Henri Rossier
Il libro di Giosuè ci presenta, in figura, il soggetto dell’epistola agli Efesini.
Era giunta al suo termine la traversata del deserto e bisognava che l’assemblea d’Israele passasse il Giordano sotto la direzione d’una nuova guida, e prendesse possesso del «paese della promessa» spodestando i nemici che l’abitavano.
È la stessa cosa di noi. I luoghi celesti sono la nostra Canaan; vi entriamo nella potenza dello Spirito di Dio che ci unisce ad un Cristo morto e risuscitato, e ci fa sedere in Lui nel cielo godendo in anticipo di quella gloria che Egli si è acquistata e nella quale vuole introdurci. Ma, al presente, dobbiamo impegnare il combattimento della fede contro gli spiriti maligni che sono nei luoghi celesti per appropriarci di ogni palmo di terreno che Dio ci ha dato in eredità.
La differenza fra la figura e la realtà sta in questo: Israele aveva terminato il cammino del deserto prima d’entrare in Canaan, mentre per noi il deserto e Canaan sussistono insieme; ma la benedizione è anche più estesa. Se il deserto ci insegna che abbiamo ancora bisogno d’essere «umiliati e provati per conoscere quel che vi è nei nostri cuori», in risposta alle nostre infermità facciamo la preziosa esperienza delle risorse divine in mezzo a questa terra arida e senz’acqua; Dio apre la mano per nutrirci di manna, dissetarci con l’acqua della roccia, e farci gustare le risorse inesauribili della sua grazia, poiché nulla manca al suo popolo: «Il tuo vestito non ti s’è logorato addosso, e il tuo piè non s’è gonfiato durante questi quarant’anni» (Deuteronomio 8:4). Ma noi ci troviamo, allo stesso tempo, nei pascoli erbosi e nelle acque chete d’una ricca contrada di cui gustiamo le primizie; possiamo in pace sederci alla tavola apparecchiata al di là del Giordano, e assaporare le vivande di questa tavola, godendo di un Cristo celeste, seduto nella gloria, alla destra di Dio.
Al momento in cui comincia questa nuova tappa della storia d’Israele, Giosuè è chiamato a guidare il popolo. Quest’uomo notevole appare per la prima volta in Esodo 17, al tempo del combattimento contro Amalek, e questa apparizione ci dà la chiave del suo carattere tipico. Mentre Mosè, in questo luogo, figura dell’autorità divina intimamente associata al sacerdozio celeste e alla giustizia di Cristo, sta sul monte durante il combattimento, vi era in basso, nella pianura, un uomo «in cui è lo Spirito» (come dice l’Eterno a Mosè. Numeri 27:18) che dirige la battaglia dell’Eterno. Questo Giosuè è Cristo; ma Cristo in noi, o fra noi quaggiù, nella potenza dello Spirito Santo. Ormai, come Mosè condottiero era stato inseparabile da Israele nel deserto, sarà lo stesso per Giosuè condottiero del popolo in Canaan. È detto di quest’ultimo: un uomo «che esca davanti a loro ed entri davanti a loro, e li faccia uscire e li faccia entrare; affinché la raunanza dell’Eterno non sia come un gregge senza pastore..., poserai la tua mano su lui... affinché tutta la raunanza dei figli d’Israele gli obbedisca» (Numeri 27:17-20).
Al v. 2 è menzionato il fiume Giordano, barriera che separava il popolo dalla terra promessa. Per entrare in Canaan, bisognava attraversarlo sotto la guida di Giosuè. La loro eredità era un puro dono della grazia di Dio: «Il paese che io do ai figli d’Israele». Apparteneva loro da parte dell’Eterno, ma bisognava che il popolo ne prendesse possesso: «Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà, io ve lo do» (v. 3).
Anche noi abbiamo spiritualmente tutte queste cose. La pura grazia di Dio ci ha dato il cielo, ma non vi possiamo entrare che passando attraverso la morte e la risurrezione con Cristo e per la potenza del suo Spirito. Infine, noi afferreremo ognuna delle nostre benedizioni, e ne proveremo la realtà celeste, occupandoci di queste cose ed entrandovi in modo diligente e personale. In altre parole, il cristiano per goderle deve appropriarsene per la fede, altrimenti è come un povero re malato, che vive all’estero e che non ha mai viaggiato nel suo regno.
Al v. 5 troviamo un altro punto importante che caratterizza il paese. C’è il nemico; vi sono degli ostacoli; ovunque poseremo il piede sorgerà un avversario. Vediamo qui chiaramente che Canaan non è il cielo come lo troveremo alla morte del corpo, ma il cielo nel quale si trova il nemico, il cielo scena del combattimento attuale del cristiano. Ma, preziosa promessa, «nessuno ti potrà stare a fronte» dice l’Eterno a Giosuè «tutti i giorni della tua vita», vale a dire finché io abbia stabilito il popolo in possesso definitivo del paese. E quale sicurezza per il popolo in questa promessa! Dio dice: Appena incontrerai il nemico sul tuo sentiero, esso sarà sbaragliato.
Vittoria! avrebbe potuto esclamare il popolo; Satana non potrà tener fronte a noi! Povero Israele, lo vedrai presto davanti alla città di Ai: tu non sei che un trastullo per la potenza di Satana, non hai forza per resistergli. Ma la tua potenza è in Cristo: «Nessuno ti potrà stare a fronte» dice l’Eterno a Giosuè, mentre al v. 3 la promessa era fatta al popolo: «Io ve lo do».
Notate un altro punto: al v. 4 Dio dà loro la descrizione esatta dei confini di Canaan. Il paese è molto esteso ma il popolo lo possedererà tutto solo nel millennio. È la stessa cosa per noi. I luoghi celesti sono la nostra conquista attuale, ovunque si posa il nostro piede; però, misureremo noi tutta l’estensione della nostra eredità? Ora «conosciamo in parte» ma il giorno viene in cui ciò che è in parte avrà fine e verrà la perfezione.
I confini del paese erano un grande deserto, un gran monte, un grande fiume, e un grande mare. Ecco quel che c’era oltre quel paese fertile, e là il popolo non poteva né doveva porre piede. È una figura del mondo con tutti i suoi caratteri morali, la sua aridità, la sua potenza, la sua prosperità, la sua agitazione. Quanto alla sua aridità, Israele l’aveva attraversata per sperimentare che non vi era là nessuna risorsa per lui, e che soltanto il pane del cielo poteva nutrirlo attraverso quelle solitudini. Tale è, fratelli, il carattere delle cose che non ci appartengono. Ma nostro è Canaan, il cielo: Canaan con i suoi combattimenti, senza dubbio, ma con le sue vittorie; Canaan con Giosuè, e con «l’Angelo dell’Eterno»; Canaan, con il calmo godimento dei possessi infiniti, che si riassumono e si concentrano attorno e nella persona d’un Cristo risuscitato, seduto nella gloria!
Al v. 6 troviamo l’energia spirituale, che l’apostolo Pietro chiama «la virtù». La fede li conduceva a posare ovunque la pianta del piede, la virtù doveva essere aggiunta alla fede. Ma notate che questa energia non si trova in noi; è in Giosuè per il popolo, è in Cristo per noi.
«Sii forte e fatti animo, perché tu metterai questo popolo in possesso del paese che giurai ai loro padri di dare ad essi». «Beato l’uomo la cui forza è in te...». Questo principio è di grande importanza. Quanti cristiani cercano di scoprire la forza in loro stessi e finiscono per essere o scoraggiati o soddisfatti di loro stessi, il che è anche peggio. La potenza è in Cristo, in Cristo per noi. E perché ci è data? Per ingigantirci ai nostri propri occhi e per gloriarci? Tutt’altro ma per introdurci nel sentiero dell’obbedienza (v. 7). Sono i piccoli fanciulli che imparano ad ubbidire; la nostra forza ci rende deboli, affinché la potenza di Cristo sia esaltata.
Troviamo un bell’esempio di questa verità al cap. 6 del libro dei Giudici. «L’angelo dell’Eterno apparve a Gedeone e gli disse: l’Eterno è teco, o uomo forte e valoroso!». Queste due cose si legano intimamente. «Va’ con cotesta tua forza», gli dice l’Eterno. Ed eccolo immediatamente colpito dal sentimento della sua nullità: il suo migliaio è il più povero di Manasse, ed egli è il più piccolo nella casa di suo padre. Ma l’Eterno gli dice: «Io sarò con te».
L’ubbidienza si regola sempre sulla parola di Dio. Dio dà la forza a Giosuè, perché abbia cura, Egli dice, di mettere in pratica tutta la legge di Mosè. Ma, assieme all’energia spirituale necessaria per ubbidire, occorre di più. Aggiunge al v. 8: «Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo giorno e notte, avendo cura di mettere in pratica tutto ciò che v’è scritto». Occorre dunque, oltre all’energia divina, una cura diligente per appropriarsi dei pensieri di Dio. Egli dice: Meditalo, affinché tu gli obbedisca. È questo il nostro scopo quando studiamo la Parola di Dio? Sovente amiamo leggerla per istruirci, e l’istruzione è buona; altre volte per insegnare agli altri, cosa eccellente al suo posto; ma la leggiamo noi con lo scopo di ubbidirla diligentemente? Se fosse così, come cambierebbe la vita di molti cristiani!
Egli aggiunge: «Meditalo giorno e notte». Vi sono dei cristiani che leggono un capitolo (un versetto forse) ogni mattina, come una specie d’amuleto che deve preservarli durante la giornata; ma questo non è meditare la Parola giorno e notte. E le nostre occupazioni? direte voi. Ma non è attraverso le vostre occupazioni che la Parola vi nutre da parte di Dio, per il godimento dell’anima vostra, e per guidarvi nel sentiero di Cristo? Questo è il solo mezzo per riuscire in tutte le nostre vie e prosperare.
Al v. 9 troviamo un ultimo principio: «Non te l’ho io comandalo? Sii forte e fatti animo». Che potenza ci dà la certezza del pensiero di Dio! Ogni indecisione nel cammino, ogni spavento, ogni timore dinanzi al nemico, svaniscono. Satana non ha nessuna potenza contro di noi.
Questi sono dunque i principii che debbono governare il cuore per godere delle cose celesti e per combattere le battaglie dell’Eterno. È prezioso vederli stabiliti proprio all’inizio di questo libro, prima che Israele avesse fatto un solo passo, in modo da mettergli in mano le armi ben forbite con cui riporterà la vittoria.
Dopo averci presentato il condottiero, il paese e le qualità morali che occorrono per entrarvi, la Parola ci parla (v. 10-18) di coloro che sono chiamati a prenderne possesso. Sono il popolo, e anche i Rubeniti, i Gaditi e la mezza tribù di Manasse. Questi ultimi non rifiutano d’entrarvi, come un tempo la generazione precedente allorché le spie avevano fatto struggere i loro cuori. Essi s’associano ai loro fratelli e sono in prima fila per combattere, ma non per prendere possesso del paese!
Il loro territorio lo vogliono al di qua del Giordano. È una loro scelta: avevano molto bestiame e il paese era adatto per l’allevamento del bestiame (Numeri 32:1). Accade lo stesso d’un gran numero di cristiani, e si potrebbe dire che oggi sono piuttosto le nove tribù e mezzo che hanno eletto domicilio al di qua del Giordano! Ciò che da il carattere alla vita cristiana della maggior parte dei credenti sono le circostanze della vita, i bisogni d’ogni giorno, l’abbondanza o la penuria, i recinti per i loro greggi, o le città per le loro famiglie (Numeri 32:16). Questi credenti non mancano di fede: fanno anzi l’esperienza che il Signore può entrare in grazia in tutte le loro circostanze; e lo fa, Lui che è disceso per portare la benedizione divina sulla terra. Non hanno un cristianesimo mondano, ma terreno.
Israele era una figura del cristianesimo mondano quando rifiutava di salire alla «montagna degli Amorrei». «Non sarebb’egli meglio per noi di tornare in Egitto? E si dissero l’uno all’altro: Nominiamoci un capo, e torniamo in Egitto!» (Numeri 14:3-4); così i loro corpi caddero nel deserto. Le due tribù e mezzo sono la figura di coloro che abbassano il cristianesimo ad una vita di fede per le circostanze terrene che attraversano. «Essi avevano molto bestiame». Mosè, dapprima, ne è indignato, ma in seguito sopporta, vedendo che benché la loro fede fosse debole era nondimeno fede, e quei legami terreni non li separavano dai loro fratelli.
Questa tendenza ad abbassare il cristianesimo fa sfoggio di sé come dottrina, ai giorni nostri. Con molta pretesa di potenza si conosce poco al di là d’un Cristo nel quale ci si confida per la direzione dei particolari grandi o piccoli della vita giornaliera. Si conosce Cristo come Pastore; si può dire: «Il tuo bastone e la tua verga mi consolano»; ma, anche sotto questo carattere, quant’è poco apprezzata l’estensione delle sue risorse! Se Egli ci conduce attraverso questo mondo, non è tuttavia quaggiù che ci fa riposare. I «verdeggianti pascoli» e le «acque chete» non sono né l’erba, né i recinti, né le città del paese di Galaad, bensì i ricchi pascoli del paese della promessa!
È bene confidarsi in Lui per ogni cosa, e ci preservi Dio dal cercare di sminuire questa fiducia dei santi; ma assaporiamo quaggiù la felicità di entrare dove si trova un Cristo glorificato, d’essere attirati fuori del mondo, strappati da questa scena, per essere introdotti, morti e risuscitati con Lui, nella Canaan celeste.
Là non è più il molto bestiame motivo del cammino, non si tratta di assestare la propria vita più o meno fedelmente secondo quel che si possiede; piuttosto, avendo lasciato tutto dietro a sé — se stesso assieme agli affari della vita — in fondo al fiume della morte, si tratta di combattere per prendere possesso di tutti i nostri privilegi in Cristo, di realizzarli per la fede, e di goderne per mezzo della potenza dello Spirito. Notate bene che, volenti o nolenti, tutti debbono attraversare il Giordano perché anche questi nostri fratelli combattono con noi contro l’incredulità, contro la potenza di Satana che spiega la sua efficacia nel mondo; ma la morte e la risurrezione sono per loro un fatto (lo è per tutti), non una realizzazione. Occorre che l’anima la realizzi per prendere possesso del paese.
Nella seconda parte del cap. 1 abbiamo visto due classi di persone chiamate ad attraversare il Giordano per entrare nel paese della promessa, figura dei luoghi celesti: il popolo, e le due tribù e mezzo il cui carattere morale non è all’altezza della loro vocazione, ma che prendono parte al combattimento per assicurare ad Israele il possesso della sua eredità.
Rahab e la sua casa ci presentano una terza classe di persone: i Gentili che per la fede condividono, con l’antico popolo di Dio, il godimento delle promesse. Rahab la meretrice era una pagana; apparteneva per nascita a quella vasta classe di cui parla l’epistola agli Efesini: «Voi, Gentili di nascita (cioè pagani) chiamati i non circoncisi da quelli che si dicono i circoncisi perché tali sono, per mano d’uomo, in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, ed estranei ai patti della promessa, non avendo speranza ed essendo senza Dio nel mondo». Inoltre Rahab era una persona degradata fra i Gentili stessi.
Ma la parola di Dio giunge al suo orecchio: «Noi abbiamo udito», dice alle spie. Era una parola che stabiliva la grazia e la liberazione per gli Israeliti, il giudizio per loro. La fede in questa parola la pone immediatamente, nella sua coscienza, sotto il peso del giudizio: «Non appena l’abbiamo udito, il nostro cuore si è strutto» (v. 11).
Come il suo popolo, essa è piena di paura; ma mentre il popolo aveva perduto ogni coraggio, questo timore in lei era il principio della sapienza, poiché era il timore dell’Eterno. Il timore la fa guardare a Dio e immediatamente essa acquista la certezza («io so», v. 9) che questo Dio è un Dio di grazia per il suo popolo nel quale cercherà rifugio. La fede non è l’immaginazione umana che ama illudersi e vede le cose sotto la luce che le piace. Non è la mente umana che architetta le sue conclusioni su delle possibilità o delle probabilità; dice semplicemente «io so», perché ha udito quel che l’Eterno ha detto.
Rahab guarda a Dio. È sotto la minaccia del giudizio, ma vede che Dio s’interessa del suo popolo. E dice fra sé: affinché Dio mi sia propizio, bisogna ch’io sia con questo popolo. Così, quando le spie si presentano, Rahab, per la fede, le riceve «in pace» (Ebrei 11:31); e mentre «il mondo» le cerca ovunque per sbarazzarsi della testimonianza di Dio, essa le stima e le mette al sicuro, poiché sono per lei il mezzo adoperato da Dio per farla sfuggire al futuro giudizio. Non solo Rahab crede al Dio d’Israele, ma come disse qualcuno, s’identifica coll’Israele di Dio.
La sua fede riceve una risposta immediata. Ella non ha bisogno, per acquistarne la certezza, di vedere Gerico circondata dall’esercito dell’Eterno; non sarebbe fede, che è certezza di cose che si sperano e convinzione di cose che non si vedono.
Notate quanto la risposta è completa e degna di Dio. Ella aveva detto: «Giuratemi... che ci preserverete dalla morte». I messaggeri rispondono: «Siamo pronti a dare la nostra vita per voi». La sua fede trova in altri (come noi in Cristo) il garante per sostituzione che la morte non la colpirà.
Non è tutto. Un cordone di filo scarlatto, simbolo della morte d’un essere senza apparenza e che avrebbe poi detto: «Io sono un verme e non un uomo», le basta come pegno e garanzia. Come il sangue dell’agnello pasquale messo sulla porta della casa allontanava il giudizio dell’angelo distruttore, così il cordone scarlatto sospeso alla finestra d’una casa che «era sulle mura», garantirà la casa e tutti coloro che vi si trovano, quando le mura crolleranno al suono delle trombe dell’Eterno.
Ancora un punto: I garanti della salvaguardia di Rahab sono dei testimoni viventi.
È lo stesso per noi: Cristo è il testimone vivente davanti a Dio dell’efficacia perfetta, in redenzione, del suo sangue versato alla croce per noi. «Non mediante il sangue di becchi e di vitelli, ma mediante il proprio sangue, è entrato una volta per sempre nel santuario, avendo acquistata una redenzione eterna».
Caro lettore, che bella fede è quella di Rahab! Non aspetta, secondo la raccomandazione delle spie, che il popolo sia entrato nel paese (v. 18), per legare il cordone alla finestra; appena son partiti, ella si affretta a metterlo, testimoniando così di aver creduto. La sua fede non tarda, parla ormai ad alta voce; dalla sua finestra proclama Cristo, e l’efficacia della sua opera per salvare la più miserabile delle peccatrici.
Infine, Rahab non è soltanto un esempio di fede, ma anche un esempio delle opere della fede. «Parimente, Rahab, la meretrice, non fu anch’ella gustificata per le opere quando accolse i messi e li mandò via per un altro cammino?» (Giacomo 2:25). È impossibile che vi sia fede senza le opere. Vi sono opere morte, che non sono il prodotto della fede e vi è una fede morta, che non produce opere. Ma le opere di Rahab non possono essere che il frutto della fede. Offrire il proprio figlio in olocausto come fece Abrahamo, agire come Rahab, spezzare un vaso prezioso per versare un profumo di gran prezzo, sono degli atti che il senso umano riprova, e di cui il mondo biasima e punirebbe gli autori; ma ciò che li rende approvati da Dio è che la fede ne è il movente, una fede disposta a sacrificare tutto per Dio e ad abbandonare tutto per il suo popolo.
Così Rahab ha avuto la sua ricompensa: un posto d’onore le è riserbato nel numero di coloro che, fra il popolo terreno di Dio, formano il lignaggio del Messia (Matteo 1:5).
I due primi capitoli di cui ci siamo occupati ci conducono al punto centrale della narrazione. Per entrare in Canaan bisognava che Israele passasse il Giordano. Che cos’è dunque il Giordano? Fin qui la liberazione del popolo, dall’Egitto in poi, è caratterizzata da due grandi avvenimenti: la Pasqua e l’attraversamento del Mar Rosso. È bene afferrarne il significato per comprendere quello d’un terzo avvenimento, la traversata del Giordano.
Ognuno di questi tre fatti è un simbolo della croce di Cristo, ma la croce è così ricca e così varia d’aspetti, che occorrono tutte queste figure e anche altre perché possiamo afferrarne la profondità e l’estensione.
Alla Pasqua, troviamo la croce di Cristo che ci mette al riparo dal giudizio di Dio. «Quella notte io passerò per il paese d’Egitto, e percoterò ogni primogenito nel paese d’Egitto, tanto degli uomini quanto degli animali; e farò giustizia di tutti gli dei d’Egitto» (Esodo 12:12). Ora, Israele stesso non potava essere messo al riparo che per mezzo del sangue dell’agnello, posto fra il popolo peccatore e un Dio giudice che era contro di lui. È l’espiazione. Il sangue, per così dire, arresta Dio, lo tiene fuori e ci mette al sicuro al di dentro: «Vedrò il sangue e passerò oltre». Soltanto, non dimentichiamo che è l’amore di Dio che provvede un sacrificio capace di incontrare il suo proprio giudizio. L’amore risparmia così il popolo che, con le sue capacità, non poteva, più degli Egiziani, evitare il Giudice.
La Pasqua ci presenta ancora un’altra verità. Il sangue era quello dell’agnello pasquale interamente arrostito, tipo di Cristo che subì nel modo più completo, esteriormente e nelle profondità del suo essere, il giudizio di Dio per noi e al nostro posto. Mentre erano al riparo per mezzo del sangue, gli Israeliti, e i credenti fra loro sopratutto, trovavano per il loro cuore un alimento: si nutrivano di Lui nella sua morte, con un profondo sentimento dell’amarezza del peccato (le erbe amare), ma d’un peccato completamente espiato.
Al Mar Rosso, troviamo un secondo aspetto della croce di Cristo: la redenzione. «Tu hai condotto con la tua benignità il popolo che hai riscattato». (Esodo 15:13). Se ci libera e ci riscatta, Dio è dunque per noi, invece d’essere contro a noi. Difatti è detto: «L’Eterno combatterà per voi, e voi ve ne starete queti» (Esodo 14:14). La Pasqua fermava un Dio giudice e metteva Israele al sicuro; al Mar Rosso, Dio interviene come Salvatore (15:2) in favore del suo popolo, il quale non ha null’altro da fare che assistere alla liberazione. «State fermi, e mirate la liberazione che l’Eterno compirà oggi per voi» (Esodo 14:13). Alla redenzione, Dio affronta lui i nemici che erano contro a noi, e che noi eravamo impotenti a combattere.
In quale situazione terribile e critica si trovava il popolo di Dio! Il nemico voleva riafferrare la sua preda, inseguiva Israele a spada sguainata, sertandolo contro un mare insuperabile. È lo stesso dei peccatori. La potenza di Satana li spinge verso la morte e la morte è il giudizio di Dio. «È stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio». Bisogna che l’anima abbia a che fare con quest’ultimo, direttamente, personalmente, ch’essa si trovi posta in contatto immediato con la morte che ne è l’espressione. Nessun mezzo per sfuggire. Il popolo era senz’armi contro il nemico, senza risorse contro la potenza della morte. Ma giunto agli estremi, ecco che Dio interviene. La verga dell’autorità giudiziaria, nella mano di Mosè, è stesa non sopra Israele ma in suo favore, sopra il mare. La morte diventa una via invece d’essere una voragine per il popolo. Essi possono attraversarla a piedi asciutti; che ora solenne quando tutto un popolo passava fra quelle mura liquide innalzate a destra e a sinistra sotto l’azione del «vento orientale»; fra quelle masse che, invece di inghiottirlo, gli facevano da baluardo! L’orrore per sempre; era rimasta la solennità della scena.
Troviamo in questa scena la figura della morte e del giudizio subito da un altro. Il Signore si è presentato al nostro posto. «Tu m’hai gettato nell’abisso, nel cuore del mare, la corrente mi ha circondato e tutte le tue onde e tutti i tuoi flutti mi son passati sopra»; «Le acque m’hanno attorniato fino all’anima» (Giona 2:4,6). Quest’orrore della morte Cristo l’ha sopportato, e lui solo l’ha sentito nelle profondità infinite dell’anima sua santa.
Con l'infinito sguardo scrutasti il cupo abisso,
e sopra l'infinito tuo cuore, in quel momento,
tutto gravò l'eterno nostro mortal tormento.
Il popolo attraversa il mare a piedi asciutti. Il giudizio non trova nulla in loro, perché si è esaurito nella morte, per noi, sulla persona di Cristo alla croce.
Essi passano sani e salvi all’altra riva; in questo troviamo la figura non della morte soltanto, ma anche della risurrezione di Cristo per noi.
È l’insegnamento che ci presenta il Mar Rosso. L’armata dell’avversario è distrutta e trova la sua tomba dove noi abbiamo trovato una via. Ogni terrore è passato; possiamo star ritti in pace sull’altra riva, nella potenza d’una vita di risurrezione che ha traversato la morte. È la fede che introduce in questa benedizione. «Per fede passarono il Mar Rosso come per l’asciutto; il che tentando fare gli Egizi, furono inabissati» (Ebrei 11:29). Mentre la fede l’attraversa, il mondo che cerca da se stesso di incontrare la morte e il giudizio sarà inghiottito.
Dopo aver considerato il significato del Mar Rosso come figura della morte e della risurrezione di Cristo per noi, chiediamoci ora qual è l’estensione della liberazione operatasi in favore del popolo. Questa liberazione è la salvezza, parola semplice ma per i nostri cuori d’un importanza senza pari! Vi sono, nella salvezza, due importanti aspetti. Il primo è la distruzione del nemico, di tutto il suo potere e di tutte le conseguenze di questo potere. La grazia, nella persona di Cristo, per mezzo della morte, vi è entrata invece nostra. È la grazia che porta la salvezza. In tal modo, la potenza di Satana, il mondo, il peccato, la morte, la collera e il giudizio son vinti, annientati per la fede, alla croce di Cristo.
Ma quest’opera benedetta ci dà anche una benedizione positiva: «Tu hai condotto con la tua benignità il popolo che hai riscattato: l’hai guidato con la tua forza verso la tua santa dimora» (Esodo 15: 13) «Vi ho portato sopra ali d’aquila e v’ho menato a me» (Esodo 19:4). «Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gl’ingiusti, per condurci a Dio» (1 Pietro 3:18). «Per mezzo di Lui, noi abbiamo, e gli uni e gli altri, accesso al Padre, per un medesimo Spirito» (Efesini 2:18).
Oh, benedizione infinita! Il popolo non solo è scampato, ma è arrivato per una via vivente che l’ha portato fino al termine, nella presenza di Dio stesso, di un Dio che per noi cristiani è il Padre.
«Vedete di quale amore ci è stato largo il Padre, dandoci d’esser chiamati figli di Dio!» (1 Giovanni 3:1). Intoniamo dunque con Israele, ma su una nota più alta, il cantico della liberazione! Non più separazione, non più distanza; lo scopo è raggiunto. Lo scopo è Dio stesso, colui che, per lo Spirito, chiamiamo «Abba! Padre!». E in tutta quest’opera, qual era la parte di attività d’Israele? qual è la nostra? Assolutamente nessuna. La salvezza ci è apportata dalla libera grazia d’un Dio che non esige, che non rivendica i suoi diritti sopra noi, ma che trova la sua soddisfazione ad essere un donatore sovrano.
Ritorniamo ora al Giordano. L’espiazione era fatta alla Pasqua; al Mar Rosso, la redenzione era compiuta, la salvezza acquistata. Ma c’è un’altra cosa: bisogna che il popolo sia in un certo stato per entrare in possesso del paese di Canaan.
Fra il Mar Rosso e il Giordano, Israele aveva attraversato il deserto. Questo viaggio comprende due parti distinte: nella prima, fino a Sinai, era la grazia che conduceva il popolo, la stessa grazia che l’aveva riscattato dall’Egitto e che gli fa fare l’esperienza delle risorse di Cristo, attraverso tutte le sue infermità; nella seconda, dopo il Sinai, Israele si trova sotto il regime della legge. Allora è «provato per conoscere ciò che era nel suo cuore». La prova dimostrò che era carnale, venduto al peccato; che non aveva nessuna potenza, che la sua volontà era inimicizia contro Dio, quando rifiutava d’obbedire alla legge di Dio, e infine si ribellava al momento di occupare il monte degli Amorrei e di entrare in possesso delle promesse. Lo stato morale d’Israele era l’ostacolo assoluto che gli chiudeva le porte di Canaan. E quando giunge al termine della sua esperienza nella carne, ecco il Giordano, un fiume straripante, che si oppone all’avanzare del popolo. Il Mar Rosso gli impediva di uscire dall’Egitto e il Giordano gli impediva di entrare in Canaan. Tentare di passarlo è la fine del popolo; significa essere inghiottiti dai flutti. Troviarno qui una nuova figura della morte. È la fine dell’uomo nella carne, e anche la fine della potenza di Satana. Come potremmo resisterle, noi che non abbiamo nessuna forza? Essa ci separa per sempre dal godimento delle promesse. «Misero me uomo! chi mi trarrà da questo corpo di morte?» Ma la grazia di Dio vi ha provveduto. L’arca condurrà il popolo; essa non solo gli farà conoscere la via por cui dovrà camminare, poiché non erano ancora mai passati per quella via (3:4), ma associa a sé il popolo per attraversare il Giordano. I sacerdoti, rappresentanti del popolo, dovevano prendere in spalla l’arca del patto, e passare davanti ad Israele (v. 6). Era ben l’arca del patto del Signore di tutta la terra che doveva passare davanti a loro (v. 11) attraverso il Giordano, ma non senza loro. L’arca conservava la sua preminenza: «Vi sarà tra voi e l’arca la distanza d’un tratto di circa duemila cubiti» (*) (v. 4); ma gli occhi del popolo fissi su di essa (v. 3) vedevano nello stesso tempo i sacerdoti della tribù di Levi che la portavano. Appena i sacerdoti ebbero tuffati i piedi nelle acque del Giordano, queste furono «tagliate» e il loro corso sospeso. Vi era qui una potenza vittoriosa sulla potenza della morte, e che associava Israele alla sua vittoria.
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(*) Poco più di un chilometro.
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Cari lettori, se così avvenne per Israele, quanto più per noi. Tutto ciò che eravamo nella carne trovò fine alla croce di Cristo. Noi possiamo dire: io sono morto al peccato, morto alla legge; sono crocifisso con Cristo. I miei occhi fissi sull’arca, su Cristo, vedono finire in Lui, in mezzo al fiume della morte, la mia personalità come figlio d’Adamo; ma in Lui pure una potenza vittoriosa, diventata mia, m’introduce nella vita di risurrezione di Cristo, al di là della morte, nel pieno godimento delle cose che questa vita possiede. «Non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». Senza dubbio la morte stessa non è ancora inabissata. «Ed avvenne che, come i sacerdoti che portavan l’arca del patto dell’Eterno furono usciti di mezzo al Giordano... le acque del Giordano tornarono al loro posto, e strariparon da per tutto come prima» (4:18). Ma quando «questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: La morte è stata sommersa nella vittoria» (1 Corinzi 15:54). Allora la posizione di Cristo al di là di tutto ciò che poteva ritenerci, diverrà anche la nostra per ciò che riguarda i nostri corpi. Ma prima dell’adempimento di queste cose, possiamo già dire: «Ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo» (1 Corinzi 15:57).
Troviamo dunque al Giordano, in modo particolare, la morte a ciò che noi siamo nel nostro antico stato, e il principio d’un nuovo stato, nella potenza della vita con Cristo, col quale siamo risuscitati. Questa morte e questa risurrezione c’introducono attualmente in tutte le benedizioni celesti. Ciò che abbiamo detto or ora ci spiega perché non troviamo qui i nemici, come al Mar rosso. Al Giordano, gli Israeliti non sono inseguiti da Faraone, né dal suo esercito, ma stanno per combattere un nemico che è davanti a loro, e questo combattimento non comincia che dopo la traversata del fiume. Ora entreranno in una serie di esperienze nuove. Quella del deserto di Sinai, era l’esperienza del vecchio uomo, del peccato nella carne; poi viene, in figura, al Giordano, la conoscenza acquistata per la fede che siamo stati trasportati dalla nostra associazione con la natura di Adamo ad una nuova associazione con un Cristo morto e risuscitato; infine, in Canaan, troviamo le esperienze del nuovo uomo, non senza debolezze e senza cadute (se non si vigila), ma con una potenza a nostra disposizione a cui possiamo ricorrere sempre, per essere «forti nella battaglia» oppure per resistere alle astuzie del nemico.
Abbiamo visto nel capitolo precedente che la fede in Cristo ci insegna (dopo un’esperienza sovente lunga quanto i quarant’anni del deserto per Israele) la liberazione dal nostro antico stato e l’introduzione in un nuovo stato in Cristo. L’anima, lavorata da molto tempo, apprende finalmente — è Dio che lo rivela alla fede — che ciò ch’essa cercava inutilmente di raggiungere è un fatto attuale, compiuto in Cristo per la fede.
Stupisce l’estrema semplicità con cui è espressa la scoperta di questo fatto capitale in Romani 7, mentre abbisognò tutto il corso del capitolo per definire le esperienze dell’anima prima della liberazione. Inoltre, l’espressione disperata d’una posizione senza uscita fa posto, senza transizione, a quella della riconoscenza e della gioia: «Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore». Il motivo mi appare molto semplice. Quando l’anima fa questa scoperta, impara che la liberazione ch’essa era incapace di raggiungere l’aveva già operata Dio per mezzo di Cristo e in Lui. Non è più una cosa da compiersi: è un fatto compiuto, che l’anima scopre e di cui si appropria, come preparato da molto tempo per la fede. Allora, nella calma e nella pace che inondano l’anima sua, il credente può dire: Ormai sono morto, perché sono in Cristo: sono morto con Cristo, morto al peccato, alla legge, al mondo; e vivo, non più io, ma Cristo vive in me (Galati 2:19 e 20; Romani 6:10; Colossesi 2:20; Galati 6:14).
È una verità non del dominio dell’intelligenza, e che il ragionamento non spiega, che non è ritenuta dalla memoria. Quante volte ho visto delle anime che cercavano d’impadronirsi, per così dire, dell’affrancamento con tanti sforzi. Che cosa accadeva? Quando, dopo molto travaglio di mente, credevano di essersi resi conto della portata dell’affrancamento, bastava una notte per dissipare ciò che credevano di possedere, come accade alle foglie morte che un soffio spazza via dalla sera al mattino. La realtà dell’affrancamento non si può capire ad un tratto; la troviamo soltanto dopo la nostra esperienza nella carne perché senza questa esperienza l’affrancamento non è conosciuto, come non vi fu passaggio del Giordano per Israele prima del deserto. L’affrancamento non è un’esperienza ma uno stato afferrato per la fede. È sperimentale solo nel senso che io mi vedo in Cristo, invece di afferare, come per la redenzione, un’opera compiuta fuori di me.
Tale è il significato del Giordano per noi. Ma Dio vuole che abbiamo continuamente sotto gli occhi il memoriale di questa vittoria.
Giosuè comanda ai rappresentanti delle dodici tribù di prendere dodici pietre dal mezzo del Giordano, dal luogo dove i sacerdoti si fermarono. Quelle pietre dovevano essere un segno fra i figli d’Israele. Dovevano essere collocate nel luogo dove il popolo passerà la prima notte nella terra di Canaan. Questo luogo fu Ghilgal. Che cosa significavano quelle pietre? Rappresentavano le dodici tribù, il popolo strappato alla morte, per mezzo dell’arca che s’era fermata nel luogo stesso dal quale bisognava essere liberati, e che aveva fermato le acque del Giordano perché Israele passasse il fiume. Ma esse diventavano un monumento all’entrata di Canaan, in Ghilgal, in un luogo dove (come lo vedremo più avanti) il popolo dovrà sempre ritornare; erano un segno destinato ad essere ormai costantemente sotto i loro occhi e sotto gli occhi dei loro figli.
Cari lettori cristiani, come Israele, noi siamo quei trofei della vittoria riportata sulle acque impetuose del fiume. Cristo è entrato nella morte, perché noi vi eravamo. «Uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono» (2 Corinzi 5:14), e affinché poi fossimo tratti fuori dalla morte e condotti ad una vita nuova nella sua propria risurrezione: «Quand’eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo... e ci ha risuscitati con Lui» (Efesini 2:5).
Ma abbiamo al di là del Giordano il monumento di quest’opera memorabile, edificato là in permanenza per servire d’alimento alla fede d’Israele, monumento che il popolo ritroverà sempre all’entratta di Canaan. Per noi è Cristo, oggetto della nostra fede, il primogenito d’infra i morti, risuscitato ed entrato nei luoghi celesti, ma un Cristo che ci rappresenta lassù e ci associa a sé, come si è associato a noi nella morte.
Ora, Dio vuole che il Cristo, posto così davanti ai nostri occhi, produca in noi un effetto morale corrispondente; che la nostra coscienza sia impegnata in modo durevole da questa contemplazione. «Queste pietre saranno, per i figli d’Israele, una ricordanza in perpetuo»; anche per noi è così, con un effetto interiore che l’accompagna. Il credente risuscitato con Cristo porta su di sé il carattere indelebile della sua morte. Se tale è il mio posto in Cristo, posso io vivere ancora alle cose che ho abbandonato, che Cristo ha lasciato in fondo al Giordano? «Il suo morire fu un morire al peccato una volta per sempre: ma il suo vivere è un vivere a Dio». Fin qui è a ricordanza. «Così anche voi fate conto d’esser morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù» (Romani 6:10,11). Ecco l’effetto morale.
Le dodici pietre in Ghilgal non sono soltanto la nostra morte e la nostra risurrezione con Cristo (il Giordano significava questo), ma sono il memoriale di questa morte e di questa risurrezione, vedute in Cristo risuscitato e entrato nella gloria. Questo monumento ci ricorda ciò che ormai dobbiamo essere. Al Giordano, Dio ci dichiara morti, ed è la parte di tutto il popolo; ogni cristiano è morto e risuscitato con Cristo. Ghilgal ne è la realizzazione morale. Tutti avevano passato il Giordano, però molti di loro erano forse tanto indifferenti da non informarsi del perché di quel monumento di Ghilgal, di quelle pietre che dicevano al popolo: «Fate conto d’esser morti al peccato, ma viventi a Dio, in Cristo Gesù» (Romani 6:11).
Se le dodici pietre in Ghilgal parlavano alla coscienza d’Israele, un altro monumento elevato in mezzo al Giordano parlava seriamente al suo cuore. Chi poteva vedere quelle pietre, poiché le acque che staripavano da per tutto le avevano ricoperte? Potevano soltanto essere conosciute dalla fede. Non erano il simbolo d’una vita di risurrezione, che aveva attraversato la morte e ne portava le insegne e il carattere; erano essenzialmente il monumento della morte. Le pietre in Ghilgal sono il monumento dell’introduzione per mezzo di Cristo nei nostri privilegi, privilegi in cui noi entriamo soltanto dopo essere passati per la morte con Lui. Ma quando penso alle pietre nel Giordano, il mio cuore è in comunione con Lui nella morte. Ritorno a sedermi, per così dire, in riva al fiume della morte e dico: Ecco il mio posto; là io ero; là Egli è entrato per me. Egli mi ha liberato dal peccato, dal mio vecchio uomo e l’ha lasciato, con la sua vita, in fondo al Giordano; le acque profonde mi hanno seppellito nella persona di Cristo. Che cosa ti obligava, diletto Salvatore, a prendere quel posto? Tu solo avevi il diritto di non occuparlo mai; tu solo, avendo lasciato la tua vita, avevi il diritto di riprenderla. Ma il tuo amore per me ti ha fatto entrare nella morte. Nessun altro motivo, fuorché la gloria di Dio che avevo disonorato, ha potuto farti discendere là. Non soltanto tu hai fermato vittoriosamente per me le acque del Giordano, impegnando da solo il combattimento, «finché tutto quello che l’Eterno aveva comandato a Giosué... fosse eseguito» (v. 10), e il popolo intero fosse passato; ma quelle stesse acque son passate su di Te. Io vedo in quel monumento quel che la morte è stata per la tua anima santa; vi ritrovo il ricordo dell’amarezza profonda di quel calice che tu hai bevuto! Le dodici pietre «vi sono rimaste fino al dì d’oggi» (v 9). Il monumento resta, la croce resta, testimomanza eterna d’un amore che ho imparato a conoscere là, testimonianza anche del solo posto in cui Dio potesse mettere tutto quel che appartiene al mio vecchio uomo.
In rapporto con queste cose, notate anche ciò che è presentato al v. 18. «E avvenne che, come i sacerdoti che portavano l’arca del patto dell’Eterno furono usciti di mezzo al Giordano e le piante dei loro piedi si furono alzate e posate sull’asciutto, le acque del Giordano tornarono al loro posto e strariparon da per tutto, come prima». La sentenza è eseguita, il vecchio uomo condannato, la condanna passata, la morte vinta; ma la morte resta. Ciò che era prima un ostacolo per entrare, ostacolo annullato dall’arca che ci aprì la strada, diventa, dopo il nostro passaggio, quel che ci separa non solo dal lontano Egitto e dal deserto di Sinai ma da noi stessi. Siamo noi soddisfatti di non aver più nulla a che fare con l’uomo, con noi stessi? Se così non è, allora non vi può essere per noi godimento durevole nel paese di Canaan.
Le due tribù e mezzo (v. 12 e 13) passarono il Giordano coi loro fratelli, equipaggiati per la guerra, per combattere; ma due cose non conoscevano: il valore del paese di Canaan e il valore della morte. Il fiume non li arrestò quando, rientrando, raggiunsero le mogli, i figli e i greggi che li aspettavano a riva. Il paese «al di qua» aveva per loro un’attrazione, mentre il popolo, che godeva in pace Canaan, vedeva con gioia, nel Giordano, la barriera che lo separava da tutto ciò che, ormai, non aveva più alcun valore ai suoi occhi.
«In quel giorno, l’Eterno rese grande Giosuè agli occhi di tutto Israele; ed essi lo temettero, come avevano temuto Mosè tutti i giorni della sua vita» (v. 14). Lo stesso è di Cristo. La gloria del Padre lo elevò grandemente, come Salvatore, ai nostri occhi, in virtù della sua opera perfetta. Il risultato di quest’opera è l’introduzione dei santi con Lui nel godimento attuale e nel possesso futuro della gloria. È il suo titolo di gloria e il suo onore per sempre.
Ma il Signore possederà anche altre corone. Verrà per Lui il giorno, di cui Salomone godette in figura, di cui è detto: «Salomone si assise dunque sul trono dell’Eterno come re, invece di Davide suo padre; prosperò, e tutto Israele gli ubbidì. E tutti i capi, gli uomini prodi, e anche tutti i figli del re Davide si sottomisero al re Salomone. E l’Eterno innalzò sommamente Salomone nel cospetto di tutto Israele, e gli diede un regale splendore quale nessun re, prima di lui, ebbe mai in Israele» (1 Cronache 29:23-25).
Cristo regnerà; il suo popolo Israele gli sarà sottomesso, e anche quelli ch’Egli si degna di chiamare suoi fratelli piegheranno felici le ginocchia dinanzi a Lui, riconoscendo con gioia, nella gloria, alla sua presenza, ch’Egli è il Signore, come lo riconobbero quaggiù durante i giorni del suo rigettamento e della sua assenza.
Troviamo in 2 Cronache 32:23, un’altra gloria futura di Cristo. Sotto il re Ezechia, dopo la liberazione d’Israele, per mezzo del giudizio delle nazioni nella persona dell’Assirio, è detto: «E molti portarono a Gerusalemme delle offerte all’Eterno, e degli oggetti preziosi ad Ezechia, re di Giuda, il quale, da allora, sorse in gran considerazione agli occhi di tutte le nazioni». Le nazioni gli saranno sottomesse.
Infine, è scritto in Filippesi 2:9-11: «Ed è perciò che Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al disopra d’ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre». Il cielo, la terra e l’inferno si curveranno davanti a Colui che si è abbassato fino alla morte della croce!
Abbiamo trovato al cap. 1 i principi morali richiesti per prendere possesso di Canaan; abbiamo visto al cap. 2 che, quando si tratta dei luoghi celesti, Dio esce dai confini di Israele e che vi si entra sul principio della fede. I cap. 3 e 4 ci hanno presentato il segreto per entrarvi.
Al cap. 5 impariamo un altro segreto, quello della vittoria; infatti, questo capitolo incomincia (v. 1) coi nemici. Tutti i re dei Cananei e degli Amorrei sfilano, per così dire, sotto i nostri occhi, ma la potenza che hanno ricevuto da Satana è già stata abbattuta al Giordano, alla morte, nella persona del loro principe. Malgrado ciò, sono troppo forti per il povero popolo d’Israele, ma Dio lo metterà in grado di riportare la vittoria sui nemici. In che modo? Egli spoglia il suo popolo di tutte le armi e di tutte le risorse che potrebbe trovare in se. La carne non può entrare nel combattimento, Dio la giudica, la mette da parte; ecco quel che significa la circoncisione. La circoncisione è «lo spogliamento del corpo della carne» in Cristo. È un fatto compiuto per ogni credente, come il Giordano è una cosa compiuta per ognuno di noi, che ne realizziamo o no la portata.
L’insegnamento di Colossesi 2:9-15 su questo punto è molto chiaro e di grande bellezza: «In Lui — dice l’apostolo — abita corporalmente tutta la pienezza della Deità». Tutto è in Cristo, nulla gli manca. Ma al v. 10 siamo noi che abbiamo tutto in Lui, e nulla ci manca; non si può dunque cercare qualcosa fuori di Lui per aggiungerla. «In Lui voi siete anche stati circoncisi d’una circoncisione non fatta da mano d’uomo, ma della circoncisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne». Non soltanto, dice l’apostolo, non vi è nulla da aggiungere, ma anche non vi è nulla da togliere a quelli che sono in Lui. Il corpo della carne è giudicato e noi ne siamo spogliati; è un atto compiuto, è la circoncisione del Cristo. Al v. 12 troviamo che questa fine del vecchio uomo che ha luogo per noi nella morte di Cristo, diventa personale nel cristiano: «Essendo stati con Lui sepolti nel battesimo, nel quale siete anche stati risuscitati con Lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato Lui dai morti». Questo passo abbraccia la cosa nella sua estensione, e corrisponde alle due verità rappresentate dal Giordano. È la morte e la risurrezione con Cristo. Ecco dunque stabilite due grandi verità: noi siamo compiuti davanti a Dio in Cristo, e perfettamente liberati da tutto ciò che siamo in noi stessi.
L’epistola ai Filippesi (3:3) stabilisce il contrasto fra la circoncisione fatta con mano e la vera circoncisione, quella del Cristo. «I veri circoncisi siamo noi», dice l’apostolo, «che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio». La circoncisione carnale sotto la legge non aveva mai fatto ciò. Bisognava non aver più nulla a che fare con la carne per rendere culto per lo Spirito. Poi aggiunge: «che ci gloriamo in Cristo Gesù». La carne, anche religiosa, non si gloria che in se stessa (*). Infine l’apostolo conclude dicendo: «e non ci confidiamo nella carne». Ecco qual’è la vera circoncisione. È mettere da parte per mezzo del giudizio, nella croce di Cristo, ciò che la Parola chiama «la carne», in modo che ormai non possiamo più avere alcuna fiducia in essa. Verità importante da conoscere! Quando si tratta del combattimento, come per il popolo d’Israele, bisogna che le stigmate della morte della carne siano su di noi. Notate, cari lettori, non si tratta qui di cercare di non aver più nulla a che fare con noi stessi, né di cercare di spogliarci; è uno spogliamento compiuto alla croce; «il peccato nella carne» è condannato e la fede afferra questo fatto che diventa una realtà pratica in quanto la coscienza prova e riceve questo giudizio. Occorreva che il carbone ardente toccasse le labbra d’Isaia; e benché il fuoco giudiziario dell’altare si fosse esaurito sulla vittima, benché non gli rimanesse che la potenza purificatrice, il profeta doveva essere messo in contatto col carbone ardente, simbolo dell’esperienza fatta dalla nostra coscienza del giudizio divino (Isaia 6:6-7).
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(*) Ne trovate la prova in Colossesi
2:21-23. Gli ordinamenti, i comandamenti e gli insegnamenti degli
uomini, possono avere un’apparenza di saggezza per quel tanto che
v’è in essi di «austerità nel trattare il
corpo, ma... servono solo a soddisfare la carne».
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«E l’Eterno disse a Giosuè: Oggi vi ho tolto di dosso il vituperio dell’Egitto». Al Mar Rosso erano stati liberati dalla schiavitù di Satana e del peccato; qui, per la prima volta, sono liberati, per mezzo del giudizio, dalla schiavitù della carne. Ma lo Spirito di Dio aggiunge: «E quel luogo fu chiamato Ghilgal, nome che dura fino al dì d’oggi». È qui che trova posto una seconda grande verità. Ho detto che la circoncisione, il giudizio, la messa da parte della carne, è un fatto compiuto in Cristo; ma si presenta inoltre sotto un aspetto essenzialmente pratico. Non può essere considerata puramente come dottrina. Il luogo della circoncisione era Ghilgal. Se questo luogo era il punto di partenza dell’esercito dell’Eterno, prima che avesse riportato vittorie, diventava il luogo del ritrovamento dopo la vittoria (10:15) e il punto di partenza per riportarne delle nuove. Il giudizio della carne rimaneva. Il popolo doveva applicarvisi incessantemente, altrimenti la carne si sarebbe adoperata per riafferrare ciò che aveva perduto, e la prima vittoria non sarebbe seguita da una seconda. Più volte ritroveremo Ghilgal nel corso di questo libro; ci basti per ora ritenere che se la circoncisione significa lo «spogliamento del corpo della carne», Ghilgal è la mortificazione delle «nostre membra che sono sulla terra». Colossesi 3:5-8 ci insegna appunto questo, in contrasto con il cap. 2:11.
Fratelli, ogni vittoria ci apre nuovi orizzonti sul paese della promessa. Senza lotta non c’è mezzo di impossessarsi di nessuna delle nostre benedizioni, ma senza Ghilgal non è possibile la vittoria. Che cosa ci è più prezioso? Canaan coi suoi combattimenti, oppure le nostre membra sulla terra? Preferiamo noi la soddisfazione passeggera delle concupiscenze della carne al penoso compito di ritornare a Ghilgal? In questo caso, l’umiliazione e il castigo verranno ad insegnarci a ritrovare quel sentiero, se non avremo perduto del tutto il segreto della forza nelle amarezze, nelle lacrime, e nella rovina irrimediabile della sconfitta.
Le prime condizioni indispensabili per la battaglia sono lo spogliamento della carne per mezzo del giudizio operato alla croce, e la realizzazione di questo giudizio nella pratica. Né l’elmo di Saul, né la corazza, né la sua spada, potevano essere d’alcuna utilità a Davide per combattere contro il Filisteo; bisognava che se li togliesse di dosso (1 Samuele 17:39).
Ma vi è un’altra risorsa. Prima di alzarsi per combattere, Israele deve sedersi alla tavola di Dio. Bisogna essere nutriti per resistere alle fatiche della guerra; è questo il segreto della forza. Nutriti di che? Di Cristo. Egli è la sorgente della forza. Se il popolo manca di nutrimento non camminerà verso la vittoria. Che cosa benedetta entrare nel combattimento con dei cuori nutriti di Cristo! Se si avanza verso il nemico con un cuore vuoto di Lui, possiamo aspettarci d’essere vinti. Nel caso contrario, come vediamo al capitolo seguente, il combattimento non spaventa affatto. Accordi Dio ad ognuno di noi di fare questa esperienza. Non aspettiamo domani; potremmo essere chiamati a combattere questa sera stessa. Nutriamoci di Cristo oggi e domani e ad ogni istante, per essere pronti al primo segnale, ad alzarci per camminare verso la vittoria.
Diletti, il nostro nutrimento è una persona, è Cristo; non sono né delle verità né dei privilegi; è Lui stesso. Egli ci è presentato qui come il nostro alimento, sotto tre aspetti differenti: la Pasqua, la manna, il grano del paese.
Questa Pasqua di Canaan è la stessa festa che il popolo aveva celebrato in Egitto, e tuttavia quanto differiscono l’una dall’altra! Là, era un popolo avente coscienza della sua colpa, frettoloso di fuggire, protetto dal sangue dell’agnello in mezzo alle tenebre e al giudizio; qui è un popolo arrivato allo scopo, entrato in Canaan, liberato dalle ultime tracce dell’obbrobrio d’Egitto, un popolo risuscitato che ha attraversato la morte, ma che torna a sedersi in perfetta pace al punto di partenza, al fondamento stesso di tutte le sue benedizioni, attorno al memoriale d’un Cristo morto sulla croce per noi.
La Pasqua in Canaan corrisponde a ciò che la Cena rappresenta per i cristiani; e, notatelo, è un nutrimento permanente. La nostra Cena non cesserà nella gloria; soltanto, non sarà più il ricordo della morte del Signore celebrato durante la sua assenza; e non avremo neppure bisogno d’un’immagine materiale per rammentarlo; vedremo in mezzo al trono l’Agnello stesso come immolato. Lui, centro visibile della nuova creazione fondata sulla croce, punto d’appoggio e perno delle benedizioni eterne, oggetto che le miriadi di miriadi contemplano e adorano in un culto universale!
Ma vi è un altro cibo, per così dire, della cena celeste. «L’indomani della Pasqua in quel preciso giorno, mangiarono dei prodotti del paese: pani azzimi e grano arrostito» (*) (v. 11). Dio dava loro un cibo che non avevano conosciuto in Egitto: il grano del paese di Canaan, un Cristo celeste, glorioso, ma un Cristo uomo, che aveva attraversato questo mondo contaminato dal peccato in un’umanità senza macchia, come il pane era senza lievito; che in questa stessa umanità, aveva attraversato il fuoco del giudizio, come il grano arrostito; e che era entrato in risurrezione nella gloria, per sedersi come uomo alla destra di Dio.
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(*) La versione Riveduta dice:
«mangiarono dei prodotti del paese: pani azzimi e grano
arrostito». Il testo originale però è:
«mangiarono del vecchio grano del paese, dei pani azzimi e del
grano arrostito».
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Ora, quest’uomo è là per noi. Non solo è il nostro avvocato davanti al Padre ma nella sua persona ha introdotto l’uomo nella gloria. Il posto è preparato per l’uomo nel terzo cielo. L’uomo, in Cristo, entra nel completo godimento delle beatitudini celesti. Io considero quest’uomo e dico: Ecco il mio posto! Io sono in Lui, un uomo in Cristo, avente già la sua vita, la vita eterna, la vita dell’uomo risuscitato d’infra i morti; io sono unito a Lui, seduto in Lui nei luoghi celesti, e godo di questa infinita benedizione per mezzo dello Spirito Santo, la potenza stessa che mi ha qui introdotto.
Adorabile Salvatore! Per me tu sei disceso; tu sei stato per me sulla croce; tu sei entrato nella gloria e mi ci hai introdotto nella tua persona, prima di avermi là simile a te, per tutta per l’eternità! Contemplare un tale Cristo, che gioia gloriosa e che potenza! «Noi tutti, contemplando a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria dei Signore, siamo trasformati nell’istessa immagine di lui, di gloria in gloria, secondo che opera il Signore, che è Spirito» (2 Corinzi 3:18). Si trova in questo versetto il risultato del fatto che ci si nutre del grano del paese.
L’anima modellata su di Lui, su un Cristo celeste, è capace di riprodurre i caratteri di quell’oggetto benedetto. Tale è la nostra parte; tale fu la parte di Stefano, il martire fedele. Vediamo in lui un uomo ripieno dello Spirito Santo come frutto dell’opera perfetta di Cristo, un credente nel suo carattere normale, in mezzo a circostanze tali da fargli perdere questo carattere, e che nondimeno risponde perfettamente allo scopo per cui Dio lo ha messo quaggiù. Lo Spirito, senza impedimento, lo attacca ad un oggetto nel cielo, non avendo il suo cuore alcun oggetto sulla terra e non essendo lo Spirito obbligato a combattere in lui per portarlo all’altezza d’un Cristo celeste. I caratteri dell’Uomo glorioso nel cielo diventano in lui quelli dell’Uomo perfetto sulla terra: «Signore Gesù, ricevi il mio spirito»; «Signore, non imputar loro questo peccato». Ecco un esempio che ci mostra che cos’è «essere trasformati alla stessa immagine di lui, di gloria in gloria». Non è una cosa mistica o un prodotto vago dell’immaginazione umana; è nella nostra vita giornaliera, nei nostri atti, nelle nostre parole, per mezzo dell’amore, dell’intercessione, della pazienza, della dipendenza, che noi riproduciamo in grazia i caratteri del Cristo glorioso che contempliamo. È così per noi, fratelli, in questi giorni? Sono i nostri cuori tanto nutriti di Lui che gli uomini possano notarlo nella nostra vita? Quelli che ci attorniano possono vedere, come per Stefano o per Mosè, i raggi della gloria di Cristo sopra il nostro viso? Non siamo noi che dobbiamo saperlo, poiché, in questo caso, avremmo già perduto di vista l’oggetto celeste per volgere lo sguardo su noi stessi. Mosè solo, in tutto il campo d’Israele, ignorava che il suo viso risplendesse.
«E la manna cessò l’indomani» (v. 12). Israele non ne mangiò più; la manna era il nutrimento del deserto, un Cristo disceso dal cielo in mezzo alle nostre circostanze, per incoraggiarci nelle difficoltà della strada. All’opposto d’Israele, noi cristiani abbiamo il privilegio d’avere Cristo come nutrimento ad ogni riguardo. Ma la manna non è un nutrimento permanente; è un alimento del viaggio. Senza dubbio, era indispensabile e tanto preziosa che il ricordo restò in permanenza davanti a Dio nel vaso d’oro nell’arca (Esodo 16:33) e rimarrà sempre davanti a noi quando avremo la «manna nascosta» (Apocalisse 2:17); soltanto, come nutrimento, essa è transitoria; il viaggio avrà termine. Ma il grano del paese sarà, come la Pasqua, il nostro nutrimento permanente ed eterno, non per essere noi, come quaggiù, trasformati gradatamente alla sua immagine, ma perché già gli saremo conformi (Filippesi 3:21); «saremo simili a Lui, perché lo vedremo come Egli è» (1 Giovanni 3:2).
Il combattimento sta per incominciare, e il generale dell’esercito non è ancora apparso. Egli si presenta all’ultimo momento, ma proprio al momento opportuno «come Giosuè era presso a Gerico». La fede può contare su Lui nel momento del bisogno; i preparativi per combattere sono, come abbiamo visto, Ghilgal e il nutrimento celeste; la potenza, il piano, l’ordine, il momento della battaglia, di tutto ciò e più ancora è responsabile il capo dell’esercito. Chi non è stato a Ghilgal non può comprendere un simile modo di combattere e introduce nella battaglia i suoi propri piani, impegna il combattimento o troppo presto o troppo tardi, si lancia all’assalto e combatte in una falsa direzione; cade, è vinto.
Notate questo rappresentante dell’Eterno, quest’angelo del Signore, di cui l’Antico Testamento ci parla così sovente (è detto di lui in Esodo 23:21: «Il mio nome è in lui»), con quale meravigliosa grazia si presta alle circostanze del suo popolo. Egli si mostra a Israele come liberatore al Mar Rosso, come viaggiatore nel deserto, come Capo d’esercito in Canaan; poi, più tardi, quando il regno è stabilito, abita in pace in mezzo a loro. Ammirabile condiscendenza la sua! E quale sicurezza dà alle nostre anime. Qui lo vediamo «con in mano la spada snudata». È questa spada che percuoterà; Israele non ne ha bisogno di altre.
L’angelo dell’Eterno interviene, nella storia del popolo, tre volte con la spada snudata. La prima volta per preservarlo dai pericoli che lo minacciano quando Balaam, che si trovava in cammino per maledire Israele, incontra questo messaggero che lo ostacola (Numeri 22:23); la seconda volta nel nostro capitolo per combattere con Israele e dargli la vittoria; la terza, ahimè! per giudicare il popolo che aveva peccato nella persona del suo re (1 Cronache 21:16).
Noi pure, diletti fratelli, possiamo aver a che fare con l’angelo dell’Eterno in questi tre modi. Quante volte, senza che neppure ci accorgiamo, egli fa fronte al nemico che tenta di accusarci e di maledirci! Quante volte ci associa in grazia al combattimento contro le potenze delle tenebre che sono nei luoghi celesti! Quante volte, infine, si rivela a noi come a Davide, con la spada snudata, rivolta contro la città di Dio, cioè come colui che è per i suoi un fuoco consumante, che li castiga e li umilia, ma per rimettere poi la spada nel fodero e ristorarli alla fine.
Malgrado tutto anche questo è consolante; ma com’è terribile, come Balaam, vedersi davanti l’angelo con la spada snudata, quando vendeva al diavolo, l’accusatore dei santi, per una ricompensa, il dono ricevuto da Dio!
Un tale sentiero è quello d’un riprovato che non conosce Dio. Sono tanti i veri cristiani, ai nostri giorni di rovina, che s’associano in qualche maniera al cammino di Balaam, ad una ostilità contro il popolo di Dio, rivestita dell’abito del profeta, e che si mette al servizio del mondo per fare l’opera dei nemico!
«Giosuè andò verso di lui, e gli disse: Sei tu dei nostri, o dei nostri nemici?» È impossibile rimanere neutri nel combattimento.
Dovremmo tutti comprenderlo, come Giosuè: «Chi non è contro a noi, è per noi» (Marco 9:40). «E il capo dell’esercito dell’Eterno disse a Giosuè: Levati i calzari dai piedi, perché il luogo dove stai è santo. E Giosuè fece così» (v. 15). Colui che si rivela a Giosuè come capo dell’esercito, rivendica anche il suo carattere di santità. Quando si è chiamati a combattere sotto questo divino condottiero, è impossibile rimanere associati, personalmente o come popolo di Dio, con il male o la contaminazione nel cammino. Il popolo fu vinto davanti alla città di Ai per avere misconosciuto questo principio. Conservare nel nostro cuore un male non giudicato ci espone al giudizio di Dio e ci abbandona senza difesa alcuna nelle mani del nemico; è lo stesso per il male nell’assemblea. Se Dio è santo in redenzione, come lo mostrò a Mosè nel pruno ardente (Esodo 3:5) (e dove mostrò la sua santità in modo più luminoso?), ricordiamoci che Egli non è meno santo nel combattimento, e che non possiamo entrarvi che dopo esserci tolti i calzari dai piedi.
Il popolo è finalmente giunto in presenza dell’ostacolo terribile che gli era stato posto davanti per impedirgli di prendere possesso di Canaan (Numeri 13:28).
Nulla il nemico odia di più che vederci entrare nei nostri privilegi e prendere una posizione celeste. Sa benissimo che gli esseri celesti gli sfuggono e gli rapiscono i suoi beni. Così il suo primo sforzo è di porre ostacolo alla nostra avanzata. Troviamo questo nella storia di ogni credente. Non dico che accada sempre al tempo della conversione, ma capita spesso quando si tratta di entrare nel sentiero del combattimento per realizzare la nostra vocazione celeste. Il primo oggetto che incontriamo è l’ostacolo frapposto da Satana, una fortezza in apparenza inespugnabile. Impossibile entrarvi, impossibile uscirne (v. 1). Tutto ciò è tale da spaventarci e farci tornare indietro; ed è proprio lo scopo dell’avversario, che vi riesce, purtroppo, sovente. Nessuno di noi, dico, può evitare d’incontrare un giorno o l’altro la sua «fortezza di Gerico». Non è necessario enumerare le difficoltà di ogni anima perché sono molto diverse; ma si riassumono tutte in questa parola: l’ostacolo. Se avanzo, che accadrà? Perderò la mia posizione, la mia carriera sarà compromessa, i miei amici m’abbandoneranno, i miei parenti non lo sopporteranno mai; dovrò lasciare tutti quelli che amo, separarmi da cristiani fra cui ho trovato della benedizione. Tale è l’aspetto frequente che le alte mura di Gerico rivestono per l’anima. Quanti cristiani perdono coraggio prima di combattere, e se ne tornano indietro!
Ma l’anima preparata da Dio non indietreggia dinanzi alle difficoltà. Sa di possedere un mezzo per vincerle e se ne serve. Mezzo semplicissimo, mezzo unico, poiché non ve n’è altri: la fede. «Per fede caddero le mura di Gerico, dopo essere state circuite per sette giorni» (Ebrei 11:30). La fede è la semplice fiducia in un altro, nel Signore; ed è anche l’assenza completa di fiducia in se stesso, poiché queste due cose sono inseparabili. La fede basta per far cadere l’ostacolo. Che importa se le mura s’innalzano fino al cielo? Che cosa sono esse per la fede? La fede conta sulla potenza di Dio. È questo il primo grande carattere della fede. «Affinché la vostra fede fosse fondata non sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio» (1 Corinzi 2:5). La cosa necessaria per il combattimento è una potenza assolutamente divina; essa sola può abbattere l’ostacolo; su essa unicamente la fede riposa.
Vedete ora come questa potenza, quando fa appello alla fede, è gelosa di non lasciar sussistere nulla che possa aver l’apparenza della sapienza umana. La scelta delle armi o dei mezzi di combattimento non è loro data dal capo dell’esercito dell’Eterno che parla con Giosuè. Non hanno nessun piano da fare, non hanno da consultarsi per trovare i mezzi per riportare la vittoria. Dio stesso ha ordinato ogni cosa. Ora, la fede si sottomette all’ordine stabilito da Dio, si serve dei mezzi ch’Egli indica e non ne inventa. Occorrono delle società, dei comitati, dei sinodi, del denaro, si dice. È all’uomo che servono tutte queste cose; ma alla fede non abbisogna niente di tutto ciò. Dio ha dei mezzi propri.
Ma perché non semplifica Egli la via? Perché tutte queste complicazioni? Perché circuire ogni giorno la città, e per sette volte il settimo giorno? Perché questo corteo e l’arca e le trombe? Cari lettori, la fede non domanda perché; non ragiona sui mezzi di Dio ma li accetta e riporta la vittoria invece d’essere battuta dal nemico. Fu lo stesso alla Pasqua, fu lo stesso al mar Rosso. La fede è dunque stupida? No, ma prima si sottomette e in seguito comprende. La fede vi dirà il perché dei sette giorni, dell’arca, del corteo, delle trombe e delle grida d’acclamazione; ma ve lo dirà dopo essersi sottomessa. Se volesse comprendere prima di sottomettersi, sarebbe l’intelligenza e non la fede.
Ma ancora, la fede avanza nella dipendenza da Dio che dice: «Io do in tua mano Gerico, il suo re e i suoi prodi guerrieri». Poi è messa alla prova. Ci vuole della pazienza; il popolo deve camminare così per sei giorni. Bisogna in seguito che la pazienza abbia la sua opera compiuta (vedere Giacomo 1:4): «Il settimo giorno, farete il giro della città sette volte».
Notate poi altri caratteri benedetti di questa fede di gran prezzo. Essa ci associa a Cristo, ci dà parte e comunione con Lui. Dio dispone il suo popolo attorno all’arca nel combattimento. Non è più, come al Giordano, l’arca che precede il popolo, ma qui gli uomini armati precedono l’arca con i sacerdoti; e la retroguardia chiude la marcia. Però quest’associazione con Cristo non ha mai per scopo né per risultato d’esaltare l’uomo o dargli dell’importanza; essa esalta Cristo e lo mette avanti. L’arca stessa formava il corpo d’esercito propriamente detto, il centro indispensabile, la forza di resistenza; e il popolo attorno ad essa lo proclamava altamente. Senza l’arca non vi sarebbe stato né combattimento né vittoria.
La fede rende sempre testimonianza a Cristo. «I sette sacerdoti che portavano le sette trombe squillanti davanti all’arca dell’Eterno sonavano le trombe». Era una testimonianza perfetta resa alla potenza dell’arca in presenza del nemico.
La fede è zelante per esaltare Cristo e rendergli testimonianza, zelante per il servizio che è nello stesso tempo il combattimento. «Giosuè si levò la mattina di buon’ora» (v. 12); si levarono «la mattina allo spuntar dell’alba» (v. 15). Notiamo qui come lo zelo dell’uno provoca e incoraggia lo zelo degli altri. Ritorneremo su ciò. Ad ogni modo vediamo che, pur associandoci a Lui, è Cristo solo che riporta la vittoria.
A che sarebbero servite delle armi o delle macchine da guerra contro la fortezza di Gerico? A nulla. È Dio che fa tutto, vuole che la potenza e la vittoria siano interamente sue, e senza alcuna mescolanza con l’importanza dell’uomo. Generalmente, quando si tratta di dar battaglia, i cristiani ammettono che la potenza sia di Dio, ma vogliono mescolarvi qualche cosa di loro stessi e si ha per risultato che il successo non è la vittoria completa, come a Gerico. Dio rivendicava per sé questo onore; non che rifiutasse di servirsi di strumenti umani, ma bisognava che fosse Lui ad adoperarli, affinché l’uomo non potesse elevarsi ai suoi propri occhi. Considerate il modo d’agire di Dio: sceglie degli strumenti senza forza e senza valore in se stessi, oppure, se hanno qualche valore agli occhi degli uomini, comincia con lo spezzarli, come fece per Saulo da Tarso. Poi dice: Quest’uomo mi è un vaso eletto, ora può essermi utile!
Come abbiamo notato più su, il modo di procedere dei cristiani nel combattimento è troppo sovente l’opposto di quello di Dio. Essi mettono avanti i loro mezzi e le loro risorse. Dicono: Abbiarno trovato un metodo eccellente, siamo bene organizzati. Se consideriamo l’opera umana vi troveremo sempre questa deplorevole mescolanza.
Se Israele avesse detto: «Benissimo, sia pure la potenza di Dio; ma consultiamoci per trovare i mezzi per rovesciare le mura di Gerico», che cosa avrebbero visto il settimo giorno? Non una sola pietra delle mura sarebbe caduta!
Ma qui, la potenza del nemico crolla; il popolo vota allo sterminio la citta maledetta. Di più, la sua fede, la sua attività in testimonianza e la sua vittoria mettono in libertà altre anime. Tale sarà sempre il risultato quando saremo impegnati nel combattimento dell’Eterno. Rahab, ancora prigioniera, è liberata e introdotta fra il popolo di Dio, e può da allora in poi godere gli stessi privilegi dei vincitori.
Notate ancora un particolare. La fede non fa alcun compromesso col mondo, non ne riceve e non ne prende niente. Dio proibisce al popolo di toccare le cose di Gerico; è l’interdetto. L’Eterno, sì, può rivendicare queste cose per glorificarsi per mezzo di esse; gli appartengono, ma non appartengono ai figli d’Israele, che non possono toccarli fuorché per metterli «nel tesoro dell’Eterno».
Tale è, cari lettori, il combattimento della fede. Voglia Dio che ripassiamo queste cose nei nostri cuori, affinché siamo vincitori nella lotta contro il nemico!
Abbiamo considerato il brillante quadro d’una vittoria divina riportata su Satana per la fede. Dopo una tale conquista, Israele camminerà, senza dubbio, di vittoria in vittoria. Invece, no. Il cap. 7 si apre registrando una sconfitta! Una piccola città, un ostacolo insignificante paragonato a Gerico, e «poche persone» bastano per mettere in fuga tremila uomini d’Israele e fare struggere come acqua il cuore del popolo.
Vi sono dei segreti della sconfitta, come vi sono dei segreti della vittoria. E innanzi tutto, il primo pericolo per il credente sta nella vittoria stessa. Dopo averla riportata, in una vera dipendenza da Dio, l’anima, in presenza dei risultati, se ne attribuisce volentieri una parte, e da quel momento il prossimo combattimento è già perduto in anticipo. Ecco qui il caso di Giosuè: «Giosuè mandò degli uomini da Gerico ad Ai» (v. 2). Ripete quel che aveva fatto al cap. 2:1 riguardo al paese e a Gerico. Allora era la via di Dio; ora, invece, lo stesso atto diventa la via dell’uomo e della carne. Le spie erano tornate dalla ricognizione a Gerico dicendo: «L’Eterno ha dato in nostra mano tutto il paese». Perché allora mandare nuovi emissari? In una certa misura andava perdendosi la dipendenza da Dio e aumentava la fiducia nei mezzi dell’uomo. Giosuè li manda «da Gerico» che non è il vero punto di partenza; dimentica Ghilgal dove si imparava che cosa vale la carne; non sapeva ancora che Ghilgal è il luogo dove bisogna tornare? Giosuè trovò nella vittoria un’occasione per aver fiducia nella carne. Egli che era stato fin qui la figura di Cristo che agisce nel credente per metterlo in possesso dei suoi privilegi, discende al livello d’un uomo del popolo.
Giosuè come tipo sparisce per fare posto a Giosuè uomo. Non è forse sovente lo stesso di noi? Nella sua misura, ogni credente è un’immagine di Cristo, una lettera destinata a farlo conoscere. Appena dimentichiamo Ghilgal, questa immagine sparisce per far posto al vecchio uomo che abbiamo trascurato di giudicare. E il popolo? Ahimè! segue l’esempio del suo capo. Gli uomini mandati da Giosuè tornarono a lui e gli dissero: «Non occorre che salga tutto il popolo, ma salgano due o tremila uomini e sconfiggeranno Ai; non stancare tutto il popolo, mandandolo là, perché quelli sono in pochi». (v. 3). Essi hanno la fiducia più completa in se stessi. Sconfiggeranno Ai. Che cos’è questo per noi, per i nostri guerrieri? Non abbiamo forse mostrato a Gerico chi siamo? Pericolosa fiducia! Ma non vi è soltanto mancanza di dipendenza da Dio e fiducia in sé, frutto d’una carne non giudicata; vi è altro ancora: degli oggetti del bottino, nascosti a tutti, sono seppelliti nella terra, in fondo ad una tenda. Vi è dell’interdetto.
Dio aveva maledetto la città di Gerico; tutto ciò che le apparteneva era sotto maledizione; nessuno osava ritenerne qualcosa, per tema di divenire interdetto egli stesso e di rendere interdetto il campo d’Israele (cap. 6:18). Un solo uomo aveva disubbidito. Quest’uomo, ascoltando la concupiscenza, aveva trafugato delle cose maledette. Chi di noi, cari lettori, non ha questa tendenza nel suo cuore? Ma quest’uomo aveva seguito l’inclinazione naturale; aveva incominciato dove noi tutti cominciamo, dove il primo uomo incominciò. «Ho veduto» (v. 21), «e la donna vide» è detto in Genesi 3:6. Egli aveva degli occhi che sapevano discernere fra il bottino le belle cose. I suoi occhi erano la via di accesso al cuore; ma nessuna sentinella per vegliare, nessun «chi va là» che risuonasse in caso d’attacco. Per mezzo degli occhi, l’interdetto s’impadronisce del cuore e eccita la concupiscenza: «Ho bramato quelle cose». La concupiscenza avendo concepito genera il peccato: «Le ho prese». Il bel mantello del paese di Babilonia che poteva adornare l’orgoglio della vita, l’argento e l’oro che potevano soddisfare tutte le concupiscenze, divengono la preda di Acan; anzi, queste cose han fatto di lui la loro preda! Catena fatale e satanica che allaccia il mondo al cuore naturale dell’uomo, per fare di lui la preda del principe del mondo!
Notate ora come il peccato d’un sol uomo agisce su tutto Israele (v. 1). «Ma i figli d’Israele commisero un misfatto circa l’interdetto... e l’ira dell’Eterno s’accese contro i figli d’Israele». Il popolo avrebbe potuto dire: «Questo ci riguarda? Come avremmo noi potuto conoscere una cosa nascosta? E, se non la conoscevamo, come ne saremmo responsabili?» A tutto ciò, rispondiamo che Dio ha sempre dinanzi agli occhi l’unità del suo popolo. Ne considera gl’individui come membra d’un tutto, e solidali gli uni agli altri. La sofferenza, il peccato dell’uno, è la sofferenza e il peccato di tutti. Se così è d’Israele, a più forte ragione lo è di noi, la Chiesa di Cristo, un corpo unito per mezzo dello Spirito Santo al Capo che è nel cielo. Ma poi, se le anime loro si fossero trovate in un buono stato, Dio avrebbe manifestato fra loro il male nascosto. La potenza dello Spirito Santo non contristato nell’assemblea, mette in luce tutto ciò che disonora Cristo fra i suoi. Se non fu così per Israele, è perché vi era qualche cosa da giudicare nel popolo e nel suo condottiero. Il male nascosto d’Acan è il mezzo per fare risaltare il male nascosto del cuore del popolo. Quando l’assemblea è in buono stato, benché sempre solidale col peccato d’un solo, è avvertita dallo Spirito Santo e si trova in grado di togliere il male che è in essa e, secondo il caso, di togliere il malvagio (*). Fu cosi al principio della Chiesa, nel caso di Anania e di Saffira; la potenza dello Spirito di Dio scoprì subito e giudicò il male. Ma qui, in Israele, i cuori dovevano essere condotti, per mezzo del giudizio di loro stessi, a portare il peccato d’un solo come fosse il peccato di tutti dinanzi a Dio. È lo stesso di noi in questo tempo di rovina. Il peccato nella Chiesa ci ha toccati? Siamo noi solidali, nella nostra mente, di tutta la corruzione introdotta? Ovvero, vedendo queste rovine, abbiamo noi abbastanza fiducia in noi stessi per pensare che faremo meglio degli altri e che la rovina della Chiesa non è colpa nostra? Se i nostri cuori non sono abituati a prendere questa posizione davanti a Dio, non siamo che dei settari. Ma, ben più, una sconfitta completa verrà a ricondurre i nostri cuori all’umiltà che s’addice a quelli che avrebbero dovuto stare a Ghilgal. Vedete come Dio giudica diversamente dai nostri miserevoli cuori. Egli dice: «Israele ha peccato; essi hanno trasgredito il patto ch’io avevo loro comandato d’osservare; han persino preso dell’interdetto, l’han perfino rubato, han perfino mentito, e l’han messo fra i loro bagagli» (v. 11).
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(*) Vedere Deuteronomio 13:5; 19:19;
21:18-21; 24:7; 1 Corinzi 5:13. Bisogna notare che i casi in cui un
uomo è qualificato malvagio non sono tutti specificati nella
Parola. Non menziona l’omicida, etc. Il giudizio è
lasciato alla spiritualita dell’assemblea.
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Vediamo il castigo del popolo ai vers. 5 e 6; tremila uomini d’Israele se ne fuggono dinanzi a quelli di Ai, e per trentasei d’infra loro che cadono il cuore del popolo si strugge e diviene come acqua. Essi sono annientati; ogni forza, ogni energia viene meno; la paura s’impadronisce dell’anima loro perché il loro coraggio era stato carnale. Questo popolo, così fiero della sua vittoria, è caduto al livello degli Amorrei, il cui «cuore si strusse» udendo parlare del passaggio del Giordano (cap. 5:1). Triste esperienza quella, ma esperienza necessaria. Voi avete dimenticato Ghilgal; Satana finirà per insegnarvi, attraverso le lacrime della sconfitta, la dose di forza che i vostri cuori naturali contengono e quale fiducia potete avere nella carne. Se foste stati con Dio, sareste stati preservati da una sconfitta! È ciò che c’insegna, in modo notevole, l’esperienza dell’apostolo Paolo. Era stato vittoriosamento rapito fino al terzo cielo, nel paradiso, e là aveva udito delle parole ineffabili che non è lecito all’uomo d’esprimere. Ma, ridisceso sulla terra, gli fu data una scheggia nella carne, un angelo di Satana per schiaffeggiarlo. La carne era in lui; si sarebbe innalzata. Dio la previene e impedisce al suo servitore diletto di inorgoglirsi. Il pericolo era grande. Se avesse ascoltato la carne, a quante cose lusinghiere sul suo conto avrebbe potuto pensare in seguito a questa meravigliosa visione, cose che avrebbero compromesso non solo la sua pace, ma il suo apostolato e la sua corsa stessa. Ma Dio ha cura del suo servitore e gli dà il correttivo necessario affinché il corso delle sue vittorie non sia interrotto. Paolo impara dalla «scheggia» che la carne, anche la migliore, non vale nulla. Questa scheggia è la Ghilgal di Paolo. Dio gli dice: Che cosa importa la tua infermità? Resta a Ghilgal; è quello che ti abbisogna; così la potenza sarà mia, interamente, e riporterà la vittoria; e quanto a te, la mia grazia ti basta. Posizione di sofferenza e d’umiliazione per Paolo, ma posizione di benedizione meravigliosa! Egli era con Dio, in comunione col Signore; l’infermità è il mezzo di mantenerlo a Ghilgal, per evitare che vi sia ricondotto per mezzo d’una sconfitta.
E Giosuè, l’uomo di Dio? Ahimè! straccia le sue vesti e si getta col viso a terra davanti all’arca dell’Eterno (v. 6). Dov’era dunque, nel combattimento contro Ai, quest’arca dinanzi alla quale eran cadute le mura di Gerico? Il cuore pio di Giosuè ne riconosce il valore; ma non sa che fare; ignora l’interdetto e s’esprime in rimpianti, non di ciò ch’egli ha fatto, né di ciò che il popolo ha fatto, ma di ciò che Dio stesso ha fatto, quando fece loro passare il Giordano! «Oh! ci fossimo pur contentati di rimanere di là dal Giordano!» egli dice. Come queste parole mostrano bene che cos’è il cuore dell’uomo! Quel luogo benedetto è il solo luogo che Giosuè avrebbe voluto fuggire.
Il tono della sua richiesta rivela della debolezza. Ciò che occupa i suoi pensieri è innanzi tutto Israele, il nome d’Israele; poi sono i Cananei, il mondo. «Israele ha voltato le spalle ai suoi nemici»; «i Cananei e tutti gli abitanti del paese lo verranno a sapere», «faranno sparire il nostro nome dalla terra». Poi, proprio alla fine: «Che farai per il tuo gran nome?» (v. 8, 9). Quanto è differente l’esempio che ci offre la storia di Mosè in Esodo 32:11-13! Questo fedele servitore era stato sulla montagna di Dio, e questo fa sì che Dio gli riveli il male che è avvenuto nel campo d’Israele; il peccato del popolo non rimane nascosto agli occhi di Mosè; lo conosce prima di scendere dal monte. Pensa forse alla vergogna d’Israele? No; si occupa del nome dell’Eterno, di ciò che s’addice a questo nome. Riconosce i diritti della santità di Dio offesa. Quanto ai Gentili, non si preoccupa che di questo: Dio sarà egli glorificato di fronte agli Egiziani, per mezzo della sconfitta del suo popolo? Quanto ad Israele, egli fa appello alla grazia di Dio, alla sola cosa che glorifichi il nome dell’Eterno in presenza d’Israele colpevole. Mosè intercede per il popolo poiché non ha bisogno, come Giosuè, di ritrovare per se stesso la comunione perduta; ed è così ascoltato. Giosuè, invece, è proprio nella posizione in cui non dovrebbe essere. «Levati», gli dice l’Eterno, «perché ti sei tu così prostrato con le faccia a terra?» (v. 10). Umiliarsi della propria impotenza non bastava. Era tempo d’agire. Troviamo il contrario in Giudici 20, dove Israele avrebbe dovuto umiliarsi prima, poi agire. Miserabile carne! Che disordine introduce nelle cose di Dio! Sempre fuori della corrente dei Suoi pensieri, se pur non è in aperta ostilità con Lui! Possiamo noi ripetere con l’apostolo: «Noi non ci confidiamo nella carne». Giosuè doveva agire; bisognava che il malvagio fosse tolto di mezzo a loro.
I figli d’Israele avevano bentosto dimenticato la presenza dell’Eterno che solo poteva illuminarli scoprendo il peccato in mezzo a loro; Giosuè stesso era stato preso in qualche misura in quel laccio di Satana e avvolto nell’indebolimento del popolo. Se avesse realizzato personalmente la posizione presa al cap. 5, quando «si levava i calzari dai piedi», avrebbe compreso che bisognava che il popolo fosse santo, affinché il Dio santo potesse camminare con lui. Ma Giosuè si getta col viso a terra, fa quasi un rimprovero a Dio per la sua grazia: «Perché hai tu fatto passare il Giordano a questo popolo?», e dimentica di parlare della sua santità. Non era, almeno per il momento, nella corrente dei pensieri di Dio. Dio glielo fa sentire. Nessuno dei suoi pensieri era al suo posto. Quando l’interdetto entra nella testimonianza di Dio, la cosa da fare è di santificarsi e togliere il male. Non si tratta qui di potenza, ma di santità e d’ubbidienza. Dio dice a Giosuè: «Lèvati, santifica il popolo». Santificarsi è separarsi da ogni male per Dio. È impossibile che Dio cammini con noi senza la santità.
Cari lettori, è una delle verità più importanti per il tempo attuale. Ciò che deve caratterizzarci ora è, come per Filadelfia, la comunione col «Santo ed il Verace». Notate che non parlo qui che d’un caso ordinario di esclusione dalla Tavola del Signore e non d’un caso di disciplica complicata dall’incapacità dell’Assemblea per giudicare il male. Ma, direte voi, trascurate l’umiliazione? No; la vera umiliazione in un caso di esclusione accompagna l’azione. Occorreva che sia il popolo sia ognuno individualmente fosse passato in rassegna dall’occhio scrutatore di Dio stesso (v. 14-15); la loro coscienza sarebbe stata così risvegliata, l’io giudicato, e ognuno avrebbe preso posto in presenza del giudizio. Fu lo stesso al tempo dell’esclusione del «malvagio» di Corinto. «La tristezza secondo Dio» aveva operato nei Corinzi «un ravvedimento che mena a salvezza, e del quale non c’è mai da pentirsi». L’umiliazione era stata prodotta dalla tristezza, ma questa stessa tristezza aveva prodotto l’attività e lo zelo per purificare dal male l’assemblea di Dio, in modo che la vera umiliazione e l’azione avevano camminato di pari passo. «Infatti, questo essere stati contristati secondo Dio, vedete quanta premura ha prodotto in voi! Anzi, quanta giustificazione, quanto sdegno, quanto timore, quanta bramosia, quanto zelo, qual punizione!» (2 Corinzi I: 10-11 ).
Ritorniamo alla santità. Al cap. 5 Giosuè ci presenta la santità individuale, al cap. 7 si tratta di santità collettiva. Bisogna che il popolo tolga l’interdetto entrato in seno all’assemblea, affinché Israele non sia contaminato e non abbia esso stesso il carattere d’interdetto. È raro trovare fra i cari figli di Dio l’intelligenza di questi due aspetti della santità pratica. Sovente i cristiani cercano la prima, una santità individuale, ma stimano la seconda di nessuna importanza.
Ho presentato sovente un esempio per mostrare che la santità individuale non è mai completamente compresa, se non si realizza la santità collettiva. Supponiamo che mio figlio abbia un carattere irreprensibile, che tutti parlino di lui e delle sue virtù, che in città sia stimato; e tutti mi dicano: Che buon figlio avete! Ora, questo figlio, che non ha il vizio d’ubriacarsi, va ogni giorno a passare la serata all’osteria, in compagnia degli ubriaconi invece di rimanere a casa e sedersi alla tavola famigliare. Posso chiamarlo un buon figlio?
In 2 Corinzi 6:16 fino a 7:1, troviamo un’intima unione fra questi due aspetti della santità. Dio comincia con la santità collettiva. «Noi siamo il tempio del Dio vivente» (v. 16). Il tempio di Dio è santo, è detto in 1 Corinzi 3:17; è la santità di posizione. Che v’è di comune fra esso e gli idoli? «Perciò uscite di mezzo a loro e separatevene» (v. 17); è la santità pratica collettiva. Poi aggiunge (cap. 7:1): «Poichè dunque abbiam queste promesse, diletti, purifichiamoci d’ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio». È questa la santità individuale, inseparabile dalla santità collettiva e dalle promesse che le sono fatte.
Ma la santità collettiva non è compresa dai figli di Dio che vorrebbero attraversare il mondo non preoccupandosi degli altri credenti. La solidarietà del popolo di Dio è loro sconosciuta. Si ode sovente dire: Io non mi curo degli altri; mi trovo solo col mio Dio; prendo la cena del Signore per conto mio. Ma non è così che Dio ci considera! Dio ci vede tutti assieme come formanti un solo corpo, unito dallo Spirito Santo al suo Figlio glorificato. Il peccato, la sofferenza d’un membro, è il peccato, la sofferenza del corpo. Un’osservazione incidentale su questa parola che si ode così sovente dire da cristiani: Io prendo la cena dei Signore per conto mio. Che cosa risponde la Scrittura? «Noi che siam molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane» (1 Corinti 10:17). Chi sono i «molti» coi quali professano d’essere un solo corpo? Per scusare la loro alleanza col mondo alla tavola del Signore, prendono la cena come da soli; e non sanno che professano d’essere un solo corpo coi micidiali del nostro Salvatore, poiché è il mondo che l’ha crocifisso!
Dio dice: Santificatevi per domani (v. 13). Non è al momento dell’azione che bisogna santificarsi, ma siamo chiamati a farlo prima. Da dove viene così sovente la nostra incapacità di giudicare il male, d’agire per Dio? Dal non esserci santificati il giorno prima. Da dove viene che al culto i cuori sono, così sovente, freddi, e le labbra mute per la lode? Dal non aver ubbidito alla Parola: «Santificatovi per domani». È lo stesso in 1 Corinzi 5. L’apotolo aveva la potenza, ma non l’avevano i Corinzi. Essi dovevano semplicemente ubbidire, togliendo il vecchio lievito per essere una nuova pasta; dovevano togliere il malvagio di mezzo a loro. Acan aveva partecipato a ciò che era sotto la maledizione divina; doveva essere reciso, e lo fu nella valle d’Acor.
Ma, cosa meravigliosa, leggiamo in Osea 2:15 queste parole consolanti, riguardo a Israele: «Gli darò... la valle d’Acor come porta di speranza». Accade sempre così. La benedizione ci è data sulla soglia stessa del giudizio. È in questo luogo che l’anima, al tempo della conversione, trova la porta di speranza; è là che essa incontra Cristo. In seguito, nella disciplina, il credente vi trova il luogo di speranza e di gioia. Sarà là, in quella valle, dove il giudizio di Dio è stato pronunciato contro di lui, che il popolo d’Israele troverà la benedizione di Dio; fu là che Giosuè trovò il rilevamento dell’anima, per camminare con Dio e condurre il popolo alla vittoria.
Il malvagio era stato tolto di mezzo all’assemblea d’Israele, ma nel fare scoprire il male che stava in mezzo a loro, Dio aveva anche fatto loro scoprire la fiducia che avevano in se stessi. Sovente si presenta un caso simile quando un’assemblea è soddisfatta del suo stato. Si vanta della sua spiritualità, dei doni, del numero crescente!... Israele fece lo stesso; il popolo confidava non già in Dio ma nella sua vittoria e tale fiducia lo condusse alla sconfitta. Israele dovette essere giudicato, poi dovette purificarsi dal male. Ma il giudizio sopra se stesso e la santificazione pratica non costituiscono ancora il ristoramento dell’anima. Bisogna che la comunione con Dio, interrotta dal peccato, sia ristabilita.
Qui desidero fare un’osservazione che credo importante. Nel cap. 6 Dio manifesta la sua potenza sul nemico per mezzo d’Israele. Questa stessa potenza si manifesta anche per mezzo d’Israele. Questa stessa potenza si manifesta anche nella vita del cristiano. È possible che questi goda di quella forza divina, delle vittorie che ottiene, e forse non conosca ancora di fatto né Dio, né se stesso. Giosué avrebbe dovuto conoscerlo, lui che aveva personalmente incontrato l’angelo del Signore. Il capo dell’armata del Signore gli si era rivelato colla spada nuda in mano, come pronto per il combattimento, e come essendo il Santo. Poi, in compagnia d’Israele, Giosué aveva visto quella potenza all’opera a Gerico. Ma, nonostante tutto ciò, fu necessario che la sua coscienza entrasse in rapporto colla santità di Dio; egli non aveva ancora l’idea di ciò che quella santità esigeva dal popolo nel suo cammino. L’ira del Signore (7:1) deve rivelarsi a Israele e al suo conduttore, affinché imparino che la santità di Dio non può tollerare l’interdetto. Conoscere Dio in potenza lascia ancora molte cose da imparare prima di possedere la vera e piena conoscenza di Dio.
D’altra parte, potrebbe sembrare che, quando si è passati da Ghilgal, si debba averne finito con se stesso. In realtà si è finito con se stesso solo quando si rimane a Ghilgal. Come il popolo si conosceva poco dopo la vittoria di Gerico! Dopo che Dio aveva fatto tanto per provar loro che tutto era da Lui in quella vittoria, quale presunzione, quale dimenticanza andare senza Dio incontro al nemico!
La conseguenza fu che retrocedettero e che incontrarono ogni sorta di pene e di intralci quando ripresero l’offensiva. Bisogna che il popolo rifaccia un cammino seminato di ostacoli e di complicazioni, un cammino che metta in luce ai loro propri occhi la loro debolezza, che era già stata manifestata ai loro nemici dalla loro sconfitta. Bisogna che ritornino indietro per ricominciare l’esperienza di se stessi; ma quell’esperienza l’avranno, per la grazia, con Cristo, e non più con Satana.
Notate nel cap. 8 come tutto si complica, quando non si è seguito il semplice cammino della fede. L’anima umiliata si ritrova con Dio, e Dio può camminare con lei; ma le conseguenze di un cammino secondo la carne si fanno sentire. Dio se ne servirà per la benedizione finale; ma, ripeto, il cammino non ha più la semplicità del cammino primitivo della fede; cammino semplicissimo, quando il credente segue l’ordine di Dio in un’umile dipendenza dalla sua Parola. La vittoria è sua. Così fu a Gerico. Davanti ad Ai, ora, la stessa potenza che aveva fatto cadere le mura della città maledetta, è ancora là per Israele, non ha cambiato; ma l’esercito deve fare delle manovre; si divide in due corpi: cinquemila uomini si mettono in agguato, il rimanente del popolo attira i difensori di Ai fuori della loro fortezza.
Nel cap. 7 le spie avevano detto nel loro rapporto: «Salgano un due o tremila uomini... perché quelli sono pochi». Ed ora bisognava che trentamila uomini forti e valenti salissero contro Ai. Che umiliazione! Come ciò abbassava Israele ai suoi propri occhi. Bisognava salirvi di notte; gli uni dovevano nascondersi, gli altri fingere di fuggire davanti al nemico. Come potevano vantarsi?
Ma, mi direte: Voi ci avete mostrato che a Gerico non era questione di mezzi umani, ed ecco ora ogni sorta di stratagemmi per vincere il nemico. Io rispondo: Se vi basta impiegare dei mezzi che mettono in luce la vostra incapacità, che imprimono sull’uomo il marchio della sua totale debolezza, che l’umiliano in modo che non abbia più altra risorsa che fuggire davanti il nemico, sta bene. Ma quand’anche lo voleste non potreste. In realtà, caro lettore, neanche ad Ai Dio non adopera dei mezzi umani; la differenza è che le disposizioni per Gerico erano state date da Dio perché Israele conoscesse la Sua potenza, mentre ad Ai erano state ordinate al popolo affinché imparasse a conoscere la propria debolezza.
Ma, ripeto, nell’un caso e nell’altro la potenza di Dio non è cambiata. È essa che ad Ai dà la vittoria a Israele; Giosuè era là colla lancia in mano. All’ordine del Signore, «Giosuè stese verso la città la lancia che aveva in mano» (v. 18). «E Giosuè non ritirò la mano che aveva stesa colla lancia, finché non ebbe sterminato tutti gli abitanti d’Ai» (v. 26). La mano di Giosuè era rimasta stesa durante tutto il combattimento!
Si ode sovente ripetere: Che importano le divisioni? Non abbiamo tutti lo stesso scopo? Non combattiamo noi tutti per il Signore, sebbene sotto bandiere differenti? Ma non è questo che il nostro capitolo c’insegna. No; una grande verità domina: il popolo è un solo; uno nella sua vittoria, uno nel suo peccato, uno nella sua disfatta, uno nel giudizio del suo male, uno nel suo ristoramento. I poveri figli di Dio sono dispersi e divisi, ed essi si accontentano di dire: Che importa? Fratelli, per quale scopo Cristo è morto? Non è forse «per raccogliere in uno i figli di Dio dispersi»? (Giovanni 11:52). È forse Dio che li disperde dopo averli riuniti? No, ma è il lupo che disperde le pecore (Giovanni 10:12)
La diversità non è la divisione; essa si mostra nell’unità. L’agguato prende Ai e vi mette il fuoco. I venticinquemila uomini fuggono davanti al nemico, poi ritornano avvertiti dal fumo della città. Al momento in cui combattono, l’agguato esce dalla città per unirsi alla battaglia; poi tutti insieme si volgono verso Ai e la colpiscono a fil di spada (v. 24). Vi è dunque diversità di servizio e di azione, ma è un’azione comune. Il corpo è uno; le diverse parti sono legate insieme e ciò che le lega è Giosuè colla sua lancia. Se non si tiene conto di quest’unità si è sopraffatti nella battaglia.
1 Corinzi 12 ci mostra la diversità collegata coll’unità nella Chiesa. «Or vi è diversità di doni; ma v’è un medesimo Spirito. E vi è diversità di ministeri; ma non v’è che un medesimo Signore. E vi è varietà d’operazioni, ma non v’è che un medesimo Dio, il quale opera tutte le cose in tutti» (1 Corinzi 12:4-6). «Poiché, siccome il corpo è uno, ed ha molte membra» (diversità nell’unità), «e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un unico corpo» (l’unità nella diversità), «così ancora è di Cristo». Noi siamo uniti in un sol corpo — Cristo — e tuttavia ogni figlio di Dio ha la sua funzione e il suo compito, che nessuno può adempiere per lui. A ciascuno è affidato un servizio differente; io non posso fare il vostro, né voi il mio.
Ora Israele ha ritrovato la comunione con Dio. In tutta questa scena la presenza di Giosuè caratterizza l’attività del popolo. Se si tratta d’entrare in guerra, «Giosuè si leva con tutto il popolo» (v. 3). Se si tratta dei preparativi per il combattimento, «Giosuè rimase quella notte in mezzo al popolo» (v. 9). Se si tratta di mettersi in marcia, «Giosuè comminò quella notte in mezzo alla valle» (v. 13). Se occorre attirare il nemico, «Giosuè e tutto Israele facendo vista d’essere battuti da quelli si misero in fuga verso il deserto» (v. 15). Se bisogna sconfiggerlo, «Giosuè non ritirò la sua mano... finché non ebbe sterminato tutti gli abitanti d’Ai» (v. 26).
La disfatta di Ai ebbe per effetto d’insegnare agli Israeliti a meglio conoscere sia i loro propri cuori sia il carattere di Dio che li conduceva. Prima di considerare i risultati pratici di questa lezione che Dio diede al suo popolo per disciplinarlo, desidero fare un confronto fra i cap. 7 e 8 di Giosuè e i cap. 20 e 21 dei Giudici. È un fatto conosciuto che la fine del libro dei Giudici, dal cap. 17, non segue l’ordine cronologico (cap. 20:28), ma ci offre un quadro di ciò che accadde prima che Dio suscitasse dei Giudici, un quadro della storia d’Israele immediatamente dopo la morte di Giosuè. La decadenza era stata rapida e completa; l’idolatria e la corruzione morale regnavano ovunque. Al principio e alla fine di quel capitolo troviamo questa espressione: «Ognuno faceva quel che gli pareva meglio» (17:6; 21:25). Non più dipendenza da Dio e dalla sua Parola; la misura del bene e del male era la coscienza dell’uomo. Ciascuno viveva secondo la sua coscienza; e questa era la regola del suo cammino.
Questo quadro differisce forse molto da quello della cristianità? Che cosa accadde dopo la morte degli apostoli? Il decadimento è stato meno rapido e meno completo? Senza parlare dei principi corrotti del papismo, la cristianità protestante colta non mette avanti la Parola, ma piuttosto la coscienza, come regola di condotta; non predica la sottomissione alla Parola di Dio; è la libertà di coscienza il suo motto d’ordine! E quale può essere il risultato quando si prende solo la propria coscienza per guida? La confusione più assoluta. Ognuno non tarda a condursi secondo il suo proprio giudizio.
Un peccato orribile avrà luogo a Ghibea. Non è più l’interdetto, il peccato nascosto, come in Giosuè; è un peccato commesso in faccia a Dio e agli uomini. Il miserabile Levita pubblica egli stesso la sua onta, la fa sapere a ciascuna delle tribù d’Israele (Giudici 19:29). Che cosa farà il popolo? Come per il peccato di Acan, Dio si servirà del peccato di Ghibea per mettere a nudo lo stato morale d’Israele, per umiliarlo e risvegliarlo alla coscienza di ciò che è dovuto a Dio. Solo che qui lo stato morale delle tribù è molto più basso e più grave che davanti ad Ai. Essi sono indignati, ma lo sono del torto che è stato loro fatto; il pensiero del torto fatto a Dio è assente dalla loro mente. Essi parlano della «scelleratezza e della villania commessa in Israele»; ma non una parola dell’onta fatta al nome del Signore. Ciò come prova il decadimento! Ma come è differente la parola di Fineas alle due tribù e mezza: «Che cos’è questa infedeltà che avete commesso contro il Dio d’Israele?» (Giosuè 22:16)!
A questo primo sintomo di decadimento se ne aggiunge un altro; essi avevano abbandonato ciò che potremmo chiamare il primo amore. Il Signore non era più davanti agli occhi loro, l’affezione per Lui era diminuita, e di conseguenza anche per ciò che era nato da Lui. Essi dimenticano che Beniamino è loro fratello. «Chi di noi salirà il primo a combattere contro i figli di Beniamino?» (Giudici 20:18). Questi ultimi dal canto loro «non vollero dare ascolto alla voce dei loro fratelli, i figli d’Israele» (v. 13).
Un terzo sintomo è il dimenticare l’unità del popolo. Notate che le undici tribù formavano in apparenza un’unità magnifica; essa era quasi bella come quando Israele si purificò d’Acan e fu ristorato davanti ad Ai. Eppure non era più l’unità di Dio! Il popolo aveva un bel radunarsi «come un sol uomo» (v. 1), oppure levarsi «come un sol uomo» (v. 8), oppure unirsi contro Ghibea «come fossero un sol uomo» (v. 11); Beniamino mancava all’unità d’Israele, e Dio non ne riconosce che una. Diletti, questi anelli del decadimento si collegano uno all’altro: dimenticare la presenza di Dio, abbandonare il primo amore, sprezzare l’unità, malgrado le più belle apparenze.
Beniamino era colpevole, infinitamente colpevole. Si vede in lui, fin dal principio, il partito preso di non giudicare il male. Avvertito tanto quanto le altre tribù di un crimine orrendo, avendo conoscenza che le altre tribù si disponevano a giudicare il male, avvertito infine, sebbene con uno spirito carnale, che doveva purificarsene, esso si rifiuta ad ogni dovere. La tribù di Beniamino nega l’unità d’Israele stabilendo un principio d’indipendenza; e, lungi dal purificarsi dal crimine di Ghibea, si associa con l’inutile e miserabile sembianza di fare differenza fra le altre città e Ghibea nel computo degli uomini di guerra (v. 15). Beniamino doveva certamente essere giudicato, ma lo stato del popolo tutto intiero era così cattivo che rendeva il giudizio stesso secondo Dio impossibile, e che gli conveniva passare esso stesso per il vaglio, prima di potersi purificare dal crimine di Ghibea. Che avrebbe dovuto fare Israele, se avesse avuto un senso retto delle cose? Umiliarsi dapprima in presenza del Signore, consultare il Signore, e poi agire. Invece, che cosa fanno? Si consultano a vicenda, povera risorsa quando si dimentica la presenza di Dio; prendono delle disposizioni, decidono, molto scritturalmente, di togliere il male di mezzo ad Israele, ma dimenticano completamente che essi stessi sono colpiti dal male, poiché Beniamino fa parte di loro stessi.
Dopo aver prese tutte le loro disposizioni e annoverato la loro gente da guerra, «si mossero, salirono a Bethel e consultarono Dio» (v. 18). Questo è lo spirito di declino; è ciò che si trova dappertutto nella cristianità, e sovente anche presso a cari figli di Dio. Noi ci proponiamo qualche cosa che ci pare buono, poi, al momento dell’esecuzione dei nostri piani, e sovente dopo aver tutto disposto, domandiamo a Dio di benedirci.
Il risultato di quell’oblio completo dei principi divini fu che nella prima giornata ventiduemila uomini d’Israele caddero. Allora i figli d’Israele risalirono verso il Signore piangendo; qui è il dolore, e non più l’indignazione carnale che riempie i cuori. Essi chiamano Beniamino loro fratello. L’amore perduto, lo spirito di solidarietà si risvegliano. Poi si dispongono di nuovo in battaglia, e perdono ancora diciottomila uomini. Perché questa seconda sconfitta? Dio, nella sua bontà, voleva produrre un risultato completo. Il dolore non era tutto, né la proclamazione dei legami che li univano; era necessario un giudizio completo di se stesso, il pentimento davanti a Dio; bisognava risalire il cammino del declino fino a ritrovare la presenza del Signore e la sua comunione perduta. Allora è detto: «Allora tutti i figli d’Israele e tutto il popolo salirono a Bethel, e piansero, e rimasero quivi davanti all’Eterno, e digiunarono quel dì fino alla sera; e offrirono olocausti e sacrifizi di azione di grazie davanti all’Eterno» (v. 26).
A partire da questo momento vediamo prodursi una scena che offre una grande analogia con quella di Ai. Bisogna che Israele si metta in agguato (v. 29), che fugga davanti a Beniamino (v. 32), che trenta uomini ancora, dopo tutte le perdite, siano feriti a morte, e che il fuoco sia messo alla città per servire di segnale. È solo ora che Israele, essendo interamente giudicato e rientrato in comunione con Dio, può compiere il penoso dovere di giudicare il profano Beniamino; ma allora, quanti pianti e lacrime dopo la vittoria! (21:2) Come è differente questa scena da quella di Gerico, dove, avendo il popolo gettato un grido di gioia, le mura caddero davanti a loro (Giosuè 6:20). È che qui si tratta dei loro fratelli, della tribù quasi distrutta per mezzo del giudizio. Dopo ciò, nella sua grazia, e in mezzo a molte difficoltà prodotte dalla premura carnale nelle decisioni prese a priori da Israele, Dio permette di racimolare Beniamino.
Ma vi è un partito nell’assemblea d’Israele che è trattato più severamente dal popolo ristorato che non Beniamino stesso. Jabes di Galaad non era venuta al campo, alla radunanza d’Israele (Giudici 21:8). Era un’indifferenza altamente proclamata, una neutralità che non teneva alcun conto del male, molto peggiore ancora che la collera carnale colla quale Beniamino s’era rivoltato, sprezzando la decisione dell’assemblea, e che gli aveva fatto prendere le armi contro i suoi fratelli; ciò facendo, quei di Jabes si erano associati al male. La città dovette essere distrutta al modo dell’interdetto!
Ritorniamo a Giosuè e al popolo. Israele aveva imparato, nell’umiliazione, che non poteva avere alcuna fiducia in se stesso. Questa esperienza reca immediatamente i suoi frutti. Ora la Parola deve guidare; il popolo, per evitare delle nuove cadute, non ha che da attenersi a quella guida perfetta. I versetti 27-35 ci mostrano Giosuè ed il popolo obbedienti ai comandamenti del Signore e a ciò che era scritto nel libro della legge. L’umiliazione ha per effetto di ricordare al cuore dei figli d’Israele e del loro condottiero le prescrizioni del cap. 27 del Deuteronomio. Anche il supplizio del re di Ai mostra che la condotta di Giosuè è basata sulla Parola: «Ma al tramonto del sole Giosuè ordinò che il cadavere fosse calato dall’albero» (confr. Deuteronomio 21:22-23). Per l’uomo, questo particolare sarebbe di poca importanza, ma un cuore nutrito dalla Parola non poteva dimenticarlo. Se Giosuè avesse trascurato quest’osservanza sarebbe caduto nello stesso sbaglio che aveva attirato il castigo sopra il popolo; non avrebbe tenuto calcolo della santità del Signore. «Il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero... perché l’appiccato è maledetto da Dio» (Deuteronomio 21:23). E ancora in Numeri 35:34: «Non contaminerete dunque il paese, che andate ad abitare in mezzo al quale io dimorerò; poiché io sono l’Eterno che dimoro in mezzo ai figli d’Israele». Il Dio santo non poteva dimorare con ciò che contamina; Giosuè ha dovuto imparare quella lezione davanti a Gerico, fra le lacrime della valle di Acor, e allora, al giorno della vittoria, ha potuto realizzarla con una coscienza esercitata alla scuola di Dio.
I giudizio del re di Ai ci presenta ancora un’altra lezione. Non è senza motivo che in Deuteronomio 21:18-23, vediamo riuniti i due fatti contenuti nei capitoli 7 e 8 di Giosuè: il malvagio messo fuori e il nemico giudicato. In pratica deve essere così. Bisogna che la chiesa tolga il male di mezzo a sé prima di poter combattere e ridurre al silenzio il male del di fuori. Se il male è tollerato nella chiesa, non si troverà mai decisione né fermezza per trattare il nemico senza transigenza, come nemico, per metterlo subito al solo posto che Dio gli assegna, siccome è detto: «L’appiccato è maledetto da Dio».
Infine, si è colpiti da un’altra coincidenza nei versetti che studiamo. La forca del re di Ai era il luogo del giudizio e delle maledizione del nemico d’Israele. Ma ecco che il popolo è costretto a stare, egli stesso, su quella montagna di Ebal, sulla quale la maledizione di Dio è stata pronunciata. Questa era la conclusione terribile della legge, alla quale Israele non poteva sfuggire; ma è stata ridotta al nulla per mezzo della croce di Cristo (*) (vedi Deuteronomio 11:29). La maledizione pronunciata sull’Ebal era quella sull’uomo responsabile; Cristo l’ha portata sulla croce per riscattarcene. Sulla forca del re di Ai, Israele poteva vedere, in tipo, il nemico per eccellenza, cioè Satana, disfatto e annientato, ed è ciò che noi abbiamo alla croce di Cristo; ma noi possiamo vedervi pure tutta la maledizione che pesava sopra noi in Ebal — quella pronunziata dalla legge — passata per sempre nella realtà del giudizio di Colui che ha preso quel posto per noi. In Galati 3:10-13, troviamo la stessa benedetta relazione fra Ebal e la croce. È scritto: (Deuteronomio 27:26) «Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica». Quelle parole concludevano la maledizione di Ebal, ma l’apostolo aggiunge: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione, per noi (poiché sta scritto: Maledetto chiunque è appeso al legno)».
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(*) Notiamo che l’altare,
ordinato per quella circostanza, fu stabilito sulla montagna di Ebal,
non su quella di Gherizim. L’altare sull’Ebal faceva, per
così dire, contrappeso in grazia alla maledizione che era stata
pronunciata sopra quel monte.
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Ancora un altro risultato della disciplina. Israele, umiliato, è in grado di rendere culto: «Allora Giosuè edificò un altare all’Eterno, al Dio d’Israele, sul monte Ebal..., e i figli d’Israele offriron su di esso degli olocausti all’Eterno, e fecero dei sacrifici di azioni di grazie». Lo stesso è per noi; senza il giudizio di noi stessi, non c’è comunione; senza comunione non c’è culto. L’altare in Ebal era la provvigione di grazia per la maledizione che la legge pronunziava sopra i trasgressori. All’altare, noi troviamo la propiziazione, base di ogni vero culto, ma qui abbiamo l’altare in presenza di un popolo minacciato di maledizione, se non obbedisce. Il nostro culto ha la croce per punto di partenza e per centro, la croce che ha messo fine alla nostra maledizione e irradia sopra noi la piena luce della grazia