Jean Koechlin
Nei manuali scolastici, le lezioni propriamente dette sono generalmente seguite da un esercizio d’applicazione. L’epistola a Filemone ci fa pensare a questo. Essa non contiene alcuna rivelazione particolare, ma mostra l’applicazione, da parte di Paolo e dei suoi compagni, delle esortazioni contenute nelle sue epistole. «Vestitevi dunque, come eletti di Dio, santi ed amati, di tenera compassione, di benignità, di umiltà…», scriveva ai Colossesi (3:12...; confr. anche il v. 5 con Efesini 1:15). Ed è proprio a Colosse che abitava Filemone, un uomo pio, amico dell’apostolo, ricco, poiché aveva dei servi. Uno di loro, Onesimo, dopo essere fuggito da lui, aveva incontrato Paolo, prigioniero a Roma, e si era convertito. Ora Paolo lo rimanda al suo padrone, latore di questo toccante messaggio, agendo così in modo contrario rispetto agli ordini della legge (leggere Deuteronomio 23:15-16). Quest’ultima, infatti, teneva conto della durezza del cuore dell’uomo (confr. Marco 10:5), mentre la grazia, nell’apostolo, teneva conto della misericordia e dell’amore che agiva nel cuore di Filemone. Paolo conosce bene il suo amore per tutti i santi (v. 5) e le prove che ne ha dato (v. 7).
Onesimo significa «utile». Un tempo «schiavo inutile», egli meritava ormai il suo nome (v. 11) e, più di questo, era diventato un fratello fedele e caro (v. 16; Colossesi 4:9). Nessun nome è più prezioso di quello di fratello, e può essere applicato tanto al padrone cristiano (fine del v. 7; 20) quanto al servo cristiano. Paolo, da parte sua, unisce al proprio nome solo i titoli di «vecchio» e «prigioniero di Cristo Gesù» (v. 9). Se avesse pensato unicamente a se stesso, non si sarebbe provato dei servizi di Onesimo, ma l’apostolo vuole che questi abbia l’occasione di rendere testimonianza nella stessa casa in cui un tempo si era comportato male, e che Filemone possa constatare i frutti di questa conversione e «confermargli il suo amore» (2 Corinzi 2:8). Questa storia di Onesimo è, in un certo senso, anche la nostra. Servi ribelli, siamo stati trovati sul sentiero della nostra volontà e riportati al nostro Padrone. Non più per essere posti sotto la schiavitù, ma nelle vesti di coloro ch’Egli chiama cari fratelli (confr. v. 16 e Giovanni 15:15). E Paolo è qui la figura del Signore, che paga il nostro debito ed intercede per noi (v. 17-19). Che questa epistola ci insegni ad introdurre nella nostra vita di tutti giorni il cristianesimo pratico, la dimenticanza di noi stessi, la delicatezza, l’umiltà, la grazia; insomma, tutte le molteplici manifestazioni dell’amore. |