima dell’inizio della creazione: «L’Eterno mi ebbe con sé al principio dei suoi atti, prima di fare alcuna delle sue opere più antiche. Fui stabilita fin dall’eternità, dal principio, prima che la terra fosse.» (Proverbi 8:22-23)
I versetti che seguono parlano dell’opera del secondo e del terzo giorno della creazione, quando Dio preparò la terra in vista degli uomini che dovevano abitarla; e in questi uomini Cristo trovava un anticipo delle sue gioie, Lui che rappresentava la gioia dell’Eterno.
Per noi è una grande gioia sapere queste cose!
«Infatti, la sorte dei figli degli uomini è la sorte delle bestie; agli uni e alle altre tocca la stessa sorte; come muore l’uno, così muore l’altra; hanno tutti un medesimo soffio, e l’uomo non ha superiorità di sorta sulla bestia; poiché tutto è vanità. Tutti vanno in un medesimo luogo; tutti vengono dalla polvere, e tutti ritornano alla polvere. Chi sa se il soffio dell’uomo sale in alto, e se il soffio della bestia scende in basso nella terra?» Ecclesiaste 3:19-21
Come bisogna capire il passo dell’Ecclesiaste che sembra abbassare l’uomo al livello della bestia?
Il libro dell’Ecclesiaste si occupa di ciò che esiste «sotto il sole», secondo l’espressione ripetuta molte volte nel testo. Il suo scopo era quello di scoprire, tramite l’osservazione e l’esperienza, in cosa consiste la felicità e come si può gioire sulla terra.
Il predicatore, che non è altro che il re Salomone, possedeva tutto ciò che era necessario per fare delle ricerche in questa direzione e per trarre le giuste conclusioni. Aveva moltissime occasioni per provare ogni cosa ed era la persona più dotata al mondo di intelligenza e di saggezza. Non dobbiamo aspettarci di trovare in questo libro una rivelazione divina riguardo allo stato dell’uomo e al suo destino; tuttavia la coscienza non è affatto ignorata, e neppure il fatto supremo che sempre esercita la coscienza che «Dio giudicherà il giusto e l’empio poiché c’è un tempo per il giudizio di qualsiasi azione e, nel luogo fissato, sarà giudicata ogni opera» (Ecclesiaste 3:17) e «Dio infatti farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male.» (Ecclesiaste 12:16). Con questa seconda dichiarazione termina il libro dell’Ecclesiaste.
La conclusione che caratterizza il libro dall’inizio alla fine è: «vanità delle vanità, tutto è vanità». Gli avvenimenti terrestri sono considerati solo dal punto di vista degli uomini e delle cose che essi ricercano, in particolare la felicità umana e terrestre. Con tutti i suoi sforzi e la sua perseveranza, l’uomo non riuscirà mai a raggiungere questo scopo; inoltre egli non riuscirà mai ad avere potere sul suo spirito, a condizionarlo e ad impedire che la morte avvenga quando è arrivato per lui il momento di morire. Non esiste una tregua in questa guerra: «Non c’è uomo che abbia potere sul vento per poterlo trattenere, o che abbia potere sul giorno della morte; non c’è congedo in tempo di guerra, e l’iniquità non può salvare chi la commette» (Ecclesiaste 8:8).
In presenza della morte, l’uomo, per intelligente che sia, ha potere quanto ce l’ha una qualsiasi bestia: «Il riscatto dell’anima sua è troppo alto, e il denaro sarà sempre insufficiente, perché essa viva in eterno ed eviti di veder la tomba. Infatti la vedrà: i sapienti muoiono; lo stolto e l’ignorante periscono tutti e lasciano ad altri le loro ricchezze. Pensano che le loro case dureranno per sempre e che le loro abitazioni siano eterne; perciò danno i loro nomi alle terre. Ma anche tenuto in grande onore, l’uomo non dura; egli è simile alle bestie che periscono» (Salmi 49:8-13). C’è una cosa triste da dire ma che non può essere taciuta, che l’uomo lasciato a se stesso, senza l’aiuto di una rivelazione divina, non sa cosa gli accadrà dopo la morte. Il sentimento della responsabilità o la coscienza gli conferma che tutto è finito, perché Dio condurrà tutto in giudizio; ma non riesce ad indovinare con la sua intelligenza quale sarà il suo futuro. Le elucubrazioni dei filosofi di tutti i tempi provano questa realtà.
Ma il predicatore non ha voluto, e non ha potuto, chiudere il suo libro senza dipingere un quadro splendido del deperimento del corpo umano; lo termina con queste parole: «...la polvere torna alla terra com’era prima, e lo spirito torna a Dio che l’ha dato» (12:9). Questa è una rivelazione dall’alto e siamo certi che è Dio ad avergliela ispirata: «L’Eterno Dio formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2:7). Ecco il segreto della differenza tra l’uomo e gli animali. Il soffio dell’alito vitale ricevuto da Dio non può essere annientato. L’uomo ha un’esistenza eterna ed è responsabile verso Dio, il suo Creatore.
Nelle Scritture, l’espressione «essere vivente» o «anima vivente» viene applicata talvolta anche agli animali (Genesi 1:20, 24, ecc...). Perciò non dobbiamo insistere sulla modificazione di significato di questa espressione o sulla sua applicazione. Per cogliere la differenza tra l’uomo e gli animali, non dobbiamo rimanere alle apparenze esteriori. Esse ci farebbero credere che lo stesso coltello che uccide un animale, toglie la vita ad un uomo allo stesso modo. Se ci fermiamo alle apparenze, limitando il nostro pensiero a ciò che appare «sotto il sole», arriveremo alla conclusione che l’uomo è solo una bestia.
Da soli, non possiamo dimostrare che lo spirito dell’uomo sale in alto o che lo Spirito dell’animale scende in basso nella terra: «Chi sa se il soffio dell’uomo sale in alto, e se il soffio della bestia scende in basso nella terra?» Ma la rivelazione divina ci insegna che gli animali sono diventati degli «esseri viventi» solo grazie alla Parola creatrice che li ha chiamati all’esistenza. Per loro non era necessario un ulteriore intervento divino, mentre l’uomo ha avuto bisogno che Dio gli soffiasse nelle narici un alito vitale. Dopo esser stato «formato» dalla polvere della terra è stato animato dal soffio di Dio. Questo spiega l’affermazione di Ecclesiaste 12:9 «...lo spirito torna a Dio che l’ha dato». Da questo soffio divino, ricevuto in Eden, dipende tutta l’esistenza eterna dell’uomo e la sua responsabilità.
«Ho visto tutto questo nei giorni della mia vanità. C’è un tale giusto che perisce per la sua giustizia, e c’è un tale empio che prolunga la sua vita con la sua malvagità.» Ecclesiaste 7:15
Il termine «giusto» indica un credente? Oppure un uomo con una giustizia propria, secondo Isaia 64:6: «tutta la nostra giustizia è come un abito sporco»?
Un’espressione che si ritrova 29 volte nei primi dieci capitoli dell’Ecclesiaste, e che dà uno stile singolare a tutto il libro è «sotto il sole». Questo libro descrive le esperienze dell’uomo in tutte le molteplici circostanze della vita umana. Queste esperienze sono raccontate con esattezza da un uomo a cui Dio aveva donato la saggezza per considerare ogni cosa secondo verità; sono riassunte con una parola che provoca la nostra angoscia: «tutto è vanità, un correre dietro al vento».
Il versetto 15 del capitolo 7, descrive una di queste esperienze pratiche. Il termine «giusto» è relativo: è un termine che si contrappone a «empio».
Alcuni versetti dopo, la parola viene utilizzata in un altro senso, in senso assoluto: da questo punto di vista, allora si deve considerare che non c’è neppure un giusto sulla terra, neppure uno che non pecchi: «Certo, non c’è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai» (Ecclesiaste 7:20).
Nel versetto 15, l’espressione «giusto» è relativa e può essere applicata ad ogni tipo di giustizia. Questa giustizia non ci garantisce la vita del corpo e i vantaggi temporali in un mondo in cui regna il peccato. Questa verità può ammettere qualsiasi applicazione pratica; è limitata in questo caso a ciò che si vede sotto il sole, cioè in questo mondo, mentre non si fa riferimento in alcun modo ad un altro mondo in cui regna la giustizia divina.
«È bene per l’uomo portare il giogo della sua giovinezza.» Lamentazioni 3:27
«Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.» Matteo 11:29-30
Nel versetto di Lamentazioni che differenza c’è con il «giogo» del versetto di Matteo?
I grandi principi delle vie di Dio per l’uomo che troviamo nell’Antico Testamento sono veri, qualunque sia la forma speciale della dispensazione in cui si vive. Invece di perdere valore nella dispensazione cristiana in cui ci troviamo, hanno una doppia applicazione: innanzitutto fanno comprendere come Dio agisce nel Suo governo; poi ci danno l’intelligenza riguardo alla via in cui l’Uomo divinamente perfetto ha camminato, cioè il nostro modello e Signore Gesù Cristo. Tutta la Parola di Dio fa riferimento a Lui (Luca 24:27, 44).
«È bene per l’uomo portare il giogo della sua giovinezza»: questo è il grande principio morale. La giovinezza è infatti il momento propizio destinato da Dio per imparare l’ubbidienza (confronta il libro dei Proverbi, soprattutto i capitoli 1 a 4, 8, 10:1, ecc...) Quante pene, quante esperienze penose sono evitate se si impara da giovani questa preziosa lezione! Se si è abituati al «giogo» in gioventù, le lezioni della vita diventeranno più facili da imparare e si diventerà più disponibili ad approfittarne.
Poi consideriamo nel vangelo di Luca la gloria morale di Colui che, con la saggezza dei dodici anni, stupiva i dottori nel tempio di Gerusalemme, ma era tuttavia «sottomesso» ai genitori (Luca 2:41-52). Contempliamo il «giogo» che Egli portava di buon grado l’Uomo che è venuto per fare la volontà di Dio, Colui che «essendo in forma di Dio» non sarebbe stato obbligato ad ubbidire, ma avendo «spogliato sé stesso prendendo la forma di servo», per trovarsi nella pienezza della Sua grazia verso di noi in un mondo di sofferenza e di miseria, ci insegna ad essere perfetti in ogni cosa sul sentiero dell’ubbidienza.
«Imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì»; ha sofferto quando fu tentato, perciò è in grado di aiutare quelli che sono tentati. Sul sentiero dell’ubbidienza il cristiano non è solo; vi trova, per la durata del suo cammino, la forza e l’incoraggiamento che dona la partecipazione di Gesù. Paolo desiderava conoscere Cristo, soffrendo con Lui nel suo cammino sulla terra (Filippesi 3). Anche noi dobbiamo imparare da Colui che è stato sempre mansueto e umile di cuore, portando il giogo nei dettagli giornalieri di una vita devota al Signore, Lui che era sottomesso in ogni cosa.
Anche noi potremo godere del riposo dell’anima che si ottiene quando si segue da vicino Colui che faceva sempre ciò che era gradito al Padre. Si possiede così una gioia celeste che inonda il cuore e che fa provare in pratica che il Suo giogo è dolce e leggero da portare.
«E di quei saggi alcuni cadranno per essere affinati, purificati, resi candidi fino al tempo della fine, perché questa non avverrà che al tempo stabilito.» Daniele 11:35
Perché Dio permette che dei «saggi» cadano?
Il passo dice che cadono «per essere affinati, purificati, resi candidi fino al tempo della fine». Si tratta di un momento nella storia del popolo ebraico in cui la potenza del male è tale che il culto abituale di questo popolo viene interrotto e che anche il luogo santo viene contaminato dalla presenza dell’abominazione (l’idolo)... «l’abominazione della desolazione» (Daniele 11:31). Questi fatti sono avvenuti al tempo di Antioco Epifane e si rinnoveranno «al tempo della fine» come mostra chiaramente il Signore in Matteo 24:10-15.
«Allora molti si svieranno, si tradiranno e si odieranno a vicenda. Molti falsi profeti sorgeranno e sedurranno molti. Poiché l’iniquità aumenterà, l’amore dei più si raffredderà. Ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato. E questo vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, affinché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; allora verrà la fine. Quando dunque vedrete l’abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo... »
Dio permette talvolta delle terribili prove di questo tipo per manifestare quelli che Gli appartengono. I fedeli vengono forzati a dichiararsi apertamente, malgrado la persecuzione suscitata contro di loro, persecuzione che può diventare impietosa al punto che i credenti sono considerati «pecore da macello» ed i loro nemici si beffano di loro, dicendo: «Dov’è il loro Dio?» (Salmo 42:2-5; Michea 7:1-10; Romani 8:35-37).
Vi sono dei momenti in cui l’anima non trova altro aiuto che in Dio, in cui tutte le circostanze esterne sono assolutamente contrarie ed il potere, in tutta evidenza, è nelle mani di Satana. Fu così nel momento della crocifissione del Signore ed accadde la stessa cosa durante le persecuzioni della Chiesa.
La ricompensa verrà più tardi; malgrado tutto ciò che gli uomini dicono o fanno, opponendosi alla verità, alla fine lei trionferà. «...in modo che chi si augurerà di essere benedetto nel paese, lo farà per il Dio di verità, e colui che giurerà nel paese, lo farà per il Dio di verità; perché le afflizioni di prima saranno dimenticate, saranno nascoste ai miei occhi» (Isaia 65:1-16). «Perché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo l’opera sua.» (Matteo 16:27). Allora si comprenderà, come fece Giobbe: «Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente. Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perché il Signore è pieno di compassione e misericordioso» (Giacomo 5:11).
«Ma per voi che avete timore del mio nome spunterà il sole della giustizia, la guarigione sarà nelle sue ali.» Malachia 4:2
«Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per attestarvi queste cose in seno alle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino.» Apocalisse 22:16
Qual è la differenza tra «il sole di giustizia» e «la stella del mattino», che sembrano essere raffigurazioni di Cristo?
È vero, Cristo è rappresentato con queste due immagini nel testo biblico.
La prima si trova nell’ultimo capitolo del profeta Malachia, che annuncia la seconda venuta del Signore in gloria e per il giudizio. Definiamo questa venuta come «seconda», anche se nell’Antico Testamento si parla di una venuta sola, perché il Messia è sempre presentato in modo personale e non si fa distinzione tra le due venute di Cristo.
Quando venne la prima volta, spiegò che questa prima venuta aveva lo scopo di salvare il mondo e non di giudicarlo; perciò disse: «Io non son venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo» (Giovanni 12:47). Inoltre, dopo aver parlato apertamente per la prima volta della Sua morte e della Sua risurrezione, ha detto chiaramente che il Figlio dell’uomo doveva venire una seconda volta nella gloria del Padre con gli angeli, e in quell’occasione avrebbe reso a ciascuno secondo l’opera sua (Matteo 16:21-27). A questa seconda venuta in gloria fa riferimento il passo di Malachia.
Il «sole di giustizia» brillerà e quelli che temono il Suo Nome si rallegreranno e troveranno la guarigione e la salvezza nelle Sue ali, mentre per i malvagi «il giorno» sarà come un fuoco (paragona con 1 Corinzi 3:13), e tutto ciò che non sopporterà la prova della santità di Dio sarà bruciato.
Come il sole, quando si alza il mattino, diffonde ovunque i suoi raggi benefici, la sua luce ed il suo calore, anche «la conoscenza dell’Eterno riempirà la terra, come le acque coprono il fondo del mare.» (Isaia 11:9 e Abacuc 2:14)
Queste profezie fanno riferimento al giorno in cui il Signore Gesù Cristo verrà nella gloria e stabilirà il Suo regno di giustizia sulla terra. Se leggiamo Apocalisse 20:6, sappiamo che questo regno durerà mille anni: «Beato e santo è colui che partecipa alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la morte seconda, ma saranno sacerdoti di Dio e di Cristo e regneranno con lui quei mille anni» (Apocalisse 20:6).
Nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse, il Signore si sta rivolgendo a quelli che Lo conoscono attualmente, cioè «in seno alle chiese» cristiane. Egli presenta la Sua seconda venuta come molto vicina ed utilizza la nuova figura della «lucente stella del mattino».
«Ecco, sto per venire e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere.» (Apocalisse 22:12) Lo Spirito e la Sposa del Signore comprendono questa espressione e rispondono immediatamente: «Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni.» (Apocalisse 22:17)
La stella del mattino si mostra ai nostri occhi prima che spunti il sole; sovente è visibile molto tempo prima che il chiarore dell’aurora abbia cominciato a spuntare ad oriente. La sua luce pura, che brilla nel cielo, attira i pensieri verso l’alto. Essa è l’emblema:
Il mistero della Chiesa, nascosto nei tempi antichi, non viene mai presentato come una dottrina e non è neppure un argomento profetico presente nell’Antico Testamento. Lo si può solo intravedere in alcune immagini; la spiegazione del loro significato nascosto è stata svelata dallo Spirito Santo, quando è sceso quaggiù dopo la glorificazione del Signore Gesù e quando ha formato la Chiesa sulla terra.
Citiamo uno di questi tipi della Chiesa nell’Antico Testamento: Eva, la moglie di Adamo, viene spiegata spiritualmente in Efesini 5:31-32: «Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diverranno una carne sola. Questo mistero è grande; dico questo riguardo a Cristo e alla chiesa».
La rivelazione di questo mistero fu affidata all’apostolo Paolo: «Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo... A me, dico, che sono il minimo fra tutti i santi, è stata data questa grazia di annunziare agli stranieri le insondabili ricchezze di Cristo e di manifestare a tutti quale sia il piano seguito da Dio riguardo al mistero che è stato fin dalle più remote età nascosto in Dio» (Efesini 3:5-9).
La Chiesa formata da tutti i veri credenti vivificati dallo Spirito Santo è diventata il corpo del Signore è unita a Cristo come le membra del corpo, per cui è scomparsa ogni distinzione di nazionalità (Colossesi 3:11).
La vocazione del cristiano è celeste. La sua vita è ora nascosta con Cristo in Dio; quando Cristo sarà manifestato, allora anche noi saremo manifestati con Lui in gloria (Colossesi 3:1-4). Quando Gesù regnerà, anche noi regneremo. Questo dimostra che prima di manifestare la Sua gloria su tutta la terra come «sole di giustizia», Cristo verrà a cercare la Sua Chiesa e la farà entrare nella gloria che ha preparata (1 Tessalonicesi 4:15-18).
Nell’Antico Testamento, questo aspetto non era stato mai accennato nella profezia. Considerate invece Apocalisse 19:13, in cui si parla delle nozze dell’Agnello che sono celebrate prima che il Signore, come Parola di Dio, esca dal cielo per giudicare il mondo.
Che Dio, nella Sua bontà, attacchi sempre di più i nostri cuori alla persona di Cristo, affinché siamo guidati in ogni cosa dallo Spirito Santo per formare in noi degli affetti celesti; ci spinga a sacrificare ogni privilegio terrestre, a soffrire ora con Cristo, per aspettare e adorare nei nostri cuori «la lucente stella del mattino».
«Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori» (2 Pietro 1:19).
«Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini.» Matteo 5:13
«Il sale è buono; ma se il sale diventa insipido, con che gli darete sapore? Abbiate del sale in voi stessi e state in pace gli uni con gli altri.» Marco 9:50
Cosa rappresenta il sale in questi passi?
A livello generale, il «sale» presenta un contrasto con la corruzione. È un agente conservatore contro il deterioramento dei cibi, per il mantenimento efficace della loro purezza. Inoltre, possiede il «sapore» che rende i cibi gradevoli al gusto. «Si può forse mangiar ciò che è insipido, senza sale?» (Giobbe 6:6)
Così comprendiamo la ragione per cui, nelle direttive date da Dio per i sacrifici, il sale viene citato in rapporto al patto con Dio. Ogni offerta doveva essere «condita con sale»: «Condirai con sale ogni oblazione e non lascerai la tua oblazione priva di sale, segno del patto del tuo Dio. Su tutte le tue offerte metterai del sale» (Levitico 2:13). Questo ricordava al cuore del fedele israelita che i sacrifici non erano una semplice formalità a cui ogni uomo, puro o impuro, poteva partecipare. Dio, che sonda i cuori, vuole la verità nell’uomo interiore: «Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo» (Salmi 51:6). Dio richiede un cuore retto, onesto, la purezza delle intenzioni e degli affetti, in tutti quelli che si avvicinano a Lui in virtù di questo patto che non sarà mai violato da parte di Dio.
Il Signore, nel capitolo 9 di Marco, alla fine del passo solenne che pone davanti a noi l’alternativa tra «la vita» e i tormenti della geenna, fa allusione non solo alle ingiunzioni citate sopra riguardo ai sacrifici, ma anche al «sapore» del sale, citato anche nel vangelo di Luca al capitolo 14.
«Condirai con sale ogni oblazione»: il termine «oblazione» deve evidentemente essere compreso nel senso che l’apostolo dà alla parola «sacrificio» nell’epistola ai Romani (12:1; 15:16); in altre parole, è l’oblazione di un vero cristiano, che appartiene a Dio in virtù della grazia di cui è oggetto, e che deve essere mantenuto in uno stato di purezza che corrisponde alle sue relazioni con Dio.
Il credente deve dunque porre una grande attenzione a questa purezza; deve vegliare affinché nulla venga ad interrompere queste relazioni, sia a causa delle pressioni del cuore carnale, sia nei suoi rapporti con il prossimo. Il Signore ci esorta: «Abbiate del sale in voi stessi e state in pace gli uni con gli altri».
Se non si fa attenzione a mantenere e a conservare una coscienza sensibile e pura, il «sale» può «perdere il suo sapore». In questo caso, chi potrà agire in noi per ricuperare degli affetti corrotti e rovinati, o per renderci attenti quando abbiamo mancato ai nostri doveri? Lo Spirito Santo, per mezzo della Parola di Dio, fa sì che i nostri cuori siano occupati da Cristo: in questo modo saremo protetti grazie ad un giudizio costante di noi stessi, occupazione fondamentale per un cristiano che cammina in presenza di Dio.
Occorre una grande vigilanza; è necessario un grande coraggio per ubbidire; bisogna perseverare nella preghiera nell’attesa del ritorno di Cristo. «Ma voi, carissimi, edificando voi stessi nella vostra santissima fede, pregando mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, aspettando la misericordia del nostro Signore Gesù Cristo, a vita eterna.» (Giuda 20 e 21)
Nel passo di Matteo 5:13, il Signore dice che i cristiani sono «il sale della terra»: questo è un grande privilegio che risveglia gli affetti collocati da Dio nel credente e li esercita in favore di un mondo che «giace sotto il potere del maligno» (1 Giovanni 5:19).
Se la pazienza di Dio si esercita costantemente verso i peccatori in questo periodo della grazia, i cristiani devono comprendere la loro responsabilità di «pregare per tutti gli uomini», affinché Dio, nella Sua bontà, sospenda il giudizio finché tutti i peccatori si convertano (1 Timoteo 2:1-6).
Il Signore ha trovato un tesoro nel «campo» di questo mondo e l’ha nascosto; ma ci dice di aver comprato il campo a causa di questo tesoro: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo, che un uomo, dopo averlo trovato, nasconde; e per la gioia che ne ha, va e vende tutto quello che ha, e compra quel campo.»(Matteo 13:44).
È necessario che ognuno di noi sia convinto da questo pensiero e che il nostro comportamento nei confronti del mondo sia caratterizzato dalla grazia del Signore che è venuto per salvare e che, a questo scopo, ha donato la Sua vita. In questo senso i credenti sono il sale della terra, perché a causa di essi Dio ha pazienza verso la terra e non la distrugge per la sua corruzione. Questa è una ragione di più per il credente di vegliare affinché il sale non perda il suo sapore.
Nel capitolo 11 di Matteo, è un dubbio che Giovanni il Battista manifesta riguardo alla persona del Messia quando manda i suoi discepoli a Gesù per chiederGli se è Colui che deve venire?
Com’è possibile che il minore nel regno del cieli sia maggiore di Giovanni?
Non dobbiamo dimenticare la posizione in cui si trovava allora Giovanni il battista. La testimonianza pubblica che doveva dare al Messia era arrivata al termine a causa della sua prigionia. Sembrava abbandonato e dimenticato da Colui che aveva annunciato e che, tuttavia, mostrava la sua potenza divina con i miracoli di cui Giovanni sentiva parlare. Ma nel momento in cui la speranza dei fedeli, nutrita da tutte le profezie, sembrava sul punto di realizzarsi, Giovanni si accorge che invece di stabilire la gloria del regno e di far valere la Sua autorità in potenza sulla nazione, Gesù si limita a compiere delle opere di grazia in mezzo ai poveri della terra e lascia in prigione colui che era stato mandato in avanti come ambasciatore.
Nel momento di questa prova angosciosa per il suo cuore e per la sua fede, la domanda di Giovanni sembra naturale: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» (Matteo 11:3). C’era il dubbio e l’angoscia nel cuore di Giovanni. Ma notiamo come la vera fede è diversa nell’essenza dall’intelligenza umana: non ragiona, aspetta un chiarimento da Colui che è l’unico in grado di fornirlo. Giovanni sentiva che Gesù, e solo Gesù, poteva rispondere alla sua domanda, calmare la sua ansia e dissipare i suoi dubbi: dunque si rivolge a Lui. Se c’è cedimento e prova di infermità umana in colui era il «maggiore tra i nati da donna», c’è in lui anche una fede molto semplice nella Persona a cui manda i suoi discepoli.
Dio ha permesso questa domanda per mettere ogni cosa al posto giusto. Cristo che è la Parola di Dio, doveva testimoniare di Se stesso e dare testimonianza anche a Giovanni e non ricevere testimonianza da Giovanni; questo fece in presenza dei discepoli di Giovanni. Egli guariva tutte le malattie degli uomini e predicava il vangelo ai poveri: i discepoli di Giovanni dovevano portare al loro maestro questa testimonianza vera di ciò che Gesù era. E Giovanni doveva riceverla.
Giovanni viene posto sotto la responsabilità di ricevere questa testimonianza che metteva tutto Israele alla prova e che distingueva il residuo dalla nazione in generale: per questa ragione il Signore dà questa testimonianza a Giovanni. Rivolgendosi alla folla e ricordandole in che modo aveva ascoltato i discorsi di Giovanni, dimostra a che punto Israele era arrivato nelle vie di Dio. L’inizio del regno faceva la differenza tra ciò che precedeva e ciò che sarebbe seguito.
Nessuno è stato più vicino al Signore, e Gli ha reso una testimonianza così precisa e completa come Giovanni il battista. È stato separato dal male, per la potenza dello Spirito di Dio, e la sua separazione era tale da renderlo atto al compimento di una così importante missione in mezzo al popolo di Dio. Ma Giovanni non apparteneva al regno, perché questo regno non era ancora stato stabilito. Infatti, essere nella presenza di Cristo, nel Suo regno, godere dell’effetto dello stabilimento della Sua gloria, era sicuramente meglio che possedere l’ufficio di profeta testimone che annuncia questo regno che stava per arrivare.
Lo stabilimento della gloria del regno non è la fondazione della chiesa, ma il godimento dei diritti del re, come si manifesteranno un giorno nella gloria. Le basi di questo regno erano state poste, i cristiani appartengono a questo regno, ma in un modo assolutamente particolare ed eccezionale. Essi infatti sono resi partecipi del regno e della pazienza di Gesù Cristo, glorificato, ma nascosto in Dio. Essi condividono quaggiù la sorte del re «assente»; soffrono con Lui e un giorno regneranno con Lui nella gloria che deve venire (leggere attentamente Apocalisse 1:9; 2 Timoteo 2:12; Romani 8:17).
Come cristiani, noi ci troviamo in una posizione migliore rispetto a quella di Giovanni; ma trovarsi in questa posizione ed essere fedeli ad essa, sono due cose molto diverse: ricordiamoci di questo! Dobbiamo avere l’intelligenza spirituale dei nostri alti privilegi e delle sante responsabilità che ne emanano, per camminare alla gloria del Signore che ha donato Se stesso per riscattarci.
«Dai giorni di Giovanni il battista fino a ora, il regno dei cieli è preso a forza e i violenti se ne impadroniscono.» Matteo 11:12
Come capire questo versetto di Matteo 11:12?
Nel momento in cui il Signore Gesù, parlando alle folle, rendeva la Sua testimonianza a Giovanni, dicendo che «che fra i nati di donna non è sorto nessuno maggiore di Giovanni il battista», egli si trovava in una prigione da cui non sarebbe uscito vivo; e non passò molto tempo che il «re», di cui Giovanni aveva annunciato la venuta, fu anche lui messo a morte. Era così il compimento d’una profezia del Signore. Rispondendo ai Suoi discepoli che l’interrogavano riguardo alla profezia di Malachia (4:5), Gesù disse loro: «Certo, Elia deve venire e ristabilire ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto; così anche il Figlio dell’uomo deve soffrire da parte loro.» Allora i discepoli capirono che egli aveva parlato loro di Giovanni il battista, che era infatti il precursore del Signore (Matteo 17:11-13).
Gesù ha mostrato la grazia di far vedere per pochi istanti ai Suoi discepoli la gloria della Sua venuta futura «nel suo regno», ma il regno non era ancora stato stabilito e non poteva esserlo prima che Gesù non compisse l’opera di redenzione, morendo sulla croce.
Quando il Signore stava per entrare a Gerusalemme, pochi giorni prima della Sua morte, la folla che l’accompagnava pensava che il regno di Dio fosse sul punto di essere stabilito. Ma allora Egli mostrò con una parabola che, per ricevere il regno, doveva prima andare «in un paese lontano», cioè in cielo, e poi «tornare» (Luca 19:11-12).
Senza di questi avvenimenti, la profezia di Daniele non poteva compiersi, perché è detto in modo chiaro che il Figlio dell’uomo verrà «sulle nuvole», nel momento in cui Gli verrà dato il dominio eterno ed un regno che non sarà mai distrutto, affinché tutti i popoli, le tribù e gente di ogni lingua lo servano: «Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto.» (Daniele 7:13-14)
In vista dello stabilimento del regno dei cieli, il Signore, come anche Giovanni, aveva predicato il pentimento. Giovanni non aveva fatto alcun miracolo, ma Gesù aveva accompagnato la Sua predicazione con molti miracoli di grazia e di bontà, che tuttavia non ebbero un’impressione duratura sul popolo incredulo. Egli li paragonò allora a dei bambini seduti nei mercati che gridano ai loro compagni: «Vi abbiamo sonato il flauto e non avete ballato; abbiamo cantato dei lamenti e non avete pianto» (Matteo 11:17). Avevano prestato ascolto all’austera predicazione di Giovanni, che li chiamava al pentimento, e non si erano lasciati intenerire dall’intervento potente del Dio di ogni grazia, per cercare presso di Lui il perdono e la pace.
La folla, la nazione in generale, era rimasta indifferente; i capi tenevano già consiglio contro Gesù per farlo morire e ci voleva ben poco perché la folla si allineasse con il desiderio dei suoi capi e gridasse: «Crocifiggilo!»
Questo era il momento solenne in cui Gesù parlava di Giovanni, il maggiore e l’ultimo dei profeti di Israele. Il regno era annunciato, ma non ancora stabilito e per prendervi parte, mettendosi dalla parte del re rifiutato, bisognava andare contro l’andazzo del mondo che non voleva saperne della gloria e della santità di Dio.
La potenza dello Spirito spingeva l’uomo a fare un percorso attraverso tutte le difficoltà e contro tutta l’opposizione dei capi della nazione e in mezzo ad un popolo cieco, per beneficiare, costi quel che costi, di un regno il cui re era rifiutato dalla cieca incredulità di coloro che avrebbero dovuto riceverLo.
Visto che il re era venuto nell’umiliazione ed era stato rifiutato, bisognava usare «violenza» per entrare nel Suo regno... Se il regno fosse venuto in modo glorioso e con grande potenza da parte del suo Capo, non sarebbe stata necessaria la violenza per entrarci; i figli del regno ne avrebbero goduto, per l’effetto efficace di questa potenza; ma Dio voleva invece che essi fossero messi alla prova moralmente.
«A chiunque parli contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chiunque parli contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro.» Matteo 12:32
Qual è il peccato che non sarà perdonato agli uomini né in questo mondo né in quello futuro?
Il passo parallelo nel vangelo di Marco non lascia alcun dubbio a questo riguardo; in esso troviamo la spiegazione del termine «bestemmia contro lo Spirito Santo» a cui il Signore faceva allusione. «In verità vi dico: ai figli degli uomini saranno perdonati tutti i peccati e qualunque bestemmia avranno proferita; ma chiunque avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non ha perdono in eterno, ma è reo di un peccato eterno» (Marco 3:29).
Viene aggiunto al passo successivo: «Egli parlava così perché dicevano: Ha uno spirito immondo» (Marco 3:30).
Attribuire apertamente a Satana le opere miracolose con cui il Signore dimostrava la Sua potenza divina, significava chiudere l’ultima porta che la grazia di Dio aveva aperta in favore di questo popolo incredulo e ribelle; significava andare incontro ad un giudizio inevitabile portando oltre il limite l’odio del cuore naturale contro Dio e contro Suo Figlio amatissimo.
Nessuno poteva negare i miracoli che Gesù faceva. Riconoscerli come provenienti da Dio, significava riconoscere Gesù come il Messia. Ma gli scribi di Gerusalemme non volevano ammettere che Gesù fosse il Cristo. Per mantenere la loro autorità, non vedevano altro da fare che dichiarare che il Cristo cacciava i demoni per opera di Belzebù, il capo dei demoni.
La loro follia fu messa in evidenza grazie alle parole del Signore, che al tempo stesso li avvertiva del loro imminente giudizio.
«E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte del soggiorno dei morti non la potranno vincere.» Matteo 16:18
Il Signore dice che le porte del soggiorno dei morti non potranno vincere la Sua Chiesa. Come dobbiamo comprendere questo passo? La rovina attuale della chiesa professante ha talmente cambiato le cose che questo passo non è più valido?
La confessione di Pietro dopo la rivelazione che aveva ricevuta dal Padre, dichiarava la verità riguardo la persona del Salvatore, sicuro fondamento della Chiesa. Gesù è Egli stesso la Pietra sul quale costruisce la Sua assemblea. «Infatti si legge nella Scrittura: "Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chiunque crede in essa non resterà confuso". Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli "la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, pietra d’inciampo e sasso di ostacolo".» (1 Pietro 2:6-8)
Egli si è rivelato non solo come il Cristo, depositario e garante di tutte le promesse, ma anche come il Figlio del Dio vivente, che era fin dall’eternità in seno al Padre, esistente prima di ogni promessa ed indipendente da tutto ciò che è stato fatto. D’altronde tutto ciò che è stato fatto era opera Sua, creato per mezzo di Lui e per Lui. La Chiesa, fondata su questo fondamento, condivide questo carattere di vita inestinguibile, contro cui il potere di Satana non può far nulla.
In questo senso bisogna considerare «le porte del soggiorno dei morti». Le «porte» erano la sede dell’autorità. Si tratta dunque del potere della morte e di colui che ha questo potere, cioè di Satana (leggere Ebrei 2:14).
Di conseguenza, non si fa riferimento qui alle mancanze degli uomini, agli errori di ogni tipo che si sono insinuati nella Chiesa, alle loro conseguenze funeste, ai frutti sempre più disastrosi a causa della debolezza degli uomini e della loro mancanza di sottomissione a Cristo. Si tratta di ciò che ha fatto Cristo, con la Sua potenza e grazie a ciò che Egli è. Lui non si sbaglia mai, non può sbagliarsi; e, nel mezzo di tutta la confusione esterna, per i fedeli rimane la preziosa consolazione chiamata «sigillo» del «solido fondamento di Dio». «Tuttavia il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: Il Signore conosce quelli che sono suoi» (2 Timoteo 2:19). Colui che ha iniziato quest’opera meravigliosa la porterà a compimento al momento giusto, perché non è ancora terminata. Quando sarà al completo, la Chiesa, dopo esser stata rapita per essere con Cristo in cielo, sarà manifestata «che scendeva dal cielo da presso Dio, con la gloria di Dio» (Apocalisse 21:11).
È vero che gli uomini hanno una parte nella costruzione della Chiesa, e che tutto ciò che è stato fatto dagli uomini verrà giudicato. L’apostolo lo dimostra chiaramente nel capitolo 3 della prima lettera ai Corinzi. Ma in questo passo di Matteo si parla solo dell’opera di Cristo, opera che Lui mantiene nelle Sue mani, che porta a termine per il Padre, secondo le Sue perfezioni. Sarà il compimento più completo della parola profetica: «Egli costruirà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno» (2 Samuele 7:13). Ogni vero credente è una «pietra vivente» in questo edificio: «Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pietro 2:4-5). Ogni vero credente, una volta posto dal Signore sul fondamento solido, vi rimane; la sua morte, non cambia la sua posizione nella Chiesa di Dio.
«Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a sé stesso, prenda la sua croce e mi segua.» Matteo 16:24
Come dobbiamo capire l’espressione del Signore «prenda la sua croce»?
Il Signore aveva parlato per la prima volta della Sua morte; l’aveva fatto nel momento in cui doveva lasciare la Galilea per andare a Gerusalemme, dove lo aspettava il supplizio della croce. Nessuno era in grado di capire, solo Lui; ma la circostanza era adatta per far pesare sulla coscienza dei Suoi discepoli il carattere del cammino che Egli seguiva, per compiere la volontà del Padre.
La croce era necessaria per fare l’espiazione dei peccati. Senza la propiziazione, i nostri peccati ci avrebbero impedito per sempre l’accesso a Dio. Senza la morte di Gesù, nessuno avrebbe ottenuto la propria parte in cielo: «In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto» (Giovanni 12:24). Tutta la testimonianza del Signore, tutto il Suo servizio, doveva avere questa conclusione; e siccome i discepoli sono chiamati a seguirLo, devono comprendere il cammino che Lui ha percorso.
Anche per noi non esiste un’altra via, perché dobbiamo seguire da vicino le sue orme, altrimenti non avremmo il carattere del «discepolo». Questo fatto, che prova il cuore umano più di ogni altra cosa, è espresso dall’espressione «prendere la propria croce». Se troviamo alla croce di Gesù la liberazione da tutto il peso dei nostri peccati, dobbiamo anche accettare la croce: essa è il cammino che Cristo ha percorso traversando il mondo che non Lo voleva riconoscere. La Sua via diventa anche la nostra via, la Sua croce diventa la nostra croce. L’apostolo Paolo aveva compreso bene questo concetto, come si può comprendere bene nell’epistola ai Galati. «Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Galati 5:24). «Ma quanto a me, non sia mai che io mi vanti di altro che della croce del nostro Signore Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo» (Galati 6:14). Di conseguenza ogni discepolo deve imparare a prendere su di sé la croce, per seguire il Maestro. Luca aggiunge «ogni giorno» (Luca 9:23).
«In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non gusteranno la morte, finché non abbiano visto il Figlio dell’uomo venire nel suo regno.» Matteo 16:28
Come bisogna comprendere quest’ultimo versetto del capitolo 16 del vangelo di Matteo?
Per la prima volta, il Signore aveva appena parlato con i suoi discepoli della Sua morte prossima e della Sua risurrezione. Avrebbe lasciato definitivamente la Galilea, per andare a Gerusalemme e salire sulla croce. Era l’occasione giusta per insistere sul carattere particolare della via che stava per percorrere e che avrebbe dovuto caratterizzare anche quella dei Suoi discepoli. Gesù, sconosciuto per il mondo, rifiutato dai Suoi, doveva morire. Per questa ragione ogni discepolo fedele doveva rinunciare a se stesso e prendere la propria croce, per seguire il Signore. Come poteva farlo? La carne non ama affrontare la morte. Da un punto di vista umano è una cosa difficilissima, anzi impossibile.
Tuttavia, Gesù vuole fortificare il cuore dei Suoi, mostrando loro la gloria a cui conduce questa via, affinché siano in grado di scegliere, con conoscenza di causa, tra «il mondo» e la salvezza della loro anima. Afferma che alcuni tra loro non avrebbero gustato la morte prima di vedere il Figlio dell’Uomo, nell’atto di venire nel Suo regno. Poi, una settimana dopo, prende son Sé tre dei discepoli sulla montagna, e appare loro trasfigurato nella Sua gloria. Allora essi sentono una voce della suprema gloria che riconosceva Gesù come il Figlio amatissimo. Noi comprendiamo l’importanza di questa dichiarazione per mezzo della testimonianza dell’apostolo Pietro, nella sua seconda epistola: «Egli, infatti, ricevette da Dio Padre onore e gloria quando la voce giunta a lui dalla magnifica gloria gli disse: "Questi è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto". E noi l’abbiamo udita questa voce che veniva dal cielo, quando eravamo con lui sul monte santo» (2 Pietro 1:17-18).
La speranza di vedere Gesù nella Sua gloria, invece di passare per la morte, è ancora oggi il sentimento di ogni vero cristiano. Infatti sappiamo che i credenti viventi sulla terra, quando il Signore tornerà, saranno rapiti alla Sua presenza senza passare per la morte. A questo riguardo è utile leggere Giovanni 21:23; 1 Corinzi 15:51; 1 Tessalonicesi 4:17, ed altri passi paralleli.
E la stessa speranza incoraggerà il residuo fedele e perseguitato dei Giudei, negli ultimi giorni. A questo riguardo è utile leggere Salmo 102:16; Isaia 33:17 ed altri passi paralleli.
La parabola di Matteo 18:12-14 è la stessa di Luca 15:1-7? Le novanta nove pecore che non si sono smarrite, devono essere considerate come dei «giusti» che non hanno bisogno di pentimento?
Le due parabole ci sembrano essenzialmente diverse, non solo a causa del carattere diverso dei vangeli di Matteo e di Luca, ma anche a causa dei termini con cui sono presentate. In Matteo, si parla in particolare dei bambini («Così il Padre vostro che è nei cieli vuole che neppure uno di questi piccoli perisca») e in nessun caso è fatto riferimento al pentimento. Nel vangelo di Luca, al contrario, dall’inizio alla fine, la necessità del pentimento è evidente in ogni frase. Di conseguenza, non è possibile fare un paragone tra le due parabole, anche se in entrambe il Signore si serve della stessa figura.
È da notare che parlando della Sua opera, il Salvatore non dice in Matteo che è venuto a cercare ciò che era perduto. Questa espressione trova invece la giusta collocazione in Luca 19:10, dove un peccatore Zaccheo, che non conosce ancora ciò che Cristo è venuto a fare, si sforza di far valere la sua giustizia davanti a Lui cosa che un bambino non farebbe mai; per il semplice fatto che non è ancora arrivato allo stato di conoscenza che, per soddisfare il proprio orgoglio, esige un tale sforzo. In Matteo 18:11, il Signore dice che «il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto». Ognuno, nella propria natura, è nato «perduto» in questo mondo; visto che Dio non ha voluto, per questo motivo, abbattere il Suo giudiziose su tutta la razza umana, ha mandato Suo Figlio per donare la salvezza. Gesù è diventato il Salvatore a questo scopo. Questo ci dà la certezza che i bambini che muoiono prima di aver ricevuto l’età della conoscenza, sono salvati.
Un altro aspetto prezioso del passo di Matteo, è l’idea dominante di mantenere l’integrità del gregge. L’uomo che possedeva le cento pecore non vuole accontentarsi delle 99: le vuole tutte, anche se questo gli costerà molto.
In Luca, il pensiero va semplicemente alla pecora smarrita, come figura del peccatore che ha seguito un sentiero sbagliato per sua volontà, abbandonando il sentiero della sottomissione e dell’ubbidienza. Quest’uomo ha bisogno di pentimento; per condurlo al ravvedimento, il Salvatore gli manifesta amore e va a cercarlo, lo prende, lo mette sulle spalle e non lo lascia finché non l’ha portato dentro la casa. Il ladrone sulla croce è l’esempio perfetto di questo peccatore perduto e ritrovato; lo dimostra infatti la promessa del Signore: «Oggi sarai con me in paradiso.»
Nel capitolo 19 di Matteo, versetti 23 e 24, sembra che il Signore faccia una differenza tra «il regno di Dio» e il «regno dei cieli». Qual è la diversità? Chi sono coloro che sono partecipi del regno dei cieli e come ci arrivano?
Innanzitutto, conviene ricordare che l’espressione «regno dei cieli» si trova solo nel vangelo di Matteo. Un paragone con i passi paralleli dei tre primi vangeli, è sufficiente a farci comprendere che, in molti casi, possiamo servirci indifferentemente di entrambe le espressioni; ma, considerando la forma che è stata utilizzata, il pensiero fa riferimento, o su Colui di cui riconosciamo l’autorità, cioè Dio, oppure sul luogo in cui viene esercitata l’autorità, cioè i cieli.
La lettura del capitolo 7 di Daniele rende chiaro questo pensiero. Dio aveva stabilito il Suo regno in mezzo al Suo popolo d’Israele, dandogli il re che aveva scelto e che doveva esercitare l’autorità da parte di Dio per il bene del popolo su cui regnava. Davide fu il primo re che rispose al pensiero di Dio, perché Saul era stato estromesso a causa della sua disubbidienza. Ora, il trono era stato assicurato ai figli di Davide a condizione che fossero trovati fedeli (Salmo 89:19-37). Sappiamo bene ciò che è successo: alla morte di Salomone, dieci tribù si separarono dalla famiglia di Davide e formarono un regno a parte, che fu presto sconfitto dagli Assiri; furono tutte condotte in cattività. Le tribù di Giuda e di Beniamino, che rimasero fedeli al loro legittimo re, caddero tuttavia in un cammino di infedeltà al Signore e la cattività di Babilonia fu il castigo che esse dovettero subire.
Da quel momento, Dio mise l’autorità sulla terra nelle mani dei Gentili, dei pagani o «le nazioni», ma il vero carattere dei re delle nazioni è dipinto dal profeta con delle figure di «bestie». Poi annuncia il giudizio che cadrà su questi regni nel momento in cui il tempo della pazienza di Dio finirà. In quel momento il potere verrà posto nelle mani del Figlio dell’uomo che verrà sulle nuvole dei cieli: «Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d’uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto avvicinare a lui; gli furono dati dominio, gloria e regno, perché le genti di ogni popolo, nazione e lingua lo servissero. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno è un regno che non sarà distrutto» (Daniele 7:13-14).
Questo sarà, è evidente, il «regno dei cieli» in contrasto con qualsiasi altro regno, che ha per sede della sua autorità un luogo sulla terra, sia esso Gerusalemme, Babilonia, Susa o Roma. In altri termini, il «regno dei cieli» è l’autorità di Dio esercitata dal cielo sulla terra per mezzo del Figlio dell’uomo; esso comprende una parte celeste ed una parte terrestre.
Il Figlio dell’uomo è venuto, non per regnare, ma per compiere l’opera della salvezza. Prima che salisse in cielo, ogni autorità Gli è stata data in cielo e sulla terra. Ora è seduto alla destra di Dio (Matteo 28:18; Marco 16:19; Luca 19:12). «Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte», ma sappiamo che Gesù è il nostro Salvatore, che sta per regnare e tornare presto «sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria» (Ebrei 2:8; Matteo 24:30).
Nell’attesa, «il regno dei cieli» riveste il carattere misterioso che è sviluppato e spiegato dal Signore in diverse parabole del vangelo di Matteo. I credenti, istruiti in queste cose, sono felici ed aspettano con pazienza il ritorno del loro Signore. Ma il mondo è contro di loro, come è stato contro Cristo, e devono resistere alle sue trappole anche nella sofferenza (Matteo 19:12). I ricchi entrano difficilmente nel regno dei cieli, perché godono dei beni della terra (v.23).
Ma se si tratta del «regno di Dio», bisogna riconoscere l’autorità di Dio nel cuore; è necessaria dunque un’opera di Dio che produca questo riconoscimento nell’anima; è necessario essere «nati di nuovo» (Giovanni 3:3-5) cosa che un uomo non è in grado di fare da solo. Questo sottolinea maggiormente la differenza tra le due espressioni «regno dei cieli» e «regno di Dio».
Quando avrà luogo «la grande tribolazione» e il giudizio delle nazioni di cui si parla nei capitoli 24 (vers. 21) e 25 (vers. 31-46) di Matteo?
Prima di entrare nei dettagli, è utile notare che abbiamo un punto fissato con cura nella Scrittura, che stabilisce che il primo e il secondo di questi avvenimenti precederanno il regno millenario di Cristo sulla terra.
Infatti sta scritto che il giudizio delle nazioni avrà luogo «quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti gli angeli», quando «prenderà posto sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno riunite davanti a lui ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra» (Matteo 25:31-33)
Per quanto riguarda la grande tribolazione, in Geremia 30:7 si parla di Israele durante questo periodo angoscioso: «Ahimé, perché quel giorno è grande; non ce ne fu mai altro di simile; è un tempo di angoscia per Giacobbe; ma tuttavia egli ne sarà salvato». Al versetto 21 del capitolo 24 di Matteo, la grande tribolazione viene citata in rapporto più diretto con la Giudea, comunque questi versetti confermano il passo di Geremia citato prima. Per di più, esiste indubbiamente in questi versetti un’allusione all’inizio del capitolo 12 del profeta Daniele, in cui leggiamo: «In quel tempo sorgerà Michele, il grande capo, il difensore dei figli del tuo popolo; vi sarà un tempo di angoscia, come non ce ne fu mai da quando sorsero le nazioni fino a quel tempo; e in quel tempo, il tuo popolo sarà salvato (Israele); cioè, tutti quelli che saranno trovati iscritti nel libro» (Daniele 12:1). Per conferma leggere anche Luca 21:23-28.
La promessa del Signore fatta ai credenti fedeli che sapranno «conservare la Parola» (appartenenti alla Chiesa del Signore) fa riferimento alla stessa epoca: «Siccome hai osservato la mia esortazione alla costanza, anch’io ti preserverò dall’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra.» (Apocalisse 3:10) Ma bisogna notare bene che i credenti fedeli saranno preservati da quest’ora di prova per gli abitanti della terra, e dunque non saranno presenti. In altri termini, saranno rapiti per essere col Signore prima che «la grande tribolazione» abbia inizio. Per conferma leggere 1 Tessalonicesi 4:14-18; 5:1-5; 2 Tessalonicesi 2:7-8.
La malvagità degli uomini non raggiungerà il suo culmine fintanto che i veri credenti non saranno ritirati da questo mondo. Nell’attesa, la malvagità conserverà un carattere di «mistero», termine che indica che lavorerà in modo nascosto, non mostrando mai veramente il suo volto. La manifestazione dell’«empio» chiamerà i giudizi di Dio, e darà inizio dunque alla «grande tribolazione». Si abbatterà su un mondo apertamente incredulo ed apostata (Apocalisse 13:1,6; 16:9,11,21); e i Giudei, il popolo terrestre di Dio, che sono colpevoli di aver crocifisso il Figlio di Dio, avranno un posto speciale in queste calamità che piomberanno sulla terra... «ma tuttavia egli ne sarà salvato.»
I giudizi dei viventi che sono descritti nell’Apocalisse sono di tre tipi:
Non dobbiamo confondere questi giudizi dei viventi sulla terra con il giudizio dei morti davanti al grande trono bianco (Apocalisse 20:11-15).
Cos’è la «grande tribolazione» di cui si parla nell’Apocalisse, capitolo 7:14? È la stessa di cui il Signore parla in Matteo 24:21?
Nei due passi della Scrittura citati, si parla infatti di una grande e terribile «prova» che deve venire sull’intera terra abitata, come leggiamo in Apocalisse 3:10. Anche altri passi dei profeti dell’Antico Testamento ne parlano, ad es. Isaia 28:22.
Che gioia sapere che tutti coloro che oggi ricevono la Parola della grazia e che perseverano nella fedeltà fino alla venuta del Signore, saranno accolti presso Lui, prima che questo giorno di prova arrivi sulla terra.
Ecco in poche righe, a partire da alcuni passi biblici, l’ordine degli avvenimenti che si succederanno:
«...Questi se ne andranno a punizione eterna; ma i giusti a vita eterna.» Matteo 25:46
Il giudizio delle nazioni, degli uomini che saranno in vita, che troviamo nel capitolo 25 di Matteo, è il giudizio finale?
Noi pensiamo infatti che il giudizio di cui si parla in questo capitolo sia un giudizio definitivo, ma non nel senso in cui lo si interpreta di solito. Non si tratta cioè di un giudizio generale, come quello dei pagani ad esempio, che non hanno avuto l’occasione di ricevere i messaggeri del regno. Si tratta unicamente del giudizio di coloro che avranno avuto il privilegio di ascoltare i messaggeri di Cristo, che li avranno accolti e non rifiutati. «Allora il re dirà a quelli della sua destra: Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi» (Matteo 25:34-36). La «vita eterna» di cui si fa riferimento per i primi, è la vita sulla terra sotto il regno del Messia, che durerà fino allo stato eterno che succederà a questo regno. Quelli che sono condannati invece se ne vanno verso i tormenti eterni.
Invece il giudizio dei morti che si trova nel capitolo 20 dell’Apocalisse, avrà luogo mille anni dopo (alla fine del regno di Cristo).
Il giudizio di cui parla il capitolo 25 di Matteo non riguarda i morti, ma quelli che saranno vivi sulla terra quando il Signore tornerà con gli angeli della Sua gloria per regnare. Esso avverrà all’inizio del suo regno millenario.
Perché il Signore, dopo aver due volte rimproverato ai Suoi discepoli di non aver vegliato con Lui, dice in seguito: «Dormite pure, ormai, e riposatevi! Basta!»? E come dobbiamo intendere l’espressione: «gli occhi loro erano appesantiti»? (Marco 14:40-42)
Il Signore Gesù, nella Sua immensa grazia, condusse con Sé tre discepoli perché prendessero parte a ciò che l’uomo può conoscere delle sofferenze che Lo aspettavano. Era un momento solenne: il Signore stava per essere abbandonato dal Padre, quando portava i peccati e li espiava con la Sua morte. Prima di questo, doveva essere dato nelle mani dei peccatori, e i discepoli, lasciati a se stessi per un certo tempo, esposti al vaglio di Satana, sarebbero stati raggiunti dalle onde dell’iniquità che sommergevano il Signore e Maestro.
Era il momento di vegliare e Gesù, isolato in preghiera, li prende con Sé affinché veglino al Suo fianco ed imparino a vegliare e a pregare con Lui. Notiamo che erano gli stessi tre discepoli che avevano visto la Sua gloria sulla montagna della trasfigurazione (Marco 5:37; 9:2). Se avessero saputo approfittare del momento, avrebbero ricevuto una preparazione morale nel conoscere la comunione con le sofferenze di Cristo, come leggiamo in Filippesi 3:10; ma erano stati oppressi dal sonno sul monte (Luca 9:32) ed erano «presi da spavento» (Marco 9:6); anche nel giardino del Getsemani dormono, dimostrando la loro incapacità a vegliare con Gesù. Non possono entrare nei pensieri di Cristo, riguardo all’importanza di questo momento solenne; e tuttavia uno di essi, Pietro, pieno di fiducia in se steso malgrado gli avvertimenti del Signore, aveva avuto la pretesa di seguirLo nelle circostanze in cui solo Gesù era in grado di tener duro.
Il Signore, nella Sua tenerezza abituale, cerca una scusa per i Suoi discepoli dicendo: «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole», dimostrando che erano i loro occhi naturali ad essere appesantiti. Erano addormentati di tristezza: «E, dopo aver pregato, si alzò, andò dai discepoli e li trovò addormentati per la tristezza» (Luca 22:45); il loro dolore era troppo grande per le forze fisiche, e non possedevano la potenza e l’energia spirituale che avrebbero potuto dominare il corpo. Il momento passa senza che ne approfittino, questo corto istante in cui avrebbero potuto godere della comunione con Gesù e trovare in Lui le forze per resistere nell’ora della tentazione che stava per arrivare. Passato questo momento, non era più necessario vegliare ed allora Gesù dice loro: «Dormite pure, ormai, e riposatevi!» Ormai sarebbero entrati nel combattimento, e come vediamo nel caso di Pietro, sarebbero stati vinti.
Che avvertimento solenne per tutti! Quanto queste parole e l’esempio del Signore Gesù ci impegnano ad approfittare dei corti istanti di tranquillità che abbiamo, secondo la bontà di Dio, prima dell’uragano! Gesù aveva loro annunciato ciò che stava per accadere; non vi badano, ma Lui non si lascia sfuggire l’occasione per pregare. Perfetto in ogni cosa, non poteva farlo!
Come qualcuno ha detto: «Noi vediamo qui l’anima di Gesù oppressa dal peso della morte nel pensiero come solo Lui poteva conoscerla, e noi sappiamo chi ne ha il potere. Ma Gesù veglia e prega, uomo sottomesso per amore a questo assalto, in presenza della più potente tentazione a cui poteva essere esposto. Da un lato Egli veglia, e dall’altro presenta il Suo dolore al Padre. La Sua comunione con il Padre non era interrotta, per quanto grande fosse il Suo dolore. L’argomento della comunione era proprio l’angoscia che Lo spingeva ancor più alla sottomissione e alla fiducia verso il Padre. Ma se dovevamo essere salvati, se Dio doveva essere glorificato in Colui che aveva preso su di Sé la nostra causa, questa coppa non poteva essere allontanata da Lui. La sottomissione di Gesù fu perfetta. Egli ricorda con tenerezza a Pietro la sua falsa fiducia, facendogli sentire la sua debolezza (v.37). Ma Pietro era troppo pieno di sé per approfittarne; doveva fare un’esperienza ancor più triste per guarire da quella falsa fiducia in se stesso. Pietro si risveglia dal sonno, ma la sua falsa fiducia rimane.
Gesù ha dovuto bere la coppa, ma la prende dalla mano del Padre, perché è la volontà del Padre che Lui la beva. Abbandonandosi perfettamente al Padre, non prende la coppa né dalle mani dei nemici, né da quelle di Satana; la riceve dalla mano del Padre, secondo la perfezione con cui era sottomesso alla volontà di Dio, rimettendo ogni cosa nelle Sue mani. Cercando solo la volontà di Dio che dirige ogni cosa, si sfugge alle conseguenze e alle tentazioni del Nemico, e si riceve l’afflizione e la prova solo dalle mani di Dio.
Ormai non è più necessario che i discepoli veglino. L’ora è venuta in cui Gesù sta per essere dato nelle mani degli uomini.»
Perché il vangelo di Luca e quello di Matteo riportano parole diverse nel passo che indica la follia di utilizzare un pezzo di stoffa nuovo per aggiustare un abito vecchio? (Luca 5:36; Matteo 9:16). Qual è l’insegnamento che possiamo trarne?
L’insegnamento del Signore non poteva assolutamente adattarsi al formalismo dei farisei. Essi credevano di poter stabilire la loro giustizia propria agli occhi degli uomini con delle pratiche esteriori fondate in parte sulla fede ed in parte sulla tradizione.
Gesù invece annunciava una giustizia ben diversa, fondata sulla redenzione, giustizia che proviene esclusivamente da Dio. Quando ha espiato il peccato, Dio si dimostra giusto perché giustifica il peccatore che crede in Gesù. Come si può dunque conciliare la giustizia umana, che non è altro che un abito vecchio, sempre mancante, con la giustizia di Dio, che emana dalla Sua perfezione e che è il frutto dell’opera perfetta dell’espiazione compiuta dal Signore? Questa è l’idea generale dei due passi.
Luca, che fornisce abitualmente degli sviluppi da un punto di vista morale, atti ad agire sulla coscienza, mostra inoltre che colui che vuole la legge contemporaneamente alla grazia, non solo perde il godimento dei quest’ultima, ma a causa della luce che ha acquisita, si trova nell’impossibilità di soddisfare la propria coscienza con i suoi sforzi legalistici.
Ha fatto uno strappo nell’abito nuovo, cercando di aggiustare l’abito vecchio; non osa più indossare l’abito nuovo che è irrimediabilmente strappato e sente che lo stato miserabile del vecchio è stato ancor più messo in evidenza.
Come possiamo essere i figli della pace di cui parla il Signore in Luca 10:5-6?
Le istruzioni che il Signore dà ai Suoi messaggeri sono precise: «In qualunque casa entriate, dite prima: Pace a questa casa!» La pace era la prima cosa che si doveva annunciare da parte Sua. Abbiamo tutti bisogno di pace. Ma nessun uomo può procurarsela da solo; essa viene da Dio. Dio è «il Dio della pace» (Romani 15:33; Filippesi 4:9) che presto stritolerà Satana sotto i piedi dei Suoi (Romani 16:20). Nessun uomo può liberarsi dalle catene che ha forgiate lui stesso, quando si è donato all’avversario... (leggere Isaia 49:24-25).
L’uomo si è allontanato da Dio ponendosi all’ascolto di Satana e ne è diventato schiavo; i suoi sforzi non sono sufficienti a spezzare questo giogo. Ma il Signore Gesù è venuto per legare l’uomo forte e per saccheggiare i suoi beni (Matteo 12:28-29). Ha potuto farlo con giustizia, mantenendo i diritti di Dio che esigevano che il peccato fosse punito, perché ha portato Lui stesso i nostri peccati, nel Suo corpo sul legno della croce. È morto al posto nostro come sacrificio per il peccato, e Dio è giusto offrendo la pace e perdonando tutti coloro che ricevono la Sua testimonianza riguardo il Figlio.
Egli è il «Signore della pace» (2 Tessalonicesi 3:16). È la nostra pace e ha fatto la pace con noi; è venuto ad annunciare la buona notizia della pace ai Giudei e ai pagani (Efesini 2:14-15, 17). Non vale la pena di mettere da parte ogni idea di poter fare qualcosa con i nostri sforzi? Altrimenti rimarremo ignoranti riguardo a tutto ciò che ha fatto il Vincitore di Satana e della morte a cui si è dato per amor nostro, secondo le ricchezze della Sua grazia! Non sarebbe meglio prendere il posto che ebbe Maria, ai piedi del Salvatore quando ascoltava la Sua parola? Egli è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto.
La maggior difficoltà che si erge sul nostro cammino, viene proprio dai nostri cuori. Se siamo come il fariseo, che era soddisfatto di se stesso, non saremo convinti di aver bisogno di pace, non ne sentiremo la necessità e non la cercheremo. Chi ha fiducia nelle proprie buone opere si allontana dal Salvatore, come chi non si crede malato e non cerca l’aiuto di un medico. Ma quando riceviamo la testimonianza di Dio che non c’è neppure un giusto, neppure uno (Romani 3:10), la nostra coscienza viene risvegliata e ci fare sentire che il Dio giusto deve necessariamente giudicarci. Allora proveremo una grande gioia nel sapere che Dio vuole essere il nostro Salvatore, rimanendo giusto: per questo ha mandato Suo Figlio per soffrire e morire al posto nostro! Come peccatore perduto, senza risorse e meritevole di giudizio, ognuno di noi deve rivolgersi al Salvatore: per quanto sia disperato il suo caso, pari a quello del malfattore crocifisso per i suoi crimini, farà la dolce esperienza che il Signore non ha mai respinto chi è andato a Lui. Al contrario ha detto: «colui che viene a me, non lo caccerò fuori» (Giovanni 6:37).
Un figlio della pace è dunque qualcuno che è andato al Salvatore come peccatore perduto e che, ascoltando la Sua Parola, ha ricevuto da parte Sua la certezza della pace con Dio e del perdono dei suoi peccati pace e perdono fondati sul prezioso sangue che purifica da ogni peccato. Noi siamo giustificati con il Suo sangue (Romani 5:9). Essendo resi giusti, abbiamo la pace con Dio.
La vita cristiana è un cammino continuo nella comunione con Dio, grazie alla forza che viene dallo Spirito Santo. Una vita di pace e di gioia, di cui il Signore Gesù stesso è stato la perfetta espressione in tutti i campi, una vita di relazione attuale con il Padre (Giovanni 1:12-13), nell’attesa del ritorno del Signore che presto accoglierà i Suoi presso a Sé nella gloria (Giovanni 14:1-3; 17:24). Gesù ha detto: «Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l’onorerà.» (Giovanni 12:26) E ancora: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero» (Matteo 11:28-30).
A coloro che vanno a Lui, Egli dice: «Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti.» (Giovanni 14:27).
«Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!» Luca 11:13
Siamo autorizzati dal testo di Luca 11:13 a chiedere lo Spirito Santo?
Non bisogna dimenticare che, quando il Signore pronunciò questa parola, non era ancora stato glorificato presso il Padre e lo Spirito Santo non era ancora venuto «Nell’ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Disse questo dello Spirito, che dovevano ricevere quelli che avrebbero creduto in lui; lo Spirito, infatti, non era ancora stato dato, perché Gesù non era ancora glorificato.» (Giovanni 7:37-39)
Nel periodo attuale, la fede individuale può appropriarsi della promessa contenuta in Galati 4:6: «E, perché siete figli, Dio ha mandato lo Spirito del Figlio suo nei nostri cuori, che grida: Abbà, Padre.»
Dio conosce il vero stato di ognuno, Egli vuole la realtà e vuole anche che ci abituiamo a chiederGli ogni cosa liberamente, rivolgendosi a Lui come Padre.
Il cristianesimo è caratterizzato dalla presenza dello Spirito Santo sulla terra, nel cuore dei credenti. Esso abita in ogni credente: «Non sapete che il vostro corpo è il tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete ricevuto da Dio? Quindi non appartenete a voi stessi.» (1 Corinzi 6:19)
Lo Spirito Santo abita anche nella Chiesa, come assemblea dei credenti: «In lui voi pure entrate a far parte dell’edificio che ha da servire come dimora a Dio per mezzo dello Spirito.» (Efesini 2:22).
Lo Spirito fu donato agli uomini in risposta alla preghiera del Signore: «e io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro consolatore, perché stia con voi per sempre» (Giovanni 14:16). A questa preghiera si associarono gli apostoli sicuramente dopo la Sua ascensione: «Tutti questi perseveravano concordi nella preghiera, con le donne, e con Maria, madre di Gesù e con i fratelli di lui.» (Atti 1:14)
Chiedere ora, in questo preciso momento della storia della Chiesa, che lo Spirito Santo sia mandato su noi, come si fece agli albori della Chiesa, sarebbe un atteggiamento di incredulità.
Cosa dobbiamo intendere nel passo di Luca 12:10: «E chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato.»? Questo passo sembra in contraddizione con il verso di 1 Giovanni 1:7, in cui si dice che il sangue di Gesù Cristo ci purifica da ogni peccato. (*)
_____________________
(*) Vedere domanda 24, sul peccato che non sarà perdonato.
¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯¯
In Luca, si parla di confessare il Signore con coraggio davanti agli uomini che l’hanno disprezzato e che, come più tardi Saulo di Tarso, erano pronti a mettere in prigione e a uccidere quelli che seguivano Cristo. Per poterLo confessare, bisognava conoscerLo e per conoscerLo bisognava conoscere le Sue parole e le Sue opere.
Se si credeva con semplicità alle Sue parole, si poteva rispondere come Simon Pietro nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna» (Giovanni 6:68). A questi credenti lo Spirito Santo dava il potere di confessare con coraggio Cristo davanti ai capi del popolo che volevano eliminarli, insegnava loro cosa dovevano dire nel momento del bisogno. Il libro degli Atti ci fornisce molti esempi. Il Signore aveva promesso loro questa grazia nel passo che stiamo esaminando (Luca 12:12). Gli apostoli che facevano l’esperienza personale dell’aiuto dello Spirito Santo, non avrebbero mai corso il pericolo di proferire delle parole ingiuriose contro di Lui.
Altri, che non avevano ascoltato, o che non avevano compreso gli insegnamenti del Signore, avrebbero potuto accordarsi con gli zelanti farisei per la loro religione, che dicevano: «Quest’uomo non è da Dio perché non osserva il sabato» (Giovanni 9:16). Ecco un’affermazione ingiuriosa contro il Figlio dell’Uomo che metteva in discussione la Sua divinità. La risposta semplice era la testimonianza resa dalle opere di Gesù (Giovanni 5:36). Esse erano un’evidenza incontestabile per ogni cuore onesto, senza pregiudizi. Se ci si arrendeva a questa evidenza, si confessava il Suo Nome come il cieco nato che non l’aveva mai visto, e aveva sentito solo una Sua parola, ma Gli aveva ubbidito. Se ci si ostinava a rifiutare questa testimonianza, ci doveva attribuire queste opere miracolose ad una potenza diversa da quella di Dio; questo facevano gli scribi quando dicevano: «Costui non scaccia i demòni se non per l’aiuto di Belzebù, principe dei demòni.» Essi rifiutavano l’ultima testimonianza che avrebbe potuto agire sulla loro coscienza e dunque per loro non c’era più perdono. Questa è una bestemmia contro lo Spirito di Dio, per mezzo del quale Gesù agiva (vedere Matteo 12:28,32 e Marco 3:29-30). In un’altra occasione il Signore disse loro: «Perciò vi ho detto che morirete nei vostri peccati; perché se non credete che io sono, morirete nei vostri peccati.» (Giovanni 8:24)
In fondo, la cosa importante è sapere qual è la risposta spontanea che esce dal cuore, quando ci viene rivolta la domanda: «Che cosa pensate del Cristo? Di chi è figlio?» (Matteo 22:42). Chi confessa, come Pietro, che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, è «nato da Dio» e «vince il mondo» (1 Giovanni 5:1 e 5). Questa persona non deve temere quelli che uccidono il corpo, perché non possono far altro. Non deve temere di dire delle bestemmie contro lo Spirito Santo, perché è solo per lo Spirito Santo che si afferma che Gesù è il Signore (1 Corinzi 12:3). Ma se si attribuisce la potenza e le opere di Gesù ad un’energia satanica, si rifiuta il Salvatore e si parla contro lo Spirito Santo. Per questo peccato non esiste perdono.
Come si può interpretare il passo: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, e la moglie, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo.» (Luca 14:26) e i passi paralleli di Matteo e di Marco? Possiamo vedere una certa modifica di queste parole nelle direttive apostoliche rivolte ai genitori e ai figli (Efesini 6:1-4; Colossesi 3:20)?
A - Siccome le Scritture sono ispirate da Dio (2 Timoteo 3:16), non c’è in esse alcuna contraddizione. Non dobbiamo neppure vedere nei passi indicati delle epistole di Paolo, una modifica di ciò che il Signore ha detto nei vangeli. Se si esaminano i capitoli 19 di Matteo e 10 di Marco, vediamo che le relazioni tra marito e moglie sono chiaramente stabiliti dal Signore, prima che la domanda di Pietro non Lo conducesse a far risaltare il privilegio di fare dei sacrifici «a causa del mio nome». Allo stesso modo Egli insiste sulla benedizione riservata ai figli, mostrando quanto il Suo cuore fosse attaccato ai giovani e avvertendo che nessuno poteva impedire loro di andare a Lui. Soprattutto nel Vangelo di Matteo, scopriamo il posto di privilegio che i bambini hanno nel pensiero del Padre; sono beneficiari dell’opera del Figlio che è venuto per compiere la volontà del Padre nel salvare ciò che era perduto (18:1-14). Perciò non si può essere indifferenti riguardo ai figli o trascurare di allevarli nella disciplina e negli avvertimenti del Signore... al contrario! E i figli sono tenuti ad ubbidire ai loro genitori: ubbidire loro in ogni cosa per essere graditi al Signore.
Perciò bisogna cercare altrove la spiegazione dei passi in questione. Il Signore aveva mostrato l’influenza che le ricchezze hanno sul cuore umano e vuole che nulla ci impedisca di seguirLo. Il cuore non abbandona facilmente le cose che ama, per cui ci vuole l’intervento divino; ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Nella Sua bontà, Egli non ci abbandona a noi stessi. Dai cieli, Egli ha considerato la terra (Salmo 102:19), ha mandato il Suo amato Figlio per salvarci. Poi, Egli ci attira a Cristo (Giovanni 6:44). Allo stesso tempo, il Signore ci avverte degli ostacoli che si oppongono al cammino della fede, delle barriere innalzate dal nostro cuore, o dal nemico delle nostre anime; vuole che riflettiamo su queste cose in Sua presenza, fin dall’inizio della nostra carriera cristiana. In Matteo, il motivo che il Signore pone davanti a noi, è il «Suo Nome». Nel Vangelo di Marco, il soggetto viene sviluppato riguardo al servizio della Parola, perché si dà un posto al Vangelo e alla Sua persona. Il Signore dichiara: «In verità vi dico che non vi è nessuno che abbia lasciato casa, o fratelli, o sorelle, o madre, o padre, o figli, o campi, per amor mio e per amor del vangelo, il quale ora, in questo tempo, non ne riceva cento volte tanto: case, fratelli, sorelle, madri, figli, campi, insieme a persecuzioni e, nel secolo a venire, la vita eterna» (Marco 10:29-30).
Comprendiamo che non si tratta di sottrarsi alle proprie responsabilità, ma di fare dei sacrifici, di fare come durante il tempo della persecuzione. Allora si entra pienamente nel senso di questa scrittura, per trarne forza e consolazione nel bisogno. Il principio morale dimora ed anche la sua applicazione in tutti i tempi e l’anima pia che segue il Signore nel mondo che L’ha rifiutato, prova la realtà delle Sue parole, e può aggiungere la sua testimonianza a quella di tanti altri alla gloria di Cristo. Di ciò che si perde quaggiù, lo si ritrova in modo più eccellente nella comunione con un Cristo sofferente e rifiutato, e la ricompensa sarà infinitamente aumentata nella gloria del Suo regno.
Luca, come sempre, insiste sul principio dal punto di vista della coscienza, in termini incisivi e aggiunge: «...e persino la sua propria vita» (Luca 14:26). Egli fa risaltare il fatto che non si può ammettere che nulla ci impedisca di seguire il Signore. Bisogna portare la croce, seguendo Cristo, se si vuole essere Suo discepolo.
B - È evidente che non si deve cercare di diminuire la forza di queste parole del Signore. Solo nel Vangelo di Luca troviamo la parola «odiare» in rapporto alle relazioni naturali; Luca va più lontano degli altri evangelisti, mostrando come Dio pone fine a tutto ciò che riguarda il «vecchio uomo». Si tratta di spogliarlo, perché esso si corrompe a causa delle passioni ingannatrici (Efesini 4:22). Ci vuole una rinuncia completa: la verità che è in Gesù presuppone un cambiamento radicale, un rinnovamento dello spirito e della nostra intelligenza. Le vecchie cose sono passate e sono diventate nuove. Ciò che tratteneva il cuore e dominava gli affetti deve essere sottomesso ad una potenza superiore, in cui tutto viene regolato da Dio e secondo il Suo amore perfetto. Per operare questo cambiamento in noi, bisogna che Dio intervenga. Noi siamo tenebre per natura; e le tenebre non possono produrre luce. Ma il cristiano è «luce nel Signore» (Efesini 5:8).
Nel vecchio uomo, l’io domina e regola ogni cosa; nell’uomo nuovo, l’io è messo da parte ed è sostituito da Cristo (vedere Galati 2:20-21). Abbiamo molta difficoltà a comprendere la necessità assoluta per noi di questo cambiamento morale. Le folle credevano di poter seguire Gesù, godendo di tutti i benefici di cui la Sua grazia li copriva, senza che il cuore ne fosse cambiato. Ecco perché il Signore mostra tutta la gravità di ciò che loro avevano intrapreso con leggerezza. È facile dire «Signore, ti seguirò», ma molti si tirano indietro appena iniziano ad accorgersi delle difficoltà della corsa (Giovanni 6:66); oppure vogliono porre delle condizioni e quando Gesù dice «Seguimi», trovano delle difficoltà impreviste sul cammino (Luca 9:57-62). L’uomo crede di poter essere gradito a Dio e di avvicinarsi a Lui: era il pensiero di Caino, che portò a Dio i frutti della terra maledetta. Il Signore vuole farci vedere che il cuore è totalmente malvagio, per cui dobbiamo odiare persino la propria vita: «Così dunque ognuno di voi, che non rinunzia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo» (Luca 14:33).
Qui si tratta di sostituire un affetto ed una responsabilità con un altra che è più forte, come nel caso del matrimonio (Matteo 19:5). Si tratta di entrare in una sfera nuova in cui tutto è di Dio e non dell’uomo. Per cui non si ama più per la soddisfazione personale che si trae dall’affetto umano, ma secondo la rivelazione che Dio ha fatta di Sé stesso in Cristo, attingendo alla fonte inesauribile dell’amore perfetto, nella luce della Sua presenza, e trovando un oggetto divino ed eterno per il cuore nella persona del Salvatore. Lo Spirito Santo è l’impulso di questo amore nel cuore; tutte le relazioni naturali si trovano introdotte in questa sfera divina, perché sono stabilite da Dio; ma sono fondate su una nuova base; il cuore può viverle secondo Dio e secondo i Suoi pensieri, e non da un punto di vista volontario e carnale.
Per realizzare questo, è necessario avere vissuto una nuova nascita; poi, bisogna essere stati liberati da sé stessi, per servire Dio in novità di vita (Romani 7:6); successivamente bisogna essere vigilanti per rimanere nella dipendenza da Dio e resistere alle seduzioni dell’avversario; dobbiamo rivestire la completa armatura di Dio, servirci della spada dello Spirito e pregare continuamente. Nel Vangelo di Luca è precisato che si deve prendere la propria croce ogni giorno (9:23).
«Ma il padre disse ai suoi servi: Presto, portate qui la veste più bella, e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto, ed è stato ritrovato. E si misero a fare gran festa.» Luca 15:22-24
Nella parabola di Luca 15, perché il padre ordina di rivestire il figlio prodigo con una veste bellissima, di mettergli un anello al dito e dei calzari ai piedi?
Quando il figlio prodigo torna a casa dal padre, deve tornare ad avere un abbigliamento conforme al carattere della casa paterna. Deve abbandonare l’uso dei piedi nudi, dei vestiti stracciati e deve togliersi di dosso tutti i segni della sua abiezione morale. Ormai, deve presentarsi nella sua persona pulita e curata e nel suo abbigliamento, non più come colui che si era allontanato a causa della sua follia, ma come colui che è amato dal padre e che prova una grande gioia nell’essere nuovamente ricevuto nella casa paterna.
A questo riguardo notiamo che l’accoglienza paterna è stata fondamentale nella vita del figlio prodigo, anche dopo il risveglio necessario della sua coscienza. Fino al momento in cui si trova tra le braccia del padre, i suoi pensieri tornano costantemente a ciò che aveva vissuto in passato e a ciò che avrebbe fatto in futuro. Ma nel momento in cui sente le braccia del padre attorno a sé, l’amore che perdona riempie tutta la scena. Accade la stessa cosa per noi. Quando la pienezza del Vangelo avvince il nostro cuore, comprendiamo che la nostra giustizia non è altro che vestiti sudici e stracciati... ma appa