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Note sul libro dell’ESODO

Charles Henry Mackintosh

Li condusse per la diritta via.” (Salmo 107:7)

Indice: 1. Capitolo 1 2. Capitolo 2:1-10 3. Capitolo 2:11-25 4. Capitolo 3 5. Capitolo 4 6. Capitoli 5 e 6 7. Capitoli da 7 a 11 8. Capitolo 12 9. Capitolo 13 10. Capitolo 14 11. Capitolo 15 12. Capitolo 16 13. Capitolo 17 14. Capitolo 18 15. Capitolo 19 16. Capitolo 20 17. Capitoli da 21 a 23 18. Capitolo 24 19. Capitolo 25 20. Capitolo 26 21. Capitolo 27 22. Capitoli 28 e 29 23. Capitolo 30 24. Capitolo 31 25. Capitolo 32 26. Capitoli 33 e 34 27. Capitoli da 35 a 40 28. Conclusione

1. Capitolo 1

Il soggetto principale del libro dell’Esodo è la Redenzione.

I primi cinque versetti ricordano le ultime scene del libro precedente. I prescelti dal favore di Dio sono posti dinanzi a noi; in seguito, l’autore ispirato ci pone immediatamente fra gli avvenimenti che co­stituiscono il soggetto dell’insegnamento di questo libro,

Abbiamo visto, meditando la Genesi, che il comporta­mento dei fratelli di Giuseppe, riguardo a quest’ultimo, finì per portare in Egitto la famiglia di Giacobbe. Questo fatto può essere visto sotto due aspetti: prima, il so­lenne insegnamento che troviamo nel modo di agire di Israele nei confronti di Dio, e poi, la lezione piena di incoraggiamento data dallo spiegamento delle vie di Dio verso Israele.

È davvero solenne seguire fino alla fine i risultati della malvagità con cui i figliuoli di Israele agirono verso colui nel quale l’occhio spirituale discerne una figura sorprendente del Signore Gesù. Indifferenti all’angoscia di cui era ricolma l’anima sua, essi consegnano Giuseppe nelle mani degli incirconcisi: e quale ne è, per loro, la conseguenza? Sono costretti ad andare in Egitto per attraversare profondi e dolorosi esercizi di cuore, dipinti in modo semplice ma commovente negli ultimi capitoli della Genesi. Ma c’è di più: alla loro pro­genie, in quello stesso paese dove Giuseppe trovò una prigione, è riservato un lungo periodo di prova.

Ma, in tutto questo, c’era Dio così come c’era l’uo­mo: ed è la prerogativa di Dio di trarre il bene dal male. I fratelli di Giuseppe potevano venderlo agli Ismaeliti e questi a Potifar e Potifar può cacciarlo in prigione, ma l’Eterno (*) è al di sopra di ogni cosa e com­pie i suoi grandi e meravigliosi disegni. «Il furore degli uomini ridonderà alla tua lode» (Salmo 76:10). Non era ancora venuto il tempo in cui gli eredi erano pronti per l’eredità e l’eredità per gli eredi. La discendenza di Abrahamo doveva passare per la dura scuola del lavoro dei mattoni in Egitto nell’attesa che l’iniquità degli Amorrei giungesse al colmo nel «paese di monti e di valli» della terra promessa (Genesi 15,:16 e Deuteronomio 11:11).

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(*) In Ebraico: Yhwh o Jahveh, cioè «Colui che è».
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Tutto ciò è molto interessante e istruttivo. Nel go­verno di Dio una ruota è attraversata da un’altra ruota (Ezechiele 1:16). Dio si serve di vari mezzi per compire i suoi disegni. La moglie di Potifar, capitano delle guardie del Fa­raone, il sogno di Faraone, Faraone stesso, la prigione, il trono, i ceppi, l’anello del re, la carestia, tutto è a sua completa disposizione ed Egli fa concorrere ogni cosa per l’adempimento dei suoi meravigliosi piani. L’uomo spirituale si diletta a meditare queste cose; si diletta a percorrere con lo spirito il vasto dominio della creazione e della provvidenza e a riconoscere, ovunque, come l’Iddio onnisapiente e onnipotente ordini e sistemi tutto per sviluppare i disegni del suo amore redentore.

Si scoprono, è vero, molte tracce del serpente, molte impronte dei piedi del nemico di Dio e degli uomini, profonde e ben marcate; cose che non possiamo spiegare, nemmeno comprendere: l’innocenza che soffre e la malvagità che prospera possono offrire ai ragiona­menti increduli degli scettici un apparente fondamento di verità; ma il vero credente riposa con fiducia sulla certezza che «il giudice di tutta la terra farà giustizia » (Genesi 18:25). Egli sa che la cieca incredulità non può che errare, e che scruta invano le vie di Colui che, egli solo, è l’interprete di se stesso.

Benediciamo Dio per la consolazione e l’incoraggia­mento che l’anima nostra attinge nelle riflessioni su questa natura. Ne abbiamo bisogno continuamente nell’attraversare questo iniquo mondo in cui il nemico ha introdotto un male e un disordine spaventosi, in cui le concupiscenze e le passioni producono dei frutti così amari e in cui il cammino del discepolo fedele è così scabroso che la natura umana, ridotta a se stessa, non potrebbe mai percorrerlo.

La fede sa, in modo assolutamente certo, che dietro la scena c’è Qualcuno che il mondo non vede e del quale non si cura; e, in questa certezza, può dire con calma «tutto va bene» e «tutto andrà bene».

Sono state le prime righe del libro dell’Esodo a suggerirci le riflessioni precedenti. «Il mio piano sus­sisterà e metterò ad effetto tutta la mia volontà» (Isaia 46:10). Il nemico può opporsi ma Dio si mo­strerà sempre più forte di lui e, quanto a noi; ciò di cui abbiamo bisogno è la semplicità e lo spirito di un fanciullo che si riposa con fiducia su Dio e sui suoi disegni.

L’incredulo guarda agli sforzi che fa il Nemico per contrastare i piani di Dio piuttosto che alla potenza divina che li compie. La fede ha gli sguardi rivolti sulla potenza di Dio e riporta così la vittoria, godendo di una pace costante. Essa ha a che fare con Dio e con la sua fedeltà che non viene mai meno; non si appoggia sulle sabbie mobili delle umane cose e delle influenze ter­rene, ma sulla «rocca» immutabile della Parola di Dio. Questa Parola è il santo e sicuro rifugio della fede; qualunque cosa capiti, il credente abita questo santuario di forza. «Giuseppe morì come moriron pure tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione»; ma che importa? Potrà la morte nuocere ai consigli dell’Iddio vivente? Certamente no. Dio aspettava solo il momen­to stabilito, il tempo adatto, per piegare al servizio dello sviluppo dei propri disegni, anche le circostanze più ostili.

«Or sorse sopra l’Egitto un nuovo re che non ave­va conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: Ecco, il popolo dei figliuoli d’Israele è più numeroso e più potente di noi. Orsù, usiamo prudenza con essi; che non abbiano a moltiplicare e, in caso di guerra, non abbiano a unirsi ai nostri nemici e combattere contro di noi e poi andarsene dal paese» (v. 8-10).

È questo il ragionamento d’un cuore che non ha imparato a far entrare Dio nei propri calcoli. Un cuore non rigenerato non può tener conto di Dio, di modo che, quando si tratta di Lui, i suoi ragionamenti cadono nel nulla; al di fuori di Dio, indipendentemente da lui, i suoi piani e i suoi calcoli possono sembrare molto saggi; ma da quando entra in scena Dio, la loro com­pleta follia è manifestata.

Perché dunque ci lasceremo noi influenzare da ragionamenti la cui apparente verità si basa sulla totale esclusione di Dio? L’agire così è, in linea generale, dell’ateismo pratico. Faraone poteva calcolare con esat­tezza le diverse eventualità degli affari umani: l’aumen­to numerico del popolo, la probabilità d’una guerra, la possibilità che gli Israeliti facessero alleanza col ne­mico, la loro fuga dal paese; poteva, con insolita abilità, pesare tutte quelle circostanze, ma non gli è mai ve­nuto in mente, neanche per un istante, che Dio poteva avere qualcosa da fare in tutto ciò. Questo solo pen­siero, se gli fosse salito in cuore, avrebbe capovolto tutti i suoi ragionamenti e messo a nudo la follia di tutti i suoi piani.

Bisogna, dunque, che ci persuadiamo che è sempre così: i ragionamenti dello spirito incredulo dell’uomo escludono Dio, in modo assoluto; non solo, ma la loro verità e la loro forza si basano su questa esclusione. L’introdursi di Dio sulla scena dà il colpo di grazia ad ogni scetticismo e incredulità. Se, fino a quel momento, possono glorificarsi sfoggiando la loro abilità, da quando l’occhio intravede il più pallido riflesso del beato Iddio, essi si trovano spogli del loro manto e messi a nudo in tutta la loro deformità.

Nel caso del re di Egitto si può ben dire che «er­rava grandemente» non conoscendo Dio né i suoi im­mutabili consigli (confr. Marco 12:24-27). Egli igno­rava che da secoli, prima che lui stesso venisse al mondo, la Parola e il giuramento di Dio, queste due cose immutabili, avevano assicurato la liberazione com­pleta e gloriosa di quel popolo che lui, Faraone, si proponeva di distruggere. Faraone non sapeva nulla di tutto ciò; i suoi pensieri e i suoi piani si basavano sull’ignoranza di questa grande verità, fondamento di ogni verità: che Dio è. Egli immaginava, follemente, di poter impedire con la sua saggezza e il suo potere, l’incremento di quel popolo, riguardo al quale Dio aveva detto: «Io moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e come la rena ch’è sul lido del mare» (Genesi 22:17): per questo tutti i suoi piani e la sua sag­gezza non erano che follia.

Agire senza tener conto di Dio è l’errore più grande in cui possa cadere un uomo. Presto o tardi, il pensiero di Dio si imporrà al suo spirito e allora tutti i suoi piani e i suoi calcoli saranno annientati. Ciò che l’uomo intraprende, con indipendenza da Dio, può durare tut­t’al più per il tempo presente. Tutto ciò che è umano, per quanto solido, brillante e attraente possa essere, è destinato a diventare preda della morte e a divenire polvere nelle tenebre e nel silenzio della tomba. Tutta la gloria e la magnificenza dell’uomo saranno sepolte sotto le «zolle della valle» (Giobbe 21:33). L’uomo ha in fronte il marchio della morte e tutti i suoi progetti svaniscono perché sono passeggeri. Al contrario, tutto ciò che si riferisce a Dio e che si basa su lui, durerà in eterno. «Il suo nome durerà in eterno, il suo nome sarà perpetuato finché duri il sole» (Salmo 72:17).

Quanto è grande, dunque, la follia del debole mortale che si innalza contro l’Eterno Iddio, che gli si slancia «audacemente contro sotto il folto dei suoi scudi con­vessi»! (Giobbe 15:26).

Per il re d’Egitto sarebbe stato più facile tentare di fermare, con la sua debole mano, il movimento delle acque del mare, che voler impedire l’aumento di questo popolo, oggetto degli eterni disegni di Dio. E così, anche quando «stabilirono sopra Israele dei soprastanti ai lavori che l’opprimessero con le loro angherie» (v. 11), «più l’opprimevano e più il popolo moltiplicava e si estendeva» (v. 12). È sempre così. «Colui che siede nei cieli ne riderà; il Signore si befferà di loro» (Salmo 2:4). Sarà eternamente confusa ogni opposizione d’uomini e di demoni. Questa sicurezza dà riposo al cuore in un mondo in cui tutto è così contrario a Dio e alla fede.

Se non avessimo la ferma fiducia che «il furore degli uomini ridonderà alla lode di Dio» (Salmo 76:10), saremmo spesso abbattuti di fronte alle circostanze e alle influenze fra le quali ci troviamo in questo mondo. Ma, sia benedetto Dio, i nostri sguardi sono intenti «non alle cose che si vedono, ma a quelle che non si vedono; poiché le cose che si vedono son solo per un tempo, ma quelle che non si vedono sono eterne» (2 Corinzi 4:18). Con, una tale certezza possiamo ben dire: «Sta’ in silenzio dinanzi all’Eterno e aspettalo; non ti crucciare per colui che prospera nella sua via, per l’uomo che riesce nei suoi malvagi disegni» (Sal­mo 37:7). Come brilla chiaramente, nel racconto che ci occupa, la veridicità di queste parole sia per gli oppressi che per gli oppressori! Cosa vedeva Israele se guardava alle cose che si vedono? L’ira di Faraone, gli esattori di imposte, un servizio rigoroso, una dura schiavitù, argilla e mattoni; ma quali erano le «cose che non si vedono»? L’eterno disegno di Dio, la sua infallibile promessa, l’aurora vicina del giorno di sal­vezza, la fiaccola di fuoco di l’Eterno liberatore. Che con­trasto meraviglioso! Solo la fede poteva coglierlo, così come per la fede soltanto un povero Israelita oppresso poteva distogliere lo sguardo dal forno fumante del­l’Egitto per rivolgerlo sulle verdi campagne e sui ricchi vigneti della terra di Canaan. Solo la fede era capace di riconoscere in quegli schiavi oppressi e costretti al duro lavoro dei forni e dei mattoni in Egitto, gli oggetti dell’interesse e del favore speciale del cielo.

Oggi è come allora: «camminiamo per fede e non per visione» (2 Corinzi 5:7): «non è ancora reso manife­sto quel che saremo» (1 Giovanni 3:2). Quaggiù siamo «assenti dal Signore mentre abitiamo nel corpo» (2 Corinzi 5:6).

Se, in effetti, ci troviamo in Egitto, in ispirito tut­tavia siamo nella Canaan celeste: La fede pone il cuore nella potenza delle cose celesti e invisibili rendendolo così capace di elevarsi al di sopra di tutto ciò che è di quaggiù, dove regna l’ombra della morte.

Come non avremo noi questa fede infantile che si siede presso la sorgente pura ed eterna della verità, dissetandosi a lunghi sorsi a quelle acque ristoratrici che rilevano l’anima abbattuta e trasmettono all’uomo nuovo la forza necessaria per proseguire la corsa verso il cielo?

Gli ultimi versetti di questo capitolo ci offrono una lezione edificante nel modo di agire di Scifra e di Pua, donne timorate di Dio. Eludendo la collera del re, esse non vollero fare ciò che Faraone ordinava, «e Dio fece prosperare le loro case». «Io onoro quelli che m’ono­rano e quelli che mi sprezzano saranno avviliti» (1 Samuele 2:30).

Ricordiamocene sempre e agiamo per Dio in ogni circostanza!

2. Capitolo 2:1-10

Questa parte del libro dell’Esodo è ricca di impor­tantissimi principi di verità divina che possiamo classificare in tre ordini principali: la potenza di Satana, la potenza di Dio, la potenza della fede.

Nell’ultimo versetto del capitolo precedente leggiamo: «Allora Faraone diede quest’ordine al suo popolo: Ogni maschio che nasce gettatelo nel fiume; ma lasciate vivere tutte le femmine». È la potenza di Satana. Il fiume era la morte e, per mezzo della morte, il Ne­mico cercava di rendere vano il disegno di Dio. In ogni tempo, il Serpente ha vegliato con occhio malèvolo sugli strumenti di cui Dio voleva servirsi per il compi­mento dei suoi consigli di misericordia. Non vediamo forse, al capitolo 4 della Genesi, il Serpente che veglia su Abele, il vaso scelto da Dio, nell’intento di toglierlo di mezzo con la morte? Nella storia di Giuseppe (Genesi 37) il Nemico è ancora all’opera e cerca di far morire l’uomo scelto da Dio per l’adempimento dei suoi disegni. La stessa cosa è avvenuta all’epoca dello ster­minio della stirpe reale (2 Cronache 22) e dei bambini di Bethleem (Matteo 2) e alla morte di Cristo (Mat­teo 27): in tutti questi casi il Nemico ha cercato di interrompere, con la morte, il corso dell’azione divina. Ma, Dio sia benedetto, c’è qualcosa al di là della morte. Tutta la sfera di questa azione divina, in quanto legata alla redenzione, si trova al di là dei confini del dominio della morte. Dio incomincia a manifestarsi quando Sa­tana ha esaurito tutta la sua potenza. La tomba è la fine dell’attività di Satana; ma là incomincia l’attività di Dio. Gloriosa verità! Satana ha la potenza della morte, ma Dio è l’Iddio dei viventi e trasmette una vita che è al di fuori dei colpi e della potenza della morte, una vita su cui Satana non può nulla.

Il cuore credente trova così un dolce conforto in mezzo ad una scena dove regna la morte; esso può, senza paura, osservare Satana che spiega tutto il suo potere e può appoggiarsi con fiducia sul potente inter­vento di Dio nella risurrezione. Esso può sostare di­nanzi alla tomba che ha da poco rinchiuso una per­sona amata e cogliere, dalla bocca di Colui che è «la risurrezione e la vita», la beata certezza di una glo­riosa immortalità; sapendo che Dio è più forte di Sa­tana, esso può aspettare in pace la piena manifestazione della forza ben più grande di Dio e, nell’attesa, tro­vare la vittoria di questa forza e la pace sicura che essa porta con sè.

I primi versetti di questo capitolo ci offrono un bel­l’esempio della potenza della fede.

«Or un uomo della casa di Levi andò e prese per moglie una figliuola di Levi. Questa donna concepì, e partorì un figliuolo; e vedendo com’egli era bello, lo tenne nascosto tre mesi. E quando non poté più te­nerlo nascosto, prese un canestro fatto di giunchi, lo spalmò di bitume e di pece, vi pose dentro il bambino, e lo mise nel canneto sulla riva del fiume. E la sorella del bambino se ne stava a una certa distanza, per sa­pere quel che gli succederebbe» (vers. 1-4).

Sotto qualunque aspetto la consideriamo, questa scena è quanto mai interessante. Vi troviamo la fede che trionfa sulle influenze della natura e della morte permettendo all’Iddio della resurrezione di agire nella sfera che li appartiene e secondo il carattere che gli è proprio.

Indubbiamente la potenza del Nemico si manifesta, essa pure, in modo evidente, nel fatto che il fanciul­lino si trova in una situazione che, in teoria, è quella della morte; e una spada trafigge il cuore della madre alla vista del suo amato figliuolo coricato «nella tom­ba». Ma se Satana poteva agire, se la natura piangeva, Colui che vivifica i morti era dietro le nuvole tetre e la fede lo contemplava là, nella brillante e vivificante luce che indorava il lato celeste delle nuvole. «Per fede Mosè quando nacque fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché vedevano che il bambino era bello e non temettero il comandamento del re» (Ebrei 11:23).

Con quell’atto, la nobile figlia di Levi ci dà una santa lezione; il suo «canestro fatto di giunchi», spalmato di bitume, proclama la fiducia che essa aveva nella verità che, come un tempo per Noè «predicatore dl giustizia», qualcosa avrebbe messo al riparo dalle acque della morte quel «bel bambino».

Il canestro di giunchi era forse soltanto un’inven­zione umana, frutto della previdenza e della sagacità na­turali dell’uomo? Era forse l’ispirazione di un cuore di madre che nutriva la cara ma chimerica speranza di strappare il suo tesoro dalle mani spietate della morte? O piuttosto non era stata la fede a formarlo perché fosse un vaso di misericordia, per portare al sicuro «un bel bambino» al di sopra delle acque della morte, nel luogo che gli era destinato dal decreto immutabile dell’Iddio vivente?

Quando ammiriamo la figlia di Levi, china su quel ca­nestro che la sua fede ha costruito, nell’atto di deporvi il proprio figlio, essa ci appare come un’immagine della fede che si eleva con ardimento molto al di sopra di questa terra di morte e di desolazione e trapassa con uno sguardo d’aquila le nuvole cupi che si accumulano attorno ad una tomba, fino a vedere l’Iddio della risurre­zione spiegare i risultati dei suoi eterni consigli, in una sfera ove nessun dardo della morte può penetrare. Ap­poggiata sulla «Rocca dei secoli» essa sta ad aspet­tare in un santo trionfo, mentre le nubi della morte si accumulano ai suoi piedi.

Che valore poteva mai avere l’ordine del re per un’anima che possedeva questo principio celeste? Che importanza poteva avere per lei che, tranquillamente, si era seduta vicino al suo canestro di giunco, guar­dando la morte in faccia? Lo Spirito Santo ci insegna: «per fede i genitori di Mosè non temettero l’ordine del re» (Ebrei 11:23). L’anima che un poco conosce la comunione con l’Iddio che risuscita i morti, non ha paura di niente; essa può usare il linguaggio trionfante del­l’Apostolo (1 Corinzi 15:55 e 57) e dire: «O morte dov’è la tua vittoria? O morte dov’è il tuo dardo? Or il dardo della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge; ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo»; può pronunciare queste parole di trionfo davanti al martirio di Abele, a Giuseppe nella cisterna, a Mosè nel suo canestro di giunchi e davanti allo sterminio della stirpe reale ordi­nato da Atalia; e lo può fare anche per i neonati di Bethleem messi a morte dal crudele Erode e, soprat­tutto, sulla tomba del Principe della nostra salvezza.

Ma forse qualcuno non sa discernere, nella costru­zione del canestro di giunchi, l’opera della fede. Molti sono forse incapaci di avvicinarsi ad esso, come la sorella di Mosè che se ne stava «a una certa distanza, per sapere quel che gli succederebbe». È chiaro che la sorella non era al livello della madre, quanto alla misura della fede. Indubbiamente c’era in lei quell’inte­resse profondo, quel reale affetto che ritroviamo in «Maria Maddalena e l’altra Maria sedute dirimpetto al sepolcro» (Matteo 27:51). Nell’autore di quel cane­stro c’era qualcosa di superiore all’interessamento e all’affezione. La madre, è vero, non rimase là, a una certa distanza, per sapere ciò che sarebbe accaduto al suo figliuolo e, come capita spesso, la grandezza morale della fede, in lei poteva essere interpretata come indif­ferenza; tuttavia non era indifferenza ma vera grandezza, la grandezza della fede. Se la sua naturale affezione non la trattiene di fronte alla scena della morte, la potenza della fede aveva affidato alla madre di Mosè un’opera più nobile da compiere, in presenza dell’Iddio di risurrezione; la sua fede aveva fatto posto per Lui sulla scena, ed Egli si manifestò in un modo infinitamente glorioso.

«Or la figlia del Faraone scese a fare le sue ablu­zioni sulla riva del fiume e le sue donzelle passeggia­vano lungo il fiume. Ella vide il canestro nel canneto e mandò la sua cameriera a prenderlo. L’aprì e vide il bimbo; ed ecco il piccino piangeva; ed ella n’ebbe com­passione e disse: Questo è uno dei figliuoli degli Ebrei» (v. 5-6).

La risposta divina incomincia a farsi udire, all’orec­chio della fede, con i più dolci accenti. In tutto quello c’era Dio. Ridano pure, a quest’idea, il razionalista, l’in­credulo, l’ateo; anche la fede ne ride ma di un riso ben diverso. Il primo è il freddo riso dello sdegno, all’idea che Dio intervenga in un affare così triviale come quello della passeggiata della figlia del re; quello della fede, invece, è un riso di gioia al pensiero che, in tutto ciò che avviene, c’è Dio; e se pure il suo intervento si è manifestato in qualcosa, lo è certamente nella passeg­giata della figlia del Faraone, benché essa non ne sa­pesse nulla.

Una delle più dolci occupazioni dell’anima rigene­rata è quella di seguire le impronte del divino intervento in circostanze e in avvenimenti nei quali uno spirito superficiale non saprebbe vedere altro che un cieco caso o un destino crudele. Capita, a volte, che la cosa più insignificante diventi un importante anello in una catena di avvenimenti che l’onnipotente Iddio fa con­correre alla realizzazione dei suoi grandi disegni. Così, per esempio, al capitolo 6 del libro di Ester al versetto 1 vediamo un re pagano passare una notte insonne: cir­costanza certamente non nuova per lui come per molti altri ma che diventa un anello nella lunga catena di avvenimenti provvidenziali che vediamo concludersi con la meravigliosa liberazione della discendenza oppressa di Israele.

Lo stesso è per la figlia dei Faraone nella sua pas­seggiata lungo il fiume. Essa non si sognava mai più di concorrere al progredire del disegno dell’«Eterno, l’Iddio degli Ebrei». Non pensava di certo che quel pic­cino che vagiva nel canestro di giunco era lo strumento destinato dall’Eterno per sconvolgere l’Egitto fin dalle fondamenta. Eppure era così. L’Eterno può far sì che il furore degli uomini ridondi alla sua lode e può cin­gersi degli ultimi avanzi dei loro furori (Salmo 76:10).

«Allora la sorella del bambino disse alla figliuola del Faraone: Devo andare a chiamarti una balia tra le donne ebree che t’allatti questo bimbo? La figliuola di Faraone le rispose: Va. E la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. E la figliuola di Faraone le disse: Porta via questo bambino e allattalo e io ti darò il tuo salario. E quella donna prese il bambino e l’allattò. E quando il bambino fu cresciuto, ella lo menò alla figliuola di Faraone: esso fu per lei come un figliuolo ed ella gli pose nome Mosè; perché, disse, io l’ho tratto dall’ac­qua» (cap. 2:7-10).

La fede della madre di Mosè trova qui piena ricom­pensa; Satana è confuso e la saggezza meravigliosa di Dio compensata. Chi avrebbe immaginato che proprio colui che aveva detto «se è un maschio, uccidetelo» e ancora «ogni maschio che nasce gettatelo nel fiume» avrebbe avuto a corte uno di quei figli maschi? E che figlio! Il Diavolo fu vinto con le sue stesse armi e Fa­raone, di cui egli si voleva servire per distruggere il disegno di Dio, fu adoperato da Dio per nutrire e alle­vare Mosè, strumento di Dio per confondere la potenza di Satana.

Veramente «grande è la Sua sapienza» (Isaia 28:29). Confidiamo in Lui con più semplicità; il nostro sentiero sarà più felice e la testimonianza più efficace.

3. Capitolo 2:11-25

Nel meditare la sua storia, questo grande servitore di Dio, Mosè, va considerato sotto due punti di vista: nel suo carattere personale e in quello allegorico.

Nel carattere personale di Mosè vi sono molte cose che dobbiamo imparare. Dio dovette non soltanto su­scitarlo ma anche formarlo, in un modo o nell’altro, per un lungo periodo di ottant’anni, prima nella casa della figlia del Faraone, poi nel deserto (cap. 3:1).

A nostro giudizio, ottant’anni sembrano un tempo lunghissimo per l’educazione di un servitore di Dio; ma i pensieri di Dio non sono i nostri: Dio sapeva che era necessario il doppio di quarant’anni per preparare que­sto vaso scelto da lui. Quando Dio educa qualcuno, lo fa in un modo che è degno di Lui e del suo santo ser­vizio. Egli non vuole un novizio.

Il servitore di Cristo deve imparare più di una le­zione: deve passare attraverso più di un esercizio e so­stenere più di una lotta, in segreto, prima di essere ve­ramente adatto per agire in pubblico. All’uomo naturale questo non piace: egli preferirebbe giocare un impor­tante ruolo in pubblico piuttosto che imparare in se­greto: preferirebbe essere l’oggetto dell’ammirazione degli uomini piuttosto di essere disciplinato dalla mano di Dio. Ma dobbiamo seguire il cammino di Dio. Con l’impulso della nostra natura ci si precipiterebbe nel campo d’azione, ma Dio in questo non ha a che fare; bisogna che l’uomo naturale sia frantumato, consumato, messo da parte. Il posto della morte è quello che gli spetta. Se vuole agire, Dio nella sua perfetta fedeltà e saggezza guiderà le cose in modo tale che il risultato di questa attività della natura torni a sua completa con­fusione. Dio sa cosa bisogna farne dell’uomo naturale; sa dove deve essere posto e dove trattenuto.

Ci sia dato di entrare più profondamente nei pen­sieri di Dio riguardo all’«io» e tutto ciò che vi si rife­risce; cadremo così meno sovente nell’errore; il nostro cammino sarà fermo e moralmente elevato, il nostro spirito dolce, il servizio efficace.

«Or in quei giorni, quando Mosè era diventato gran­de, avvenne ch’egli uscì a trovare i suoi fratelli e notò i lavori di cui erano gravati; e vide un Egiziano che per­coteva uno degli Ebrei suoi fratelli. Egli volse lo sguar­do di qua e di là; e, visto che non c’era nessuno, uccise l’Egiziano e lo nascose nella sabbia (v. 11 e 12).

Il tempo stabilito da Dio per giudicare l’Egitto e liberare Israele non era ancora venuto; ma il servitore intelligente aspetta sempre il tempo di Dio. Mosè, dive­nuto grande, «fu educato in tutta la sapienza degli Egizi» e poi «egli pensava che i suoi fratelli intende­rebbero che Dio li voleva salvare per mezzo di lui» (Atti 7:22-25).

Tutto questo è vero. Tuttavia è evidente che Mosè anticipò i tempi e, quando così avviene, la caduta è im­minente (*); e non soltanto la caduta, alla fine, ma anche l’incertezza, la mancanza di calma e di santa dipendenza nello svolgimento di un’opera incominciata prima del tempo di Dio.

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(*) Nel discorso di Stefano al Sinedrio si trova un’allusione all’atto di Mosè, sul quale può essere utile dire qualcosa: «Ma quando fu pervenuto all’età di quarant’anni, gli venne in animo d’andare a visitare i suoi fratelli, i figliuoli d’Israele. E vedutone uno a cui era fatto torto, lo difese e vendicò l’oppresso, uccidendo l’Egizio. Or egli pensava che i suoi fratelli intenderebbero che Dio li voleva salvare per mano di lui; ma essi non l’intesero» (Atti 7:23-25). È evidente che in tutto questo discorso lo scopo di Stefano era quello di ricordare gli episodi della storia della nazione, adatti per agire sulla coscienza di chi gli stava dinanzi; sarebbe stato contrario a questo scopo e anche contrario alla regola dello Spirito nel Nuovo Testamento, il sollevare qui una questione per sapere se Mosè non avesse agito prima del tempo stabilito da Dio. Inoltre si limita a dire: «gli venne in animo d’andare a visitare i suoi frattelli». Non dice che Dio lo mandò, in quell’epoca. Ma questo non giustifica assolutamente lo stato morale di quelli che lo rigettarono. «Ma essi non l’intesero». Questo è ciò che li riguarda, indipendentemente dalle lezioni che Mosè abbia avuto da imparare su questo soggetto. Ogni credente spirituale comprenderà questo senza difficoltà. Considerando Mosè come «tipo», possiamo vedere, in questi aspetti della sua vita, la missione del Cristo in Israele, il suo rigettamento da parte dei Giudei che dicono: «Non vogliamo che costui regni su noi». D’altro canto, se consideriamo Mosè personalmente, vediamo che, come molti altri, ha commesso degli errori e ha manifestato delle debolezze. A volte voleva andare troppo veloce, altre volte troppo piano. Tutto questo è facilmente comprensibile e non fa che magnificare la grazia infinita e la inesauribile pazienza di Dio.
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Mosè guardò «di qua e di là». Quando si agisce con Dio e per Dio, nella piena intelligenza dei suoi pen­sieri circa i particolari dell’opera da compiere, non c’è bisogno di guardarsi attorno. Se quello fosse stato real­mente il tempo di Dio, se Mosè avesse avuto la coscien­za, nel suo intimo, d’aver ricevuto da Dio la missione di eseguire il giudizio sull’Egiziano, se fosse stato certo che Dio era presente, non avrebbe volto «lo sguardo di qua e di là». L’atto di Mosè racchiude una lezione molto pratica per ogni servitore di Dio. Vi troviamo due circostanze: la paura della collera dell’uomo e la speranza di ottenere il favore dell’uomo. Il servitore di Dio non dovrebbe preoccuparsi né dell’una né dell’al­tra. Che valore hanno l’ira o il favore di un povero mor­tale per chi ha l’incarico di una missione divina e gode della presenza di Dio? Per un tale uomo esse hanno meno importanza di un granello di polvere attaccato al piatto di una bilancia.

«Non te l’ho io comandato? Sii forte e fatti animo; non ti spaventare e non ti sgomentare, perché l’Eterno, il tuo Dio, sarà teco ovunque andrai» (Giosuè 1:9). «Tu, dunque, cingiti i lombi, levati, e dì loro tutto quello che io ti comanderò. Non ti sgomentare per via di loro ond’io non ti renda sgomento in loro presenza. Ecco, oggi io ti stabilisco come una città fortificata, come una colonna di ferro e come un muro di rame contro tutto il paese, contro i re di Giuda, contro i suoi principi, contro i suoi sacerdoti e contro il popolo del paese. Essi ti faranno la guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono teco per liberarti, dice l’Eterno» (Geremia 1:17-19).

Posto su un terreno così elevato, il servitore di Cristo non volge lo sguardo di qua e di là; egli agisce secondo questo consiglio della sapienza divina: «gli occhi tuoi guardino bene in faccia, e le tue palpebre si dirigano dritto davanti a te» (Proverbi 4:25). La sapienza divina ci porta sempre a guardare in alto e avanti. Possiamo essere certi che vi è del male in noi e che non ci troviamo sul vero terreno del servizio per Dio, quando ci guardiamo attorno sia per evitare lo sguardo sdegnato di un uomo sia per incontrare il sorriso della sua approvazione; e non abbiamo la certezza che la nostra missione rivesta l’autorità divina e che godiamo della presenza di Dio, cose ambedue assolutamente necessarie per ogni servitore di Dio. Un gran numero di persone, è vero, sia per profonda ignoranza, sia per eccessiva fiducia in se stesse, entrano in una sfera d’at­tività alla quale Dio non le destinava e per la quale, di conseguenza, non le aveva qualificate; e tali persone manifestano un sangue freddo e una padronanza di se stesse sorprendenti per quelli che hanno occasione di giudicare con imparzialità i loro doni e i loro meriti.

Ma tutta questa bella apparenza cede ben presto il posto alla realtà e non può minimamente intaccare il principio secondo il quale nulla può liberare l’uomo dalla tendenza di guardarsi attorno con circospezione se non la coscienza di una missione affidata da Dio e della pre­senza di Dio. Chi possiede queste due cose è completa­mente liberato dalle ingerenze umane; è indipendente dagli uomini; e nessuno è in grado di servire altri se non è assolutamente indipendente da essi; ma chi co­nosce il suo vero posto può abbassarsi per lavare i piedi ai propri fratelli.

Se distogliamo i nostri sguardi dall’uomo e li rivol­giamo sul solo perfetto Servitore, non lo vediamo guardare di qua e di là, per la semplice ragione che i suoi occhi non erano mai fissi sugli uomini ma sempre e sol­tanto su Dio. Gesù non temeva l’ira dell’uomo e neppure cercava il suo favore; non aperse mai la bocca per otte­nere gli applausi degli uomini; non tacque mai per evi­tare il loro disprezzo; per questo tutte le sue parole e i suoi atti erano contrassegnati da elevatezza e da santa fermezza. Egli è il solo di cui si è potuto dire con ve­rità: «La sua fronda non appassisce e tutto quello che fa prospererà» (Salmo 1:3).

Tutto quello ch’egli faceva tornava a suo vantaggio perché faceva tutto per Dio. I suoi atti, le sue parole, i suoi movimenti, i suoi sguardi, i suoi pensieri somi­gliavano a un bel mazzo di frutti fatto per rallegrare il cuore di Dio e il cui profumo saliva verso di Lui. Egli non aveva mai nessun timore quanto al risultato della sua opera, poiché agiva sempre con Dio e per Dio, in una piena intelligenza dei suoi pensieri. La sua propria volontà, per quanto perfetta fosse, non si mescolò mai a nessuna delle cose che fece come uomo sulla terra. Ha potuto dire: «Son disceso dal cielo per fare non la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato» (Giovanni 6:28); per questo egli dava il suo frutto «nella sua stagione». Faceva sempre le cose che piacevano al Padre (Giovanni 8:29), e, di conseguenza, non aveva mai nulla da temere, mai bisogno di pentirsi o di volgere lo sguardo di qua e di là.

Ora, sotto questo aspetto, come sotto ogni altro, il beato Maestro fa sorprendentemente contrasto con i più notevoli e i più eminenti dei suoi servitori. Mosè stesso «ebbe paura», e Paolo «provò del rincresci­mento» (2 Corinzi 7:8). Il Signore Gesù non provò mai né l’una né l’altro; non dovette mai tornare sui propri passi, né ritirare una parola o rettificare un pensiero. In Lui tutto era perfetto in modo assoluto; tutto era «il frutto nella sua stagione». Il corso della sua vita santa e celeste procedeva senza turbamento e senza deviazioni. La sua volontà era perfettamente sottomessa. Gli uomini migliori e più devoti commettono errori; ma è certo che più potremo, per grazia, mortificare la nostra volontà, meno ne commetteremo. È una gioia, insomma, quando il nostro sentiero è realmente un sentiero di fede e di sincera devozione a Cristo.

Mosè camminava così. Era un uomo di fede, un uomo che si lasciava riempire e penetrare dallo spirito del suo Maestro e camminava sulle sue orme con una fer­mezza e una costanza meravigliose. Egli anticipò, è vero, di quarant’anni, il tempo stabilito da Dio per giudicare l’Egitto e liberare Israele; tuttavia questo fatto non lo vediamo ricordato nel commento ispirato nel capitolo 11 dell’epistola agli Ebrei, dove troviamo soltanto il principio divino sul quale, in definitiva, il suo cammino era fon­dato. «Per fede Mosè, divenuto grande, rifiutò d’esser chiamato figliuolo della figliuola di Faraone, scegliendo piuttosto d’esser maltrattato col popolo di Dio che di godere per breve tempo i piaceri del peccato; stiman­do egli il vituperio di Cristo ricchezza maggiore dei te­sori d’Egitto, perché riguardava alla rimunerazione. Per fede abbandonò l’Egitto, non temendo l’ira del re, perché stette costante, come vedendo Colui che è invisibile» (Ebrei 11:24-27).

Questi passi ci descrivono la con­dotta di Mosè in un modo pieno di grazia. È sempre così che lo Spirito Santo presenta la sto­ria dei santi dell’Antico Testamento. Quando scrive la storia d’un uomo ce lo mostra tale qual’è con tutti i suoi peccati e le sue imperfezioni; ma quando, nel Nuo­vo Testamento, commenta questa stessa storia, si li­mita a far conoscere il vero principio informatore e il risultato generale della vita di quest’uomo. Così, benché nell’Esodo sia raccontato che Mosè «volse lo sguardo di qua e di là», che «ebbe paura, e disse: Certo, la cosa è nota», e infine che «fuggì dal cospetto di Fa­raone», nell’epistola agli Ebrei leggiamo che ciò che Mosè ha fatto, lo ha fatto «per fede», «non temendo l’ira del re» e che «stette costante come vedendo Colui che è invisibile».

Fra poco avverrà la stessa cosa, quando il Signore verrà, «il quale metterà in luce le cose occulte delle tenebre, e manifesterà i consigli dei cuori; e allora cia­scuno avrà la sua lode da Dio» (1 Corinzi 4:5). È questa una verità consolante e preziosa per ogni anima diritta e per ogni cuore fedele. Il cuore può formulare molti piani che, per varie ragioni, la mano è incapace di realizzare; tutti questi piani saranno «manifestati» quando «il Signore verrà». Sia benedetta la grazia che ne ha data la certezza!

I consigli d’amore di un cuore che gli è attaccato sono per Cristo molto più preziosi delle opere esteriori, anche le più perfette. Queste ultime potranno brillare agli occhi degli uomini e diventare il soggetto dei loro discorsi mentre i primi sono destinati soltanto per il cuore di Gesù e saranno manifestati davanti a Dio e ai santi angeli; possa il cuore di ogni servitore di Cri­sto essere esclusivamente occupato della sua persona; possano i loro occhi essere fermamente rivolti al suo ritorno!

Studiando la vita di Mosè vediamo che la fede gli fece seguire una via opposta al corso naturale che lo portò non soltanto a sprezzare tutti i piaceri, tutte le se­duzioni e gli onori della corte di Faraone ma, in più, ad abbandonare un campo d’azione utile e, in apparenza, molto esteso. I ragionamenti umani l’avrebbero con­dotto in una via del tutto opposta; l’avrebbero indotto a sfruttare la sua influenza in favore del popolo di Dio e ad agire in favore di quel popolo piuttosto che a sof­frire con lui. Secondo il giudizio umano la provvidenza sembrava aver aperto a Mosè un campo di lavoro este­so e molto importante: e, in effetti, se mai la mano di Dio aveva chiaramente posto qualcuno in una posizione del tutto speciale, questo era il caso di Mosè. È stato per un meraviglioso intervento e per una incomprensi­bile concatenazione di eventi, ciascuno dei quali rive­lava la mano dell’Onnipotente e che nessun uomo po­teva prevedere, che la figlia di Faraone divenne lo stru­mento per mezzo del quale Mosè fu tratto dall’acqua, nutrito e allevato fino a che «fu pervenuto all’età di qua­rant’anni» (Atti 7:23). In simili circostanze, l’abbando­no della sua alta posizione e delle influenze che questa gli permetteva di esercitare, non poteva essere inter­pretato che come il risultato di uno zelo fuori posto.

Così ragiona la nostra natura cieca; ma la fede pensava le cose diversamente, poiché la carne e la fede sono sempre in opposizione l’una con l’altra. Esse non pos­sono trovarsi d’accordo su un solo punto; e tanto meno su ciò che generalmente viene chiamata «guida della Provvidenza».

La carne intravedrà sempre queste direzioni come altrettante autorizzazioni ad abbandonarsi alle sue pro­prie inclinazioni; invece la fede le considera come oc­casioni per rinunciare all’io. Giona avrebbe potuto scor­gere, nell’incontro di una nave diretta a Tarsis, una evi­dente indicazione della provvidenza, mentre, in effetti, finì per essere un’occasione per lui di distogliersi dal cammino dell’obbedienza.

È, indubbiamente, privilegio del cristiano il discer­nere la mano e l’udire la voce del Padre in ogni circo­stanza. Il cristiano che non si lascia guidare da esse, assomiglia a un battello in mezzo al mare senza bus­sola e senza timone; è esposto alla mercé dei marosi e della bufera. La promessa che Dio fa al suo figliuolo è: «io ti consiglierò e avrò gli occhi su te» (Salmo 32:8); e la sua parola d’avvertimento è: «non siate come il cavallo e come il mulo che non hanno intelletto la cui bocca bisogna frenare con morso e con briglia altri­menti non ti s’accostano!» (Salmo 32:9).

Ora, è preferibile essere guidati dall’occhio del no­stro Padre piuttosto che dal morso e dalla briglia delle circostanze; e sappiamo che, nel significato corrente, l’espressione «provvidenza» non è che un termine per indicare l’azione delle circostanze.

La potenza della fede si manifesta sempre nel rifiu­to e nell’abbandono di tali pretese direzioni provviden­ziali. È stato il caso di Mosè che «per fede rifiutò d’esser chiamato figliuolo della figliuola di Faraone» e «per fede abbandonò l’Egitto». Se il suo giudizio si fosse basato su ciò che vedeva, avrebbe considerato la dignità che gli era offerta come un dono palese della Provvidenza divina e sarebbe ri­masto alla corte di Faraone dove, apparentemente, la mano di Dio gli aveva preparato un vasto campo di la­voro. Ma dal momento che camminava per fede e non per visione, egli lasciò tutto. Che nobile esempio da seguire!

E, notate, ciò che Mosè stimò «ricchezza mag­giore dei tesori d’Egitto» era non solo l’obbrobrio per Cristo, ma «il vituperio di Cristo». «I vituperi di quelli che ti vituperano son caduti su me» (Salmo 69:9). Il Signore Gesù si identificò, in perfetta grazia, col suo popolo. Lasciando il seno del Padre, deponendo tutta la gloria di cui era rivestito, discese dal cielo, si mise al posto del suo popolo, confessò i peccati dei suoi e portò il loro giudizio sul legno maledetto. Fu questa la sua dedizione volontaria; non si limitò ad agire per noi ma si fece uno con noi liberandoci così da tutto ciò che poteva essere contro a noi.

In questo modo vediamo in che grado Mosè, nelle sue simpatie, entrava nei pensieri e nei sentimenti di Cristo riguardo al popolo di Dio. Posto com’era in mezzo al benessere, allo sfarzo e alla gloria della corte di Fa­raone, là dove abbondavano i «piaceri del peccato» e «i tesori d’Egitto», avrebbe potuto, volendolo, godere di tutte queste cose; avrebbe potuto vivere e morire nell’opulenza e percorrere un cammino rischiarato, dal principio alla fine, dalla luce del favore reale; ma tutto ciò non sarebbe stato «la fede» e neppure l’essere «conforme a Cristo». Dalla posizione elevata in cui si trovava, Mosè vide i suoi fratelli curvi sotto il peso che era stato posto sulle loro spalle e, per fede, capì che il suo posto era con loro. Sì, con loro nel loro obbrobrio, nella loro schiavitù, nelle loro afflizioni, nel loro avvilimento. Se fosse stato mosso soltanto da un sentimento di benevolenza, di filantropia o di patriotti­smo, avrebbe potuto far valere la propria influenza in favore dei suoi fratelli. Sarebbe forse arrivato a con­vincere Faraone ad alleggerire il peso che li opprime­va, a rendere la loro esistenza più dolce con delle con­cessioni reali; ma una tale via non è mai quella di un cuore in comunione col cuore di Cristo e non lo soddisferà mai. Questo era, per grazia, il cuore di Mosè; perciò con tutta l’energia e gli affetti di questo cuore, egli si slanciò, corpo, anima e spirito, in mezzo ai suoi fratelli oppressi «scegliendo piuttosto d’esser maltrat­tato col popolo di Dio». Oltre a ciò è «per fede» che ha agito così.

Valutiamo bene questo, caro lettore: non dobbiamo accontentarci di desiderare il bene del popolo di Dio, di adoperarci per esso o di parlare con benevolenza in suo favore; dobbiamo pienamente identificarci con lui per quanto sprezzato e perseguitato esso sia. Uno spirito generoso può provare un certo piacere ad ap­poggiare il Cristianesimo; ma è tutt’altra cosa l’iden­tificarsi col cristiano e il soffrire con lui. Una cosa è essere protettore, altra cosa è essere martire: la di­stinzione fra l’una e l’altra la troviamo da un capo al­l’altro della Scrittura. Abdia si era curato dei testimoni di Dio (1 Re 18:3-4), ma Elia fu un testimone per Dio. Il re Dario era così affezionato a Daniele che, per causa sua, passò una notte insonne; ma, quella stessa notte, Daniele la passò nella fossa dei leoni, quale testimone della verità (Daniele 6:18). Nicodemo az­zardò una parola per Cristo, ma una più matura cono­scenza del Maestro l’avrebbe spinto a identificarsi con Lui.

Queste considerazioni sono puramente pratiche. Il Signore Gesù non ha bisogno di protettori; egli vuole dei compagni. La verità che lo concerne ci è rivelata non perché ci assumiamo la difesa della sua causa sulla terra, ma perché abbiamo comunione con la sua persona nei cieli. Egli si è identificato con noi al prezzo immenso di tutto ciò che l’amore poteva offrire. Non ne era obbligato; avrebbe potuto conservare il suo posto eterno «nel seno del Padre»; ma allora come avrebbe potuto scendere fino a noi, peccatori colpevoli e degni dell’inferno, il potente fiume del­l’amore che era trattenuto nel suo cuore? Tra Lui e noi non poteva esserci unione se non alle condizioni che esigevano dalla sua parte l’abbandono di ogni cosa. Ma, benedetto sia in eterno il suo Nome adorabile, egli si è volontariamente sottomesso: «Il quale ha dato se stesso per noi affin di riscattarci da ogni ini­quità e di purificarsi un popolo suo proprio, zelante nelle opere buone» (Tito 2:14). Egli non ha voluto go­dere da solo, della propria gloria ma ha voluto soddi­sfare il suo cuore amando e associandosi «molti fi­gliuoli» in quella gloria. Egli dice: «Padre, io voglio che dove son io siano meco anche quelli che tu m’hai dato affinché veggano la mia gloria che tu m’hai dato; poiché tu m’hai amato avanti la fondazione del mondo» (Giovanni 17:24).

Quelli erano i pensieri di Cristo per il suo popolo e possiamo considerare come il cuore di Mosè simpa­tizzasse con questi pensieri benedetti. Senza contraddi­zione egli aveva parte, in sommo grado, allo spirito del suo Maestro e lo mostrò sacrificando volontariamente ogni considerazione personale e associandosi senza ri­serve al popolo di Dio.

Nel capitolo successivo avremo da considerare il nuovo carattere personale e gli atti di questo grande servitore di Dio; ci limitiamo a considerarlo qui come figura del Signore Gesù. Da ciò che leggiamo, in Deute­ronomio 18:5: «l’Eterno il tuo Dio ti susciterà un pro­feta come me, in mezzo a te, d’infra i tuoi fratelli; a quello darete ascolto!» (confr. Atti 7:37), è evidente che Mosè era una figura di Cristo. Non ci­abbandoniamo dunque a pensieri umani se consideriamo Mosè come un «tipo», ma seguiamo l’insegnamento chiaro ed esplicito della Scrittura che, negli ultimi versetti del cap. 2 dell’Esodo, ce lo presenta sotto due aspetti: dap­prima (v. 14 e Atti 7:27-28) come rigettato da Israele; poi nella sua unione con una straniera nel paese di Madian (v. 21-22).

Abbiamo già sviluppato questi due punti studiando la storia di Giuseppe che, respinto dai suoi fratelli se­condo la carne, si unisce a una donna egiziana. Il riget­tamento di Cristo da parte di Israele e la sua unione con la Chiesa, sono rappresentati in figura nelle storie di Giuseppe e di Mosè; ma gli aspetti sono diversi. Nella storia di Giuseppe si vede la manifestazione del­l’inimicizia aperta contro la sua persona; in quella di Mosè, invece, il rigettamento riguarda la sua missione. Di Giuseppe è scritto: «I suoi fratelli... l’odiavano e non gli potevan parlare amichevolmente». A Mosè dissero: «Chi t’ha costituito principe e giudice sopra di noi?». In altri termini il primo fu odiato personalmente; l’ul­timo pubblicamente respinto.

Nello stesso modo il gran­de mistero della Chiesa è presentato nella storia di questi due santi dell’antico Testamento. Asenath rap­presenta una fase della Chiesa diversa da quella rap­presentata da Sefora. Asenath si unì a Giuseppe nel­l’epoca della sua esaltazione: Sefora fu la compagna di Mosè durante il tempo di oscura vita nel deserto (confr. Genesi 41:41-45; Esodo 2:15 - 3:1). Giuseppe e Mosè, nell’epoca della loro unione con una straniera, erano tutti e due rigettati dai loro fratelli, ma mentre il primo era governatore su tutto il paese d’Egitto, il secondo «guidava il gregge dietro al deserto».

Sia dunque che contempliamo Cristo manifestato in gloria o sia nascosto alla vista del mondo, la Chiesa gli è intimamente associata. E come il mondo ora non vede Lui, così non può conoscere questo corpo che è uno con Lui. «Per questo non ci conosce il mondo, perché non ha conosciuto Lui» (1 Giovanni 3:1). Ben presto Cri­sto apparirà nella sua gloria e la Chiesa con Lui. «Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con Lui manifestati in gloria» (Colossesi 3:4) e ancora: «E io ho dato loro la gloria che tu hai dato a me, affinché siano uno come noi siamo uno; io in loro e tu in me; acciocché siano perfetti nell’unità, affinché il mondo conosca che tu m’hai mandato e che li ami come hai amato me» (Giovanni 17:22-23) (*).

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(*) In Giovanni 17:21-23 si tratta di due unità distinte e differenti. Le prima era quell’unità il cui mantenimento ere affidato alla responsabilità della Chiesa e che ha completamente fallito; la seconda è quell’unità che Dio formerà immancabilmente e che manifesterà nella sua gloria. Se il lettore rilegge con cura questo passo si convincerà di questa differenza sia quanto al carattere che quanto al risultato di queste unità.
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Questa è la posizione santa ed elevata della Chiesa. Essa è una con Colui che è rigettato dal mondo ma che siede sul trono della Maestà nei cieli. Il Signore Gesù si è reso responsabile per lei sulla croce, per farla par­tecipare al suo attuale rigettamento e alla sua gloria futura.

Volesse Dio che tutti coloro che fanno parte di un corpo così gloriosamente privilegiato fossero più pro­fondamente penetrati dal sentimento intelligente del cammino che ad essi si addice e del carattere che de­vono rivestire quaggiù. I figli di Dio dovrebbero rispon­dere tutti più pienamente e più chiaramente a quel­l’amore che li ha amati, a quella grazia ch’Egli ha dato loro e alla dignità di cui li ha rivestiti. Il camminò del cristiano dovrebbe essere sempre il risultato spontaneo di un privilegio compreso e realizzato e non il risultato costretto di promesse e di risoluzioni legali; il frutto naturale di una posizione conosciuta e di cui si gioisce per la fede e non il frutto degli sforzi dell’uomo per giungere a una posizione «per mezzo delle opere della legge». Ogni vero credente è una parte del corpo di Cristo, della Sposa di Cristo; egli deve dunque a Cristo l’affetto che si addice a una tale relazione. Non si entra nelle relazioni in base all’affetto ma l’affetto deriva dalla relazione.

Così ne sia, Signore, di tutto il tuo popolo diletto che tu hai riscattato a prezzo del tuo sangue!

4. Capitolo 3

Riprendiamo ora la storia di Mosè e consideriamo questo grande servitore di Dio nel periodo così interes­sante che trascorse in disparte e che comprende non meno di quaranta dei suoi anni migliori, se così si può dire. Il Signore, nella sua saggezza, bontà e fedeltà, mise il suo caro servitore in disparte, lontano dagli sguardi e dai pensieri degli uomini per formarlo sotto il suo diretto controllo. Mosè ne aveva bisogno. È vero che aveva trascorso quarant’anni in casa di Faraone ma, benché quel soggiorno non sia stato senza profitto per lui, ciò che vi ha acquisito non è nulla a paragone di quello che ha imparato nel deserto. Il soggiorno in casa di Faraone gli è stato utile ma quello nel deserto era indispensabile. Nulla può sostituire la comunione se­greta con Dio e l’educazione che si riceve alla sua scuola e sotto la sua disciplina. Tutta la scienza degli egiziani non avrebbe reso Mosè in grado di compiere il servizio al quale doveva essere chiamato. Avrebbe po­tuto fare una brillante carriera nelle scuole d’Egitto ed uscirne carico d’onori con l’intelligenza ricca di cono­scenza e il cuore gonfio d’orgoglio e di vanità. Avrebbe potuto raggiungere un elevato grado alla scuola degli uomini e aver da imparare, ancora, l’abbiccì alla scuola di Dio.

La sapienza e la scienza umane, per quanto valore possano avere, non potranno mai fare un servitore di Dio, né qualificare qualcuno per assolvere un compito di qualunque genere nel servizio divino. Esse rende­ranno l’uomo in grado di giocare un ruolo importante dinanzi al mondo, ma bisogna che colui di cui Dio vuole servirsi sia dotato di qualità ben differenti e che si acquisiscono solo nel santo isolamento, alla presenza di Dio.

Tutti i servitori di Dio dovettero imparare, per espe­rienza, la verità di ciò che diciamo: Mosè in Horeb, Elia al torrente di Kerith, Ezechiele presso il fiume Ke­bar, Paolo in Arabia e Giovanni a Patmo. E se conside­riamo il divino Servitore vediamo che il tempo trascorso in disparte è di gran lunga maggiore di quello del suo servizio pubblico. Benché fosse perfetto in intelligenza e volontà, passò trent’anni nell’oscura casa di un po­vero falegname di Nazareth prima di comparire in pub­blico. E poi, una volta entrato nella sua carriera attiva, quante volte si ritirò lontano dallo sguardo degli uomini, per godere, in disparte, la dolce e santa presenza di Dio!

Ma, forse, qualcuno domanderà: come si può far fronte al bisogno pressante di operai che si è sempre fatto sentire, se tutti devono passare per una così lunga educazione segreta? Questo è affare del Signore, non nostro. È Lui che sa suscitare gli operai ed è Lui pure che sa formarli. Questa non è un’opera d’uomo. Dio solo può suscitare e formare un vero ministro, e se impiega molto tempo per educare un tale uomo è perché ritiene buono così dal momento che, come sappiamo, se fosse la sua volontà, un istante solo gli basterebbe per com­piere questo lavoro. Una cosa è evidente: che Dio ha tenuto tutti i suoi servitori molto soli con sé, sia prima che dopo il loro ingresso nel pubblico servizio; e senza questa disciplina, senza questo servizio se­greto, saremmo sempre dei teorici sterili e superfi­ciali. Chi si avventura nella carriera pubblica senza es­sersi pesato con la bilancia del santuario, senza essersi misurato, egli stesso, nella presenza di Dio, assomiglia a un battello che spiega le vele senza essere convenien­temente zavorrato e che non può che affondare al primo colpo di vento. Invece, in colui che è passato attraverso tutte le classi della scuola di Dio, c’è una profondità, una solidità, una costanza che rappresentano elementi essenziali nella formazione del carattere di un vero servitore.

Per questo, quando vediamo Mosè isolato, all’età di quarant’anni, nella solitudine di un deserto, allontanato dagli onori e dalla magnificenza di una corte, possiamo aspettarci di vederlo intraprendere una eccezionale car­riera. La mano dell’uomo non è capace a modellare «un vaso nobile atto al servizio del padrone» (2 Ti­moteo 2:21). Solo Dio sa farlo.

«Or Mosè pasceva il gregge di Jethro suo suocero, sacerdote di Madian; e guidando il gregge dietro al de­serto, giunse alla montagna di Dio, a Horeb» (cap. 3:1). Che cambiamento nella vita di Mosè! Abbiamo visto in Genesi (46:34) che «gli Egiziani hanno in abominio tutti i pastori». Mosè, tuttavia, pur «istruito in tutta la scienza degli egiziani», è trasportato dalla corte d’Egitto dietro una montagna per pascolare un gregge di pe­core ed essere formato per il servizio di Dio. Questo, certamente, non è il modo d’agire degli uomini né il corso naturale delle cose: è una via incomprensibile per la carne e il sangue.

Avremmo potuto credere che l’educazione di Mosè fosse ormai finita quando si appropriò di tutta la scienza egizia, lui che, nello stesso tempo, godeva gli eccezio­nali privilegi che, a questo riguardo, una vita di corte può offrire. Avremmo potuto supporre di trovare in un uomo così privilegiato non solo una cultura profonda ed estesa, ma anche una finezza di modi così notevole da renderlo adatto ad assolvere a qualunque mansione. Ma vedere un uomo, così dotato, chiamato a lasciare la sua posizione per andare a fare il guardiano di pecore, è qualcosa di incomprensibile per l’uomo, che getta fin nella polvere tutto il suo orgoglio e la sua gloria, e di­mostra agli occhi di tutti che i privilegi umani hanno poco valore davanti a Dio, anzi che sono «tanta spaz­zatura» agli occhi del Signore e di tutti quelli che sono stati istruiti alla sua scuola (Filippesi 3:8).

C’è un’enorme differenza tra l’insegnamento umano e quello divino. Il primo ha lo scopo di coltivare e di esaltare la natura dell’uomo, il secondo incomincia col «disseccarla» e metterla da parte (Isaia 40:6-8; 1 Pie­tro 1:24). «L’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio perché gli sono pazzia; e non le può cono­scere perché le si giudicano spiritualmente» (1 Co­rinzi 2:14).

Avrete un bell’elevare e istruire l’uomo naturale: non ne farete mai un uomo spirituale. «Quel che è nato dalla carne è carne; e quel che è nato dallo Spirito è spirito» (Giovanni 3:6).

Se mai un uomo naturale, colto, abbia potuto aspet­tarsi di avere del successo nel servizio di Dio, questo è stato Mosè: egli era «potente», «sapiente», «po­tente nelle sue parole ed opere» (Atti 7:22). Tuttavia doveva imparare «dietro al deserto» qualcosa che le scuole d’Egitto non gli avrebbero mai insegnato. Paolo imparò più cose in Arabia che non ai piedi di Gama­liele (*). Nessuno può insegnare come Dio e bisogna che tutti quelli che vogliono imparare da lui stiano soli con lui. Le lezioni più preziose e più profonde Mosè le imparò nel deserto, ed anche le più potenti e durevoli. È là dunque che devono recarsi quelli che vogliono essere formati per il ministerio.

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(*) Non creda, il mio lettore, che si voglia svalutare l’importanza di una istruzione veramente utile, o la cultura, o le facoltà intellettuali. Non è questa, assolutamente, nostra intenzione. Se siete padre, abbiate cura di arricchire lo spirito di vostro figlio di tutte le nozioni utili; inse­gnategli tutto ciò che, in avvenire, potrà essere utilizzato per il servizio del Maestro; ma non caricatelo di tutto ciò che dovrà mettere da parte percorrendo la carriera cristiana; evitate che, per motivi di istruzione, debba vivere in un paese da cui sia difficile tornare senza che l’intelligenza sia contaminata. Sarebbe un controsenso rinchiuderlo per dieci anni in una miniera di carbone per metterlo in grado di discutere sulle proprietà della luce e dell’ombra, così come lo è il lasciarlo guazzare nel pantano della mitologia pagana con l’intento di prepararlo per interpretare gli oracoli di Dio o di renderlo capace di pascere il gregge di Cristo.
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Che il mio lettore possa imparare, con la sua pro­pria esperienza, cosa significhi «dietro il deserto», que­sto luogo sacro dove la natura è abbassata nella pol­vere e Dio solo esaltato. Là gli uomini e le cose, il mondo e l’io, le circostanze attuali e la loro influenza, tutto è stimato nel suo giusto valore. Là e non altrove troverete una bilancia divina, giusta e appropriata, per pesare tutto ciò che è dentro a voi e intorno a voi. Là non vi sono colori alterati né vane pretese! Il nemico delle anime non ha il potere di trasformare in oro la sabbia di quel luogo. Là tutto è reale: il cuore ha pen­sieri giusti su ogni cosa: esso si eleva molto al di sopra della febbrile influenza degli affari del mondo. Il tumulto assordante, l’agitazione e la confusione dell’Egitto, non entrano in quel luogo segreto; non si ode là il rumore del mondo commerciale; l’ambizione non c’è; non si è tentati dagli allori perituri del mondo e la sete dell’oro non si fa sentire. Gli occhi non sono mai annebbiati dalla concupiscenza, il cuore non è mai gon­fiato dall’orgoglio e neanche dalle lodi degli uomini, così come non è scoraggiato dalle loro critiche. In poche parole tutto è messo da parte, meno la calma e la luce della presenza divina; non si ode altro che la voce di Dio; si gode la sua luce e si ricevono i suoi pensieri. Questo è il luogo dove devono recarsi quelli che vo­gliono essere ammaestrati per il ministerio; là devono rimanere se vogliono lavorare con successo.

Piacesse a Dio che tutti quelli che si presentano sulla scena per servirlo in pubblico conoscano cosa si­gnifichi respirare l’aria di quel luogo. Vi sarebbero meno tentativi infruttuosi nell’esercizio del ministerio e un servizio ben più efficace per la gloria di Cristo.

Esaminiamo ora ciò che Mosè vide e udì «dietro al deserto». Abbiamo già detto che egli imparò là cose che superano di molto l’intelligenza dei più qualificati sapienti d’Egitto. Per la ragione umana, passare quaran­t’anni a pascolare delle pecore in un deserto, può sem­brare un’assurda perdita di tempo. Ma Mosè era con Dio, nel deserto, e il tempo passato con Dio non è mai perso.

È utile ricordarsi che, per il servitore di Cristo, c’è qualcosa di più dell’essere attivi soltanto. Chi si dà sempre da fare rischia di fare troppo e avrebbe biso­gno di riflettere attentamente queste parole profonda­mente pratiche del Servitore perfetto: «Egli risveglia ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perch’io ascolti, come fanno i discepoli» (Isaia 50:4). «Ascoltare» è una parte indispensabile dell’opera del servitore: biso­gna ch’egli stia spesso in presenza del padrone per sapere cosa fare. «L’orecchio» e «la lingua» sono intima­mente collegati; e se, dal punto di vista spirituale o mo­rale, l’orecchio è chiuso ma la lingua sciolta, si dicono certamente cose insensate. «Questo lo sapete, fratelli miei diletti; ma sia ogni uomo pronto ad ascoltare, tardo al parlare...» (Giacomo 1:19). Questa giusta esor­tazione si basa su due fatti: tutto ciò che è buono viene da alto e il cuore è pieno di malvagità pronta a mani­festarsi. Perciò bisogna che l’orecchio sia aperto e la lingua tenuta a freno: rara e mirabile sapienza nella quale Mosè fece grandi progressi «dietro al deserto» e che tutti possono acquistare, ammesso che siano di­sposti ad imparare alla stessa scuola.

«E l’angelo dell’Eterno gli apparve in una fiamma di fuoco di mezzo a un pruno: Mosè guardò, ed ecco il pruno era tutto in fiamme ma non si consumava. E Mosè disse: Ora voglio andar da quella parte a vedere questa grande visione e come mai il pruno non si consuma» (vv. 2-3).

Effettivamente era una «grande visione», un pruno in fiamme che non si consuma: la corte di Faraone non avrebbe potuto mai offrire nulla di simile. Ma, oltre che grande, quella visione era l’espressione della grazia che in mezzo alla «fornace» d’Egitto si occupava degli eletti e impediva che fossero consumati. «L’Eterno de­gli eserciti è con noi, l’Iddio di Giacobbe è il nostro alto ricetto» (Salmo 46:7). Là c’è forza, sicurezza, vit­toria e pace. Dio con noi, Dio in noi, Dio per noi: non abbiamo bisogno d’altro.

Non c’è nulla di più interessante e istruttivo del modo con cui a Dio è piaciuto rivelarsi a Mosè, nel passo che ci occupa. Dio stava per dargli l’incarico di trarre il suo popolo dall’Egitto, per fare di esso la sua assemblea, la sua abitazione nel deserto e nel paese di Canaan; e parla di mezzo a un pruno. Simbolo bello, giusto e solenne di l’Eterno che abita in mezzo al suo popolo eletto e riscattato. «Perché il nostro Dio è an­che un fuoco consumante» (Ebrei 12:29). Non per con­sumarci ma per consumare tutto ciò che in noi e at­torno a noi è contrario alla sua santità e quindi nemico della nostra vera ed eterna felicità. «Le tue testimo­nianze sono perfettamente veraci; la santità s’addice alla tua casa, o Eterno, in perpetuo» (Salmo 93:5).

Il Vecchio e il Nuovo Testamento racchiudono molti episodi in cui Dio è descritto come un «fuoco consu­mante». In Levitico 10, il fuoco divora Nadab e Abihu. L’Eterno abitava in mezzo al suo popolo e voleva mante­nerlo in una condizione che fosse degna di lui. Non poteva fare diversamente. Non sarebbe alla sua gloria e nemmeno per l’utile dei suoi se tollerasse in loro qualcosa di incompatibile con la purezza della sua pre­senza. Bisogna che l’abitazione di Dio sia santa. Lo stesso quando si tratta del peccato di Acan (Giosuè 7): vediamo che l’Eterno non può sancire il male con la sua presenza qualunque sia la forma che esso riveste e per quanto nascosto possa essere. L’Eterno era un fuoco con­sumante e come tale doveva agire nei confronti di tutto ciò che sarebbe venuto a contaminare l’assemblea in mezzo alla quale egli abitava. Cercare di associare la presenza di Dio con un male non giudicato è il carat­tere della malvagità degli ultimi tempi.

Anania e Saffira ci danno la medesima solenne le­zione (Atti 5). Dio abitava nella Chiesa per lo Spirito, non solo come influenza ma come persona divina e in modo tale che non si poteva mentire allo Spirito Santo. La Chiesa era, ed è ancora, la dimora di Dio e dev’es­sere lui a governare e a giudicare in mezzo ad essa. Gli uomini possono camminare in compagnia con l’impo­stura, la concupiscenza, l’ipocrisia: ma Dio non può. Se deve camminare con noi, bisogna che giudichiamo le nostre vie, se no le giudica lui per noi (1 Corinzi 11:29-32). In ciascuno di questi casi come in molti altri che potremmo citare, vediamo la forza di quella so­lenne parola: «La santità si addice alla tua casa, o Eterno» (Salmo 93:5). Per chi l’ha compresa, questa verità produrrà sempre un effetto morale analogo a quel­lo che ebbe su Mosè.

«Non t’avvicinar qua: togliti i calzari dai piedi per­ché il luogo sul quale stai è suolo sacro» (v. 5). Il luogo della presenza di Dio è santo: non vi si può camminare se non a piedi scalzi. Dio, abitando fra il popolo, comunica all’assemblea d’esso un carattere di santità, che è il fondamento di ogni santa affezione e di ogni santa attività. Il carattere dell’abitazione deriva dal carattere di chi vi abita.

L’applicazione di questo principio alla Chiesa che è ora l’abitazione di Dio per lo Spirito è della più alta importanza pratica. Come è vero che Dio, per mezzo dello Spirito, abita in ciascun membro della Chiesa, in­dividualmente, dando così all’individuo un carattere di santità, è ugualmente vero che Egli abita nell’assemblea e che, di conseguenza, l’assemblea deve essere santa. Il centro attorno a cui i membri sono radunati è niente meno che la persona di un Cristo vivente, vittorioso e glorificato. La potenza che li raduna è nientemeno che lo Spirito Santo; e il Signore Iddio Onnipotente abita in loro e cammina in mezzo a loro (Matteo 18:20; 1 Co­rinzi 6:19; 3:16-17; Efesi 2:21-22) . Se tali sono la san­tità e la dignità della dimora di Dio, è evidente che niente di impuro, sia in teoria sia in pratica, deve esservi tollerato. Tutti coloro che sono in rapporto con questa casa dovrebbero sentire l’importanza e la se­rietà di questa parola: «Il luogo sul quale stai è suolo sacro». «Se uno guasta il Tempio di Dio, Iddio gua­sterà lui»(1 Corinzi 3:17). Queste parole sono degne della più seria attenzione da parte di ogni membro del­l’Assemblea di Dio, da parte di ogni pietra vivente che fa parte del suo tempio santo! Ci sia dato di cammi­nare per i cortili dell’Eterno a piedi scalzi!

Comunque sia, le visioni del monte Horeb testimo­niano della grazia dell’Iddio di Israele e della sua san­tità. Se la santità di Dio è infinita, infinita è pure la grazia: e così come il modo con cui s’è rivelato a Mosè fa conoscere la prima, il fatto stesso di essersi rivelato attesta la seconda. Egli discese fino a noi per­ché era misericordioso: ma, una volta disceso, dovette rivelarsi come santo. «Poi aggiunse: Io sono l’Iddio di tuo padre, l’Iddio di Abrahamo, l’Iddio di Isacco e l’Id­dio di Giacobbe. E Mosè si nascose la faccia perché aveva paura di guardare Iddio» (v. 6). L’uomo naturale si nasconde sempre, in presenza di Dio: e quando sia­mo così davanti a Dio, coi piedi scalzi e il viso nascosto (cioè nello stato d’animo che questi atti esprimono così bene), siamo nelle condizioni adatte per ascoltare i dolci accenti della grazia. Quando l’uomo prende il po­sto che gli spetta, Dio può parlargli col linguaggio della pura misericordia.

«E l’Eterno disse: Ho veduto, ho veduto, l’afflizione del mio popolo che è in Egitto e ho udito il grido che gli strappano i suoi angariatori; perché conosco i suoi affanni; e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani e per farlo salire da quel paese in un paese buono e spazioso, in un paese ove scorre il latte e il miele, nel luogo dove sono i Cananei, gli Hittei, gli Amorrei, i Ferezei, gli Hivvei e i Gebusei. Ed ora, ecco, le grida dei figliuoli di Israele sono giunte a me e ho an­che veduto l’oppressione che gli Egiziani fanno loro sof­frire» (vv. 7-9). La grazia dell’Iddio di Abrahamo, e della discendenza di Abrahamo, grazia assoluta, gra­tuita, incondizionata, brilla di tutto il suo splendore senza essere intralciata dai «se», dai «ma», dai desideri, le risoluzioni, le condizioni dello spirito legalista dell’uomo. Dio era disceso per manifestare se stesso in grazia suprema, per compiere interamente l’opera della salvezza, per mettere ad effetto la promessa fatta ad Abrahamo e rinnovata a Isacco e a Giacobbe. Non era sceso per vedere se gli oggetti della promessa era­no in uno stato tale da meritare la sua salvezza: ave­vano bisogno di quella salvezza e ciò bastava! Aveva considerato l’oppressione che li faceva gemere; aveva visto i loro dolori, le loro lagrime, i sospiri, la dura schiavitù perché, benedetto sia il suo Nome, «egli conta i passi del suo popolo e raccoglie le loro lagrime negli otri suoi» (vedere Salmo 56:8); non era attirato dai loro meriti o dalla loro virtù. Non era per qualcosa di buono che avesse visto o previsto in essi, che si preparava a visitarli, poiché sapeva cosa c’era in loro. In poche parole, il vero fondamento dell’intervento mi­sericordioso dell’Eterno in favore del suo popolo ci è rivelato in queste parole «Io sono l’Iddio di Abrahamo» e «ho veduto l’afflizione del mio popolo».

Questo rivela un grande e fondamentale principio nelle vie di Dio. Dio agisce sempre in base a ciò ch’Egli è; «Io sono» garantisce ogni cosa per il «mio popolo». Certamente l’Eterno non avrebbe lasciato il suo popolo fra le fornaci di mattoni in Egitto e sotto le angherie dei commissari delle imposte di Faraone. Era il suo popolo e Dio voleva agire a suo riguardo in un modo che fosse degno di lui. Il fatto che Israele fosse il popolo di l’Eterno, l’og­getto favorito del suo amore e della sua elezione, l’og­getto della promessa incondizionata, influiva su tutto. Nulla poteva impedire la manifestazione pubblica della relazione di Dio con coloro ai quali, nei suoi eterni con­sigli, aveva assicurato il possesso della terra di Canaan. Era sceso per liberarli e la forze riunite della terra e dell’inferno non avrebbero potuto prolungare di un’ora, rispetto al tempo stabilito da Dio, la loro schiavitù.

Dio ha potuto servirsi, e in realtà lo ha fatto, del­l’Egitto come di una scuola e di Faraone come di un padrone e di un maestro; ma una volta compiuta l’opera necessaria, maestro e scuola sono stati messi da parte e il suo popolo è stato liberato con mano potente e braccio teso.

Questo è il doppio carattere della rivelazione fatta a Mosè sul monte Horeb. La santità e la grazia erano riunite in ciò che egli vedeva e udiva. Questi due ele­menti erano, come sappiamo, in tutte le vie e le rive­lazioni di Dio e le caratterizzano in modo distinto: do­vrebbero essi pure caratterizzare le vie di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, agiscono per Dio o hanno comunione con Lui. Ogni fedele servitore è inviato dalla diretta presenza di Dio con tutta la grazia e la santità che vi abitano: oggi è chiamato ad essere santo e pieno di grazia per riflettere sulla terra questo dop­pio aspetto del carattere di Dio; e, per questo, bisogna non solo che provenga dalla presenza di Dio ma che, in ispirito, rimanga abitualmente in quella presenza. Ecco il vero segreto di un servizio efficace: per poter agire per Dio fuori, bisogna essere con lui dentro. Devo restare nel santuario segreto della sua presenza, altri­menti fallisco completamente nel mio servizio.

Molti mancano a questo riguardo e soccombono. Corriamo il pericolo di uscire dalla solennità e dalla calma della presenza divina in mezzo all’agitazione del servizio attivo e all’eccitazione provocata dai nostri rap­porti con gli uomini. Dobbiamo vegliare con cura su noi stessi a questo riguardo. Se perdiamo la santa di­sposizione di spirito rappresentata qui dai piedi scalzi, il nostro servizio diventerà presto insipido e senza pro­fitto. Se ci dà fastidio che la nostra opera si interponga fra il nostro cuore e il Maestro, essa varrà ben poco. Non possiamo servire Cristo in modo efficace fin tanto che non godiamo di Lui. Mentre il cuore è occupato delle perfezioni che potentemente attirano verso di lui, le mani servono Cristo nel modo che più gli piace e che è più degno del suo nome. Così nessuno può presen­tare Cristo agli altri con unzione, freschezza e potenza, a meno che non si nutra di Cristo nel segreto del suo proprio animo. Si può, è vero, fare un sermone, un di­scorso, dire delle preghiere, scrivere dei libri, e com­piere tutti gli atti di un servizio esteriore e non servire Cristo. Chi vuole presentare Cristo agli altri deve es­sere occupato di Cristo per se stesso.

Beato l’uomo che serve così, qualunque sia il successo del suo lavoro o l’accoglienza fatta al suo ministerio! Poiché, quand’an­che quel ministerio non attirasse l’attenzione, non eser­citasse un’influenza visibile o non producesse dei risul­tati apparenti, c’è in Cristo un dolce e beato ritiro e una parte sicura che nessuno può togliere. Invece, chi non si nutre che dei frutti del proprio ministerio, godendo delle gioie ch’esso procura, dell’attenzione ch’esso ri­chiede e dell’interesse che ispira, raccoglie in un canale che, portando l’acqua ad altri, non trattiene per sé nient’altro che fango. È deplorevole un tale stato; e tut­tavia questa è la condizione nella quale si trova ogni servitore che si occupa prima di tutto della sua opera e dei suoi risultati, invece che del suo Padrone e della sua gloria.

Abbiamo da giudicarci severamente su questo sog­getto. Il cuore è astuto e il Nemico abile; perciò abbia­mo molto bisogno di prestare seria attenzione a que­sta parola: «siate sobri, vegliate» (1 Pietro 5:8). Quando l’anima è stata rischiarata sui pericoli numerosi e svariati da cui è circondato il sentiero del servitore di Cristo, allora è in grado di comprendere il bisogno che ha di rimanere molto sola con Dio: là si è felici e sicuri. Soltanto quando incominciamo, proseguiamo e terminiamo il nostro lavoro ai piedi del Maestro, il no­stro servizio è il vero servizio.

Dopo tutto ciò che abbiamo detto dev’essere chiaro per il mio lettore che l’aria che si respira «dietro al deserto» è un’aria molto salubre per ogni servitore di Cristo. Horeb è il vero punto di partenza di chi è man­dato da Dio a lavorare per lui. In Horeb Mosè imparò a mettersi a piedi nudi e a nascondersi la faccia. Qua­rant’anni prima s’era messo a lavorare: ma era prema­turo. In mezzo alle solitudini della montagna di Dio e dal pruno in fiamme, uscì il messaggio divino che colpì l’orecchio del servitore: «Or dunque vieni, e io ti manderò a Faraone perché tu faccia uscire il mio popolo, i figliuoli d’Israele, dall’Egitto» (vers. 10). C’era là una vera autorità in Colui che parlava.

C’è un’enorme differenza tra l’essere mandato da Dio e il correre senza essere mandato; evidentemente Mosè non era maturo per il servizio quando, al princi­pio, volle cominciare ad agire e uccise l’Egiziano cercando poi di mettere la pace fra i suoi fratelli. Se erano necessari per lui quarant’anni di disciplina segreta come avrebbe potuto compiere la sua opera? Ha dovuto essere ammaestrato da Dio e mandato da Lui; è la stessa cosa per tutti quelli che entrano in una carriera di servizio e di testimonianza per Cristo. Piacesse a Dio che queste sante lezioni si scolpissero profonda­mente nei nostri cuori e che così le nostre opere por­tassero l’impronta dell’autorità e dell’approvazione del Maestro.

Ma abbiamo ancora qualcosa da imparare ai piedi del monte Horeb. L’anima trova che è buono fermarsi in quel luogo. «Signore, egli è bene che stiamo qui» (Matteo 17:4). Il luogo della presenza di Dio è sempre un luogo di esercizio dove il cuore è sicuro di essere messo a nudo. La luce che brilla in questo santo ritiro manifesta ogni cosa; ed è ciò di cui abbiamo così grande bisogno in mezzo alle vane pretese che ci cir­condano, all’orgoglio e alla presunzione che sono den­tro di noi.

Saremmo portati a credere che nel momento stesso in cui Mosè ricevette il messaggio divino, avrebbe do­vuto rispondere: «eccomi» oppure «Signore, che deb­bo fare?»; invece no: egli doveva ancora arrivare là. Il ricordo del primo sbaglio certamente lo aveva scosso: poiché quando si agisce senza Dio in qualcosa, si è cer­tamente scoraggiati anche quando poi è Dio che ci manda. «E Mosè disse a Dio: chi son io per andare da Faraone e per trarre i fìgliuoli d’Israele dall’Egitto»? (v. 11). Qui Mosè non sembra quell’uomo che quaran­t’anni prima «pensava che i suoi fratelli intenderebbero che Dio li voleva salvare per mano di lui» (Atti 7:25).

L’uomo è così! Ora troppo pronto, ora troppo lento ad agire. Mosè aveva imparato molte cose dal giorno in cui aveva ucciso l’Egiziano: aveva fatto progressi nella conoscenza di se stesso e questa conoscenza lo rendeva diffidente e timoroso; ma è chiaro che la fiducia in Dio gli mancava ancora. Se non guardiamo che a noi stessi non faremo niente, ma se guardiamo a Cristo «possiamo ogni cosa». E allora, quando Mosè spinto dalla sfiducia e dal timore, dice «chi son io?», Dio re­plica «Io sarò teco» (v. 12). Ciò avrebbe dovuto ba­stargli. Se Dio è con noi che importa chi o che cosa siamo noi? Quando Dio dice «io ti manderò» e «io sarò teco», il servitore è abbondantemente provvisto d’autorità e di potenza divine e dovrebbe di conse­guenza trovarsi a suo agio e contento di andare dove Dio lo manda. Ma Mosè fa un’altra domanda, poiché il cuore dell’uomo è pieno di problemi. «E Mosè disse a Dio: Ecco, quando sarò andato dai figliuoli d’Israele e avrò detto loro: L’Iddio dei vostri padri m’ha mandato da voi, se essi mi dicono: Qual’è il suo nome? che ri­sponderò loro?» (v. 13). È strano come il cuore umano ragioni e ponga delle questioni quando un’obbedienza implicita dev’essere data a Dio; ma ciò che è ancora più meraviglioso è la grazia che sopporta tutti quei ra­gionamenti e che risponde a tutte le domande essendo ognuna d’esse un’occasione per fare risaltare qualche aspetto nuovo di questa grazia.

«Iddio disse a Mosè: Io sono quegli che sono. Poi disse: Dirai così ai figliuoli d’Israele: L’Io sono m’ha mandato da voi» (v. 14). L’appellativo che Dio prende qui è meravigliosamente significativo. Cercando nelle Scritture i vari nomi che Dio prende, vediamo che essi sono in intimo rapporto con gli svariati bisogni di co­loro con i quali Dio si trova in relazione. Egli si rivela col nome di Jehovah-Jireh (l’Eterno provvede) Genesi 22:14, Jehovah-Nissi (l’Eterno è la mia bandiera) Esodo 17:15, Jehovah-Tsidkènou (l’Eterno nostra giusti­zia) Geremia 33:16, Jehovah-Schalom (l’Eterno pace) Giu­dici 6:24, per soddisfare ai bisogni del suo popolo: l’ap­pellativo «Io sono» comprende tutti gli altri.

Che grazia essere chiamati a camminare in compa­gnia di Colui che porta un simile nome! Siamo nel de­serto e vi incontriamo prove, afflizioni e difficoltà, ma fin quando godiamo del privilegio di poter ricorrere in ogni tempo e in ogni circostanza a Colui che si rivela a noi nella sua grazia infinitamente varia in vista di tutti i nostri bisogni e le nostre debolezze, non abbiamo da temere il deserto. Dio stava per fare attraversare il deserto al suo popolo quando rivelò il proprio nome a Mosè; e il credente anche se ora possiede lo Spirito d’adozione e può dire: «Abba, Padre», non è per questo privato del privilegio di godere della comunione con Dio in tutte le diverse manifestazioni ch’Egli si è compiaciuto di dare di se stesso. Il nome di Dio, per esempio, è un nome che lo rivela nell’unità della sua propria essenza, manifestando la sua potenza eterna e la sua divinità nelle opere della creazione. Assume il nome di Eterno Dio in rapporto con l’uomo. Poi, come l’Iddio onnipotente appare al suo servitore Abrahamo per rassicurarlo che avrebbe adempiuto la promessa che gli aveva fatto circa la sua progenie. Come l’«Eterno» (*) si fa conoscere a Israele liberandolo dal paese di Egitto e conducendolo in Canaan.

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(*) In Ebraico: Yhwh o Jahveh, cioè «Colui che è» (cf. v. 14: «Io sono»).
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È così che in diverse misure e in modi differenti, Iddio ha «in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti» (Ebrei 1:l); e il credente sotto l’attuale economia, poiché possiede lo spirito d’adozione, può dire: È il Padre mio che si è così rivelato, che ha parlato e agito così.

Non c’è niente di più interessante o che sia prati­camente più importante nel suo genere dello studiare questi grandi nomi che Dio assume nelle differenti di­spensazioni. Questi nomi sono sempre adoperati col più stretto accordo morale con le circostanze nelle quali sono rivelati; ma nel nome «Io sono», c’è una altezza, una profondità, una lunghezza e una larghezza che superano ogni umana concezione. Inoltre, bisogna notarlo, è solo in relazione col suo popolo che Dio prende questo nome. Non è così che si rivolge a Fa­raone. Quando gli parla assume l’appellativo imponente e maestoso di «l’Iddio degli Ebrei», cioè Dio in rela­zione con quello stesso popolo che Faraone cercava di opprimere. Questo avrebbe dovuto bastare per far co­noscere a Faraone la spaventosa posizione nella quale si trovava di fronte a Dio. Io sono non avrebbe risuonato all’orecchio d’un incirconciso che in modo inin­telligibile, e non avrebbe comunicato nessuna realtà di­vina a un cuore incredulo. Quando Dio manifestato in carne fece udire queste parole ai Giudei infedeli del suo tempo, «Prima che Abramo fosse nato, io sono» (Giovanni 8:58), essi presero delle pietre per gettargliele contro. Soltanto il vero credente può, in una certa mi­sura, sentire la potenza e godere del valore di questo ineffabile nome «Io sono». Questo nome racchiude per lui, per quanto debole e malfermo possa essere, una benedizione perfetta. Ma benché Dio avesse coman­dato a Mosè di dire «L’Io sono m’ha mandato da voi» al suo popolo eletto, questo nome considerato in rap­porto con l’infedeltà racchiude qualcosa di profonda­mente serio, una profonda realtà. Se un uomo, ancora nei propri peccati, contempla un istante questo sopran­nome meraviglioso, è impossibile che non si chieda: qual è la mia posizione di fronte a questo essere che si chiama «Io sono quegli che sono»? Se davvero Egli è, chi è per me? Non voglio privare questa domanda della sua solennità e della sua potenza rispondendovi io stes­so; ma desidero che Dio la faccia penetrare nella co­scienza di quel lettore che ha realmente bisogno di essere scrutata da essa.

Non posso terminare questo capitolo senza richia­mare l’attenzione del mio lettore cristiano sull’impor­tante dichiarazione contenuta nel versetto 15: «Iddio disse ancora a Mosè: Dirai così ai figliuoli d’Israele: L’Eterno, l’Iddio dei vostri padri, l’Iddio d’Abrahamo, l’Id­dio d’Isacco e l’Iddio di Giacobbe mi ha mandato da voi. Tale è il mio nome in perpetuo, tale è la mia designa­zione per tutte le generazioni». Questa dichiarazione racchiude una verità importantissima, che molti cri­stiani dimenticano, cioè che la relazione di Dio con Israele è una relazione eterna. Egli è adesso l’Iddio d’Israele così come lo era quando visitò questo popolo nel paese d’Egitto; inoltre si occupa d’esso in modo positivo, ora come in quel tempo, però in modi diversi. La sua parola è chiara ed esplicita: «Tale è il mio nome in perpetuo». Dio non dice: Tale è il mio nome per un tempo, o per tutto il tempo in cui essi si comporteranno come devono; no, ma «Tale è il mio nome in perpetuo, tale è la mia designazione per tutte le generazioni». Che il lettore consideri bene questo. «Iddio non ha reietto il suo popolo che ha preconosciuto» (Roma­ni 11:2). Obbedienti o disubbidienti, riuniti o dispersi, manifestati alle nazioni o nascosti alla vista d’esse, i figliuoli d’Israele sono ancora un popolo. Sono il suo popolo, e Dio è il loro Dio. La dichiarazione del ver­setto 15 di cui ci stiamo occupando è irrefutabile. La Chiesa professante non è giustificata nell’ignorare una relazione che Dio dichiara di durata eterna.

Facciamo attenzione a non transigere con questa so­lenne dichiarazione: «Tale è il mio nome in perpetuo». Dio vuol dire ciò che dice; e fra poco manifesterà al cospetto di tutte le nazioni della terra che la sua rela­zione con Israele è una relazione eterna. «I doni e la vocazione di Dio sono senza pentimento» (Romani 11:29). L’Io sono ha dichiarato di essere l’Iddio d’Israele eter­namente; e tutti i Gentili capiranno questa verità e s’in­chineranno davanti ad essa riconoscendo che le vie provvidenziali di Dio verso essi, Gentili, e tutti i loro destini sono legati, in un modo o nell’altro, a questo po­polo favorito e onorato, sebbene ora giudicato e di­sperso. «Quando l’Altissimo diede alle nazioni la loro eredità, quando separò i figliuoli degli uomini, egli fissò i confini dei popoli, tenendo conto del numero dei figliuoli d’Israele. Poiché la parte dell’Eterno è il suo popolo, Giacobbe è la porzione della sua eredità» (Deu­teronomio 32:8-9). Cesserà d’essere vero ciò che Dio ha detto? Ha l’Eterno abbandonato «la porzione della sua eredità»? Lo sguardo del suo amore non riposa forse più sulle tribù disperse d’Israele da tanto tempo perse di vista dagli uomini? Le mura di Gerusalemme non sono forse più davanti a Lui o la sua polvere ha ces­sato di essere preziosa ai suoi occhi? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe citare gran parte del­l’Antico Testamento e molti passi del Nuovo; ma non è il caso qui di esaminare questo soggetto nei particolari. Ricorderò solo, per finire questo capitolo, che la cristia­nità non deve ignorare «questo mistero; che cioè, un induramento parziale si è prodotto in Israele, finché sia entrata la pienezza dei Gentili; e così tutto Israele sarà salvato» (Romani 11:25-26).

5. Capitolo 4

Siamo invitati a fermarci ancora ai piedi del monte Horeb, «dietro al deserto», per vedervi l’incredulità del­l’uomo e la grazia illimitata di Dio manifestarsi in modo sorprendente. «Mosè rispose e disse: Ma ecco, essi non mi crederanno e non ubbidiranno alla mia voce, perché diranno: L’Eterno non t’è apparso» (vers. 1). Com’è difficile vincere l’incredulità del cuore umano e quanta fatica questo fa a confidarsi in Dio! Com’è lento l’uomo a lanciarsi in avanti basandosi sulla semplice promessa dell’Eterno! Tutto è naturale eccetto quello. Il più debole fuscello visibile all’occhio dell’uomo è con­siderato un fondamento infinitamente più solido dell’in­visibile «roccia dei secoli» (Isaia 26:4). La natura si precipiterà con ardore verso un qualunque canale uma­no o una qualunque cisterna rotta, piuttosto di rimanere vicina ad una sorgente nascosta di «acqua viva» (Ge­remia 2:13; 17:13).

Dovremmo pensare che Mosè ne avesse viste e udite abbastanza da porre fine a tutte le sue paure. Il fuoco consumante nel pruno che non si consumava; la grazia in tutta la sua accondiscendenza; i grandi e pre­ziosi soprannomi di Dio; la missione divina; la certezza della presenza di Dio, tutte queste cose avrebbero do­vuto soffocare ogni pensiero timoroso e trasmettere al cuore una ferma certezza. Tuttavia Mosè solleva ancora delle domande, e Dio gli risponde ancora; come l’ab­biamo notato ogni domanda serve a mettere in evidenza una nuova grazia.

«E l’Eterno gli disse: Che è quello che hai in mano? Egli rispose: Un bastone» (vers. 2). L’Eterno voleva prendere Mosè così com’era e servirsi di ciò che aveva in mano. Il bastone, col quale Mosè aveva guidato le pecore di Ietro, stava per essere adoperato per la libe­razione dell’Israele di Dio, per castigare il paese d’Egit­to, per tracciare, attraverso il mare, una via al popolo riscattato dall’Eterno e per far scaturire l’acqua dalla roccia che rinfrescò gli eserciti assetati d’Israele, nel deserto. Dio si serve degli strumenti più deboli per compiere i suoi più gloriosi disegni. «Un bastone», «un corno» (Giosuè 6:5), «un pan tondo d’orzo» (Giu­dici 7:13), «una brocca d’acqua» (1 Re 19:6), «una fionda» (1 Samuele 17:50): tutto, in poche parole, può servire, nella mano di Dio, per il compimento del­l’opera ch’egli si è proposto. Gli uomini credono che non si possano raggiungere grandi fini se non con grandi mezzi; ma non sono quelle le vie di Dio. Egli si serve di un verme come del sole scottante, d’un ricino come del «vento soffocante di oriente» (ved. Giona 4).

Ma Mosè doveva imparare una lezione importante sia riguardo al bastone, sia riguardo alla mano che do­veva servirsene. Egli doveva imparare e il popolo do­veva convincersi.

«E l’Eterno disse: Gettalo in terra. Egli lo gettò in terra ed esso diventò un serpente; e Mosè fuggì dinanzi a quello. Allora l’Eterno disse a Mosè: Stendi la tua mano e prendilo per la coda. Egli stese la mano e lo prese ed esso ritornò un bastone nella sua mano. Questo farai, disse I’Eterno, affinché credano che l’Eterno, l’Iddio dei loro padri, l’Iddio d’Abrahamo, l’Iddio d’Isac­co e l’Iddio di Giacobbe t’è apparso» (vv. 3-5). Il ba­stone diventò un serpente e Mosè fuggì dinanzi ad esso; ma, all’ordine dell’Eterno, lo prese per la coda e questo diventò un bastone. Nulla può esprimere me­glio di questa figura l’idea della potenza di Satana ri­volta contro lui stesso, ed abbiamo molti esempi di questo fatto nelle vie di Dio e in Mosè stesso. Il ser­pente è completamente sotto il potere di Cristo; e, quando sarà arrivato alla fine della sua insensata car­riera, sarà gettato nello stagno di fuoco per raccogliere, nel corso dei secoli dell’Eternità, i frutti della sua opera. «Il serpente antico», «l’accusatore» e «l’avversario», eternamente atterrato sotto il bastone dell’Unto di Dio (Apocalisse 12:9-10).

«L’Eterno gli disse ancora: Mettiti la mano in seno. Ed egli si mise la mano in seno; poi, cavatala fuori, ecco che la mano era lebbrosa, bianca come neve. E l’Eterno gli disse: Rimettiti la mano in seno. Egli si rimise la mano in seno; poi, cavatasela di seno, ecco che era ritornata come l’altra sua carne» (vers. 6-7). La mano coperta di lebbra e la sua purificazione, rappresentano l’effetto morale del peccato e il modo con cui il pec­cato è stato tolto dall’opera perfetta di Cristo. Messa in seno, la mano sana diventa lebbrosa: e la mano leb­brosa, nel seno, diventa sana. La lebbra è una ben nota figura del peccato: ora il peccato è entrato per mezzo del primo uomo ed è stato tolto dal secondo. «Poiché per mezzo d’un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo d’un uomo è venuta la risurrezione dei morti» (1 Corinzi 15:21). Per mezzo d’un uomo è venuta la caduta e per mezzo d’un uomo la redenzione: dall’uomo venne l’offesa, dall’uomo il perdono; dall’uomo il pec­cato, dall’uomo la giustizìa; per mezzo dell’uomo la morte venne nel mondo, per mezzo dell’uomo la morte fu abolita e furono introdotte la vita, la giustizia e la gloria. Così, non soltanto il serpente stesso sarà vinto e confuso, ma ogni traccia del suo odioso e abomine­vole lavoro sarà completamente distrutta e cancellata dal sacrificio espiatorio di Coluì che «è stato manifestato per distruggere le opere del diavolo» (1 Giovanni 3:8).

«E se avverrà che non credano neppure a questi due segni e non ubbidiscano alla tua voce, tu prenderai del­l’acqua del fiume e la verserai sull’asciutto; e l’acqua che avrai preso dal fiume, diventerà sangue sull’asciut­to» (vers. 9). Impariamo qui, con un’immagine espres­siva e solenne, quali conseguenze porta con sé il rifiu­tare di sottomettersi alla testimonianza divina. Questo miracolo non doveva essere fatto se non nel caso in cui i due precedenti fossero stati rigettati: prima di tutto esso doveva servire da segno per Israele, poì da piaga per l’Egitto (confr. Esodo 7:17).

Tuttavia il cuore di Mosè non è ancora soddisfatto. «E Mosè disse all’Eterno: Ahimé, Signore, io non sono un parlatore; non lo ero in passato e non lo sono da quando tu hai parlato al tuo servo; giacché io sono tardo di parola e di lingua» (vers. 10). Che vergognosa viltà! Solo la pazienza infinita di l’Eterno poteva soppor­tarla. Del resto, quando Dio stesso dice «Io sarò con te», non dà forse al suo servitore la garanzia infallibile che, di tutto ciò di cui potrà aver bisogno, nulla gli man­cherà? Se aveva bisogno d’una lingua eloquente, l’«Io sono» non era forse con lui? Eloquenza, potenza, sag­gezza, energia, non era tutto racchiuso in quel tesoro inesauribile?

«E l’Eterno gli disse: Chi ha fatto la bocca dell’uo­mo? o chi rende muto o sordo o veggente o cieco? non son io, l’Eterno? Or dunque va, e io sarò con la tua bocca, e t’insegnerò quello che dovrai dire» (vers. 11 e 12). Grazia perfetta, incomparabile! Grazia degna di Dio! Non v’è nessuno che sia come l’Eterno, il nostro Dio, la cui paziente grazia supera tutte le nostre diffi­coltà e basta abbondantemente a tutti i nostri bisogni e a tutta la nostra debolezza. «Io, l’Eterno», dovrebbe far tacere per sempre tutti i ragionamenti del nostro cuore carnale. Ma, ahimé! è difficile dominare questi ragionamenti: essi compaiono sempre, turbando la no­stra pace e disonorando questo Essere benedetto che si presenta alle nostre anime nella sua pienezza essen­ziale affinché ci serviamo di questa pienezza, secondo i nostri bisogni.

Bisogna ricordare sempre che, quando il Signore è con noi, le nostre mancanze e le nostre infermità diven­tano per lui un’occasione per mostrare la sua grazia sufficiente a tutto, e la sua pazienza perfetta. Se Mosè se ne fosse ricordato non si sarebbe preoccupato della sua scarsa eloquenza. L’apostolo Paolo imparò a dire «Mi glorierò piuttosto delle mie debolezze, onde la po­tenza di Cristo riposi su me. Per questo io mi compiac­cio in debolezze, in ingiurie, in necessità, in persecu­zioni, in angustie per amor di Cristo; perché, quando son debole, allora sono forte» (2 Corinzi 12:9-10). Questo è certamente il linguaggio di chi è molto avanti nella scuola di Cristo. È l’esperienza di un uomo che non si sarebbe spaventato di non possedere una lingua eloquente dal momento che aveva trovato nella pre­ziosa grazia del Signore Gesù, una risposta a tutti i suoi bisogni. La conoscenza di questa verità avrebbe dovuto liberare Mosè dalla sfiducia e dalla timidezza ec­cessive che lo dominavano. La sicurezza che, nella sua misericordia, il Signore gli avrebbe concesso di essere con la sua bocca, avrebbe dovuto tranquillizzarlo sul fatto dell’eloquenza. Colui che ha fatto la bocca del­l’uomo poteva, se ce n’era bisogno, riempirla della più potente eloquenza. Per la fede questo era semplice; ma ahimé, il povero cuore incredulo conta molto di più su una lingua eloquente che su Colui che l’ha creata. Que­sto fatto ci sembrerebbe inspiegabile se non sapessimo da quali elementi è composto il cuore dell’uomo. Que­sto cuore non può confidare in Dio e di qui deriva quella mancanza di fede nell’Iddio vivente che si riscontra an­che nei credenti quando si lasciano, anche solo un poco, dominare dalla carne.

Così nel caso che ci occupa Mosè continua a esi­tare: «E Mosè disse: Deh! Signore, manda il tuo mes­saggio per mezzo di chi vorrai» (v. 13). Si trattava di rifiutare il glorioso privilegio di essere il solo messag­gero di l’Eterno a Israele in Egitto.

Sappiamo tutti come l’umiltà prodotta da Dio sia una grazia inestimabile. «Siate rivestiti di umiltà» è un principio divino; e l’umiltà è, senza contraddizione, l’or­namento più convenevole per un miserabile peccatore. Ma rifiutare di prendere il posto che Dio ci assegna o di percorrere la via ch’Egli ci traccia, non è umiltà. In Mosè, evidentemente, ciò che lo tratteneva non era umiltà poiché «l’ira dell’Eterno s’accese contro Mosè», e non era nemmeno debolezza soltanto. Fino a che que­sto sentimento rivestiva i caratteri della timidezza, per quanto fosse, del resto, riprovevole, Dio, nella sua infi­nita grazia, lo sopportò e rispose con ripetute pro­messe; ma quando divenne incredulità e durezza di cuore, la giusta collera di l’Eterno s’accese contro Mosè. E così, invece di essere l’unico strumento nell’opera della testimonianza e della liberazione di Israele, do­vette condividere con un altro questo privilegio.

Non v’è null’a che disonori Dio e che sia pericoloso per noi più di una falsa umiltà. Quando, col pretesto che non possediamo certe virtù o determinate qualifiche, ci rifiutiamo di prendere il posto che, nella sua grazia, Dio ci assegna, non è umiltà, dal momento che se fossimo convinti di possedere queste virtù e queste qualità, ci arrogheremmo il diritto di pretendere un tale posto. Se, per esempio, Mosè avesse avuto quel grado di eloquen­za che stimava necessario per compiere il suo mini­sterio, possiamo pensare che non avrebbe esitato ad obbedire all’appello di Dio. Si tratta ora di sapere che grado di eloquenza ci sarebbe voluto per lui; e la ri­sposta è che, per Dio, nessuna eloquenza umana sa­rebbe bastata, mentre, con Lui, il meno eloquente degli uomini diventa un ministro potente.

Questa è una grande verità pratica. L’incredulità è orgoglio e non umiltà. Essa rifiuta di credere Dio per­ché non trova nell’«io» una ragione di credere. Se, per qualcosa che è in me, rifiuto di credere quando Dio parla, faccio Dio bugiardo (1 Giovanni 5:10). Se, quan­do Dio manifesta il suo amore, rifiuto di credere per il solo motivo che non mi ritengo degno di quest’amore, faccio Dio bugiardo e mostro l’orgoglio del mio cuore. Il solo pensiero di poter meritare qualcosa di meglio dell’inferno, sarebbe la prova di una profonda ignoranza della mia condizione e di ciò che Dio richiede da me: rifiutare di prendere il posto che mi è assegnato dal­l’amore redentore, grazie all’espiazione compiuta da Cristo, vuol dire fare Dio bugiardo e disonorare il sa­crificio della croce. L’amore di Dio si spande spontaneamente: non sono i miei meriti ad attirarlo ma la mia miseria. E non si tratta del posto che io merito, ma di quello che Cristo merita. Cristo prese sulla croce il posto di peccatore, affinché il peccatore potesse pren­dere posto con Lui nella gloria. Cristo sopportò ciò che il peccatore merita affinché questi possa spartire con lui ciò ch’Egli merita. L’io è così completamente messo da parte: ed è quella la vera umiltà. Nessuno può es­sere veramente umile prima d’aver raggiunto il lato ce­leste della croce; ma là si trova la vita, la giustizia e il favore divino. Allora, la si è fatta finita con se stessi, per sempre. Non si cerca più, non si spera più di tro­vare del bene o della giustizia in se stesso, ma ci si nutre dell’abbondanza di un altro. Si è moralmente pronti ad unire la propria voce a quelli che, nell’eternità, fa­ranno risuonare i cieli delle loro lodi, dicendo: «Non a noi, o Eterno, non a noi, ma al tuo nome, dà gloria...» (Salmo 115:1).

Non sarebbe bene soffermarsi sugli sbagli e sulle debolezze di un servitore onorato da Dio come Mosè e del quale leggiamo che «fu fedele in tutta la casa di Dio come servitore per testimoniar delle cose che do­vevano essere dette» (Ebrei 3:5). Però, se è vero che non dobbiamo soffermarci su queste infermità in uno spirito di soddisfazione personale come se, in simili circostanze, noi avessimo agito diversamente, dobbia­mo tuttavia, da ciò che la Scrittura ci insegna a questo riguardo, cercare di trarre le sante lezioni che essa ha, evidentemente, lo scopo di darci. Dovremmo imparare a giudicare noi stessi e a confidarci realmente in Dio, affinché, messo da parte il nostro io, Dio possa agire in noi, per mezzo di noi e per noi. Questo è il vero se­greto della potenza.

Abbiamo visto che Mosè si privò, per colpa sua, del privilegio di essere il solo strumento dell’Eterno nel­l’opera gloriosa che stava per compiere. Ma c’è dell’al­tro. La collera dell’Eterno s’accese contro Mosè, «ed egli gli disse: Non c’è Aaronne, tuo fratello, il levita? Io so che parla bene. E per l’appunto ecco ch’egli esce ad incontrarti, e, come ti vedrà, si rallegrerà in cuor suo. Tu gli parlerai e gli metterai le parole in bocca; io sarò con la tua bocca e con la bocca sua e v’insegnerò quello che dovete fare. Egli parlerà per te al popolo; e così ti servirà di bocca e tu sarai per lui come Dio. Or prendi in mano questo bastone col quale farai i prodigi» (vv. 14, 17). Questo passo è una miniera di istruzioni pratiche assai preziose. Abbiamo visto i ti­mori e i dubbi di Mosè, malgrado tutte le promesse e le assicurazioni ch’egli riceveva dalla grazia divina. Ed ora, benché Mosè non abbia guadagnato, così, niente di più in fatto di potenza reale; benché nella bocca di Aaronne non ci fossero né più virtù né più potenza che nella sua; benché fosse lui, Mosè, a dover parlare ad Aaronne, lo vediamo pronto a partire da quando può contare sulla presenza e sulla collaborazione di un mortale, povero e debole come lui: e lui non aveva sa­puto obbedire quando l’Eterno gli ripeteva la promessa di essere con lui.

Caro lettore, non è forse, tutto ciò, uno specchio fedele nel quale si riflettono il mio e il vostro cuore? Siamo tutti disposti a confidare in altre cose piuttosto che nell’Iddio vivente. Appoggiati e protetti da un mor­tale come noi, corriamo arditamente e senza paura: in­vece tremiamo, esitiamo, dubitiamo quando abbiamo la luce del favore del Maestro per incoraggiarci e la forza del suo braccio onnipotente per sostenerci. Questo dovrebbe umiliarci profondamente davanti al Signore e indurci a cercare di conoscerlo meglio, per saperci con­fidare perfettamente in lui, e per camminare con un passo più fermo, perché abbiamo Lui solo per risorsa e per nostra parte. La compagnia di un fratello è senza dubbio assai preziosa: «due valgono più che uno so­lo» (Ecclesiaste 4:9) sia nel lavoro che nel riposo o nel combattimento. Il Signore Gesù mandò i suoi disce­poli due a due (Marco 6:7) poiché l’unione vale sem­pre più dell’isolamento; tuttavia, se la nostra cono­scenza personale di Dio e l’esperienza della sua pre­senza non sono in grado di farci camminare da soli, la presenza di un fratello ci sarà assai poco utile.

È da notare che Aaronne, la cui compagnia sembra aver soddisfatto Mosè, fu colui che più tardi fece il vitello d’oro (Esodo 32:21). Vediamo così, spesso, che la persona, la cui presenza ci sembra necessaria per progredire e aver successo, diventa poi una sorgente di dispiaceri per i nostri cuori. Ci sia dato di ricordarlo sempre! Comunque sia, Mosè alla fine obbedisce; ma prima di essere completamente preparato alla missione alla quale era chiamato dovette attraversare ancora un altro doloroso esercizio; bisogna che Dio imprima con la sua propria mano, sulla natura umana, la sen­tenza di morte. Mosè imparò importanti lezioni «dietro il deserto» e deve ora impararne una ancora più impor­tante «in viaggio, nel luogo dove albergava»(v. 24).

È cosa seria essere servitore del Signore: una edu­cazione ordinaria non può qualificare uno per una si­mile vocazione. Bisogna che la natura sia mortificata e mantenuta in una posizione di morte. «Avevamo già noi stessi pronunciato la nostra sentenza di morte affinché non ci confidassimo in noi medesimi ma in Dio che risuscita i morti» (2 Corinzi 1:9).

Ogni servitore, per essere benedetto nel suo ser­vizio deve imparare qualcosa di questa sentenza di morte sul proprio io. Per questa via passò Mosè, fa­cendo esperienze personali, prima di essere moral­mente adatto alla sua missione. Stava per far udire a Faraone questo solenne messaggio: «Così dice l’Eter­no: Israele è il mio figliuolo, il mio primogenito; e io ti dico: Lascia andare il mio figliuolo, affinché mi serva; e se tu ricusi di lasciarlo andare, ecco, io ucciderò il tuo figliuolo, il tuo primogenito» (vv. 22, 23).

Questo era un messaggio di morte e di giudizio, ma quello per Israele era di vita e di salvezza. Tuttavia bi­sogna che colui che vuole parlare di morte e di giu­dizio, di vita e di salvezza, da parte di Dio, realizzi prima di tutto, nella sua propria anima, la potenza di queste cose.

Mosè, al principio, ci appare, in figura, come cori­cato nella morte (nel canestro di giunchi): ma entrare nell’esperienza della morte di se stesso, è un’altra cosa. Per questo leggiamo: «Or avvenne che essendo Mosè in viaggio, nel luogo dov’egli albergava, l’Eterno gli si fece incontro e cercò di farlo morire. Allora Sefora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del suo figliuolo e lo gettò ai piedi di Mosè dicendo: Sposo di sangue tu mi sei. E l’Eterno lo lasciò. Allora ella disse: Sposo di sangue per via della circoncisione» (vv. 24-26).

Questo passo ci chiarisce un profondo segreto della storia personale e famigliare di Mosè. È evidente che, fino a quel momento, Sefora si era opposta all’applica­zione della «selce tagliente» all’oggetto delle sue affe­zioni naturali; aveva evitato il marchio che doveva es­sere impresso nella carne di ogni membro dell’Israele di Dio; non sapeva che la sua relazione con Mosè implicava la morte della natura umana; essa indietreggiava «davanti alla croce»; era naturale, ma Mosè aveva ce­duto davanti a lei a questo riguardo e ciò spiega quella misteriosa scena. Se Sefora rifiuta di circoncidere suo figlio, l’Eterno metterà la mano su suo marito, e se Mosè accondiscende ai sentimenti di sua moglie, l’Eterno cer­cherà di farlo morire. La sentenza di morte dev’essere scritta sulla natura umana e se cerchiamo di sfuggirle da una parte la incontreremo da un’altra.

Abbiamo già notato che Sefora rappresenta una figura interessante e istruttiva della Chiesa. Essa fu unita a Mosè nel pe­riodo della sua vita in cui era rigettato e il passo che abbiamo citato ci insegna che la Chiesa deve conoscere Cristo come colui al quale è unita per mezzo del san­gue. È suo privilegio bere il suo calice ed essere bat­tezzata del suo battesimo. Essendo crocifissa con Lui bisogna che sia resa conforme alla sua morte, che mor­tifichi le sue membra che sono sulla terra, che prenda ogni giorno la sua croce e lo segua. La sua relazione con Cristo è basata sul sangue e la manifestazione della potenza di questa relazione implica necessaria­mente la morte della natura. «E in Lui voi avete tutto pienamente. Egli è il capo d’ogni principato e d’ogni po­testà; in lui voi siete anche stati circoncisi d’una cir­concisione non fatta da mano d’uomo, ma della circon­cisione di Cristo, che consiste nello spogliamento del corpo della carne: essendo stati con lui sepolti nel bat­tesimo nel quale siete anche stati risuscitati con lui mediante la fede nella potenza di Dio che ha risuscitato lui dai morti» (Colossesi 2:10-12).

Questa è la dottrina rela­tiva alla posizione della Chiesa con Cristo, dottrina piena dei più gloriosi privilegi per la Chiesa e per cia­scun membro che ne fa parte: remissione intiera dei peccati, giustizia, accettazione completa, sicurezza eterna, perfetta comunione con Cristo nella gloria: essa comprende tutto. «In lui voi avete tutto pienamente!» Che cosa si potrebbe aggiungere a ciò che è completo? «La filo­sofia», «le dottrine degli uomini», «gli elementi del mondo», «il mangiare o il bere», «le feste, i noviluni, i sabati», «non toccare, non assaggiare, non maneg­giare», «i comandamenti e le dottrine degli uomini», «i giorni, i mesi, i tempi, gli anni»? (vedere Colossesi 2). Qualcuna di queste cose, o tutte insieme potrebbero forse aggiungere uno iota a ciò che Dio dichiara com­pleto? Potremmo domandarci se, dopo i sei giorni di lavoro impiegati da Dio per l’opera della creazione, l’uomo avrebbe potuto intraprendere di dare l’ultima mano a ciò che Dio aveva dichiarato molto buono!

Non dobbiamo, per nessuna ragione, intravedere questo stato di perfezione come qualcosa che il cristiano debba ancora raggiungere, o a cui non sia ancora arrivato, do­vendovi però tendere con perseveranza senza essere mai sicuro di possederla fino all’ora della morte o da­vanti al trono di giudizio. Questa perfezione è la parte del figlio di Dio, del più debole, del meno istruito, di quello che ha meno esperienza. Il più debole dei santi è compreso nel «voi» dell’apostolo. Tutti i figliuoli di Dio hanno tutto pienamente in Cristo. Paolo non dice avrete, o forse avrete, o sperate d’avere, o pregate per avere; ma lo Spirito Santo dichiara in modo assoluto e categorico che «voi avete tutto pienamente». Questo è il vero punto di partenza per il cristiano, e sarebbe capovolgere ogni cosa il prendere per punto d’arrivo ciò che Dio ha fatto punto di part