Charles Henry Mackintosh
“In perpetuo, o Eterno, la tua parola è stabile nei cieli.” (Salmo 119:89)
“Io ho riposto la tua parola nel mio cuore per non peccare contro di te.” (Salmo 119:11)
[...]
«Quando l’Iddio tuo, l’Eterno, ti avrà introdotto nel paese dove vai per prenderne possesso, e ne avrà cacciate d’innanzi a te molte nazioni,... sette nazioni più grandi e più potenti di te, e quando l’Eterno, l’Iddio tuo, le avrà date in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza, né farai loro grazia».
La narrazione delle vie di Dio verso le nazioni, in rapporto col suo popolo d’Israele, ci rammenta le parole che aprono il Salmo 101: «Io canterò la benignità e la giustizia». Se da un lato vediamo lo spiegamento della grazia di Dio verso il suo popolo, in virtù del suo patto con Abrahamo, Isacco e Giacobbe, dall’altro vediamo l’esecuzione del giudizio sulle nazioni a causa della loro malvagità. Nel primo caso, vediamo la sovranità di Dio; nel secondo la sua giustizia; e nell’uno e nell’altro brilla la sua gloria. Tutte le vie di Dio; in grazia, come in giudizio, proclamano le sue lodi e saranno per sempre celebrate dal suo popolo. «Grande e meravigliose sono le tue opere, Signore Iddio Onnipotente; giuste e veraci sono le tue vie, o Re delle nazioni. Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? poiché tu solo sei santo; e tutte le nazioni verranno e adoreranno nel tuo cospetto, poiché i tuoi giudizi sono stati manifestati» (Apocalisse 15:3-4).
Ecco con quale spirito dobbiamo considerare le vie di Dio in governo. Vi son delle anime che, lasciandosi influenzare da una falsa e morbosa sentimentalità, sono scandalizzate leggendo gli ordini dati ad Israele a riguardo dei Cananei, al principio del nostro capitolo. Sembra loro che un Essere buono e misericordioso non dovrebbe comandare al suo popolo di distruggere i propri simili senza usar loro nessuna grazia, e anche di passare donne e bambini a fil di spada.
Queste persone non sono disposte a dire con i santi in Apocalisse 15:3-4 :«Giuste e veraci son le tue vie, o Re delle nazioni». Esse non approvano Dio in tutte le sue vie; giungono persino a giudicarlo. Si permettono di misurare le dispensazioni del governo divino secondo la loro debole mente; di paragonare l’infinito con ciò che è limitato, in una parola esse giudicano Dio secondo loro stessi.
È questo un grave errore. Noi non siamo competenti per emettere un giudizio sulle vie di Dio, e per conseguenza è il colmo della presunzione per dei poveri mortali ignoranti il tentare di farlo. Leggiamo al capitolo 7 di Luca, che «la sapienza è stata giustificata dai suoi figliuoli», Ricordiamoci di queste parole e facciamo tacere ogni ragionamento colpevole. «Sia Dio riconosciuto verace, e ogni uomo bugiardo, siccome è scritto: Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole, e resti vincitore quando sei giudicato» (Romani 3:4).
Se il lettore non è al chiaro su questo soggetto, legga il magnifico Salmo 136.
Vi vediamo che la morte dei primogeniti degli Egiziani e la liberazione d’Israele, il passaggio del mar Rosso e la distruzione dell’esercito di Faraone, come pure l’annientamento dei Cananei per dare la loro eredità ad Israele, — tutto, in una parola, era la prova della bontà eterna di Dio (*). È così e sarà sempre così. Tutto deve contribuire alla gloria di Dio. Non dimentichiamolo, e lasciamo da parte ogni falso ragionamento. È il nostro privilegio di giustificare Dio in tutte le sue vie, di chinare il capo con riverenza dinanzi ai suoi inscrutabili giudizi, e d’essere fermamente assicurati che tutte le vie di Dio sono buone. Non le capiamo tutte; ciò che è limitato, comprenderebbe forse l’infinito? Le dispensazioni di Dio, gli atti del suo governo sono tanto al disopra della ragione umana come il Creatore è al disopra della creatura. Quale mente umana può scrutare i profondi misteri della provvidenza divina? Perché accade, per esempio, che una città intera piena d’uomini, di donne e di fanciulli, sia in qualche ora inghiottita dai flutti di lava rovente? Non possiamo dirlo, e tuttavia non è che un fatto fra mille nella storia dell’umanità. Vedete, nelle nostre grandi città, le migliaia d’esseri umani che vivono nella miseria più profonda e nella maggior degradazione morale. Possiamo noi dire perché Dio lo permette? Siamo noi chiamati a farlo? Non è forse evidente che non dobbiamo discutere queste questioni? Se, nella nostra ignoranza e nella nostra follia, imprendiamo a ragionare sui misteri inscrutabili del governo divino, dobbiamo aspettarci di smarrirci completamente e anche a cadere in una positiva incredulità.
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(*) Molti cristiani incontrano
difficoltà a comprendere e applicare le espressioni di un gran
numero di Salmi, che chiedono il giudizio sui malvagi. Questo
linguaggio sarebbe, infatti, del tutto fuori posto presso i cristiani,
che sono esortati ad amare i loro nemici, a fare del bene a quelli che
li odiano, ed a pregare per quelli che fanno loro del torto e li
perseguitano.
Ma quel che sarebbe del tutto fuori posto
per la Chiesa di Dio, per il popolo celeste, sotto la grazia, fu un
tempo e sarà in avvenire in perfetta armonia con la posizione di
Israele, il popolo terrestre, sotto il governo di Dio. Nessun cristiano
intelligente penserebbe mai di chiedere la vendetta sui suoi nemici e
sui malvagi. Vi sarebbe in ciò una volgare incoerenza. Siamo
chiamati ad essere gli esempi viventi della grazia di Dio verso il
mondo — a camminare sulle tracce di Gesù dolce ed umile di
cuore — a soffrire per la giustizia — a non resistere al
male. Iddio ha ora pazienza e misericordia verso il mondo. «Fa
levare il suo sole sui buoni e sui malvagi, e manda la sua pioggia sui
giusti e sugl’ingiusti ». Noi dobbiamo imitarlo ed essere
«perfetti», come è perfetto il nostro Padre che
è nei cieli. Un cristiano che trattasse il mondo sul principio
del giusto giudizio, darebbe un’idea falsa del suo Padre celeste
e mentirebbe alla sua professione di fede. Ma più tardi, quando
la Chiesa avrà lasciato la terra, non sarà più
così. Iddio giudicherà le nazioni secondo il modo in cui
esse avranno trattato il suo popolo Israele.
Questo principio, se è ben capito, darà al lettore la chiave dei Salmi profetici.
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Comprenderemo ora le istruzioni date al principio del nostro capitolo.
I Cananei non dovevano trovar grazia agli occhi degl’Israeliti. La loro iniquità era venuta al colmo, e non rimaneva per loro che l’esecuzione del giudizio divino. «Tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza, né farai loro grazia. Non t’imparenterai con loro, non darai le tue figliuole ai loro figliuoli, e non prenderai le loro figliuole per i tuoi figliuoli, perché stornerebbero i tuoi figliuoli dal seguir me per farli servire a dei stranieri, e l’ira dell’Eterno s’accenderebbe contro a voi, ed Egli ben presto vi distruggerebbe. Ma farete loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro statue, abbatterete i loro idoli, e darete alle fiamme le loro immagini scolpite».
Tali erano gli ordini dati dall’Eterno al suo popolo. Erano chiari, comprensibili. Nessuna grazia per i Cananei, nessun’alleanza con loro, nessuna unione, nessuna lega qualsiasi; un giudizio senza misericordia doveva essere la loro parte.
Sappiamo, purtroppo, che gl’Israeliti non tardarono a trascurare questi ordini sacri. Appena ebbero posto piede nel paese di Canaan si allearono con i Gabaoniti. Giosuè stesso cadde nel laccio. I vestimenti laceri e il pane ammuffito di quel popolo astuto, ingannarono i capi della congregazione, e li fecero agire in diretta opposizione al comandamento di Dio. Se fossero stati governati dall’autorità della Parola, non sarebbero caduti in quel grave fallo e non avrebbero fatto alleanza con un popolo che avrebbe dovuto essere completamente distrutto. Ma essi giudicarono con l’occhio della carne, e ne raccolsero i frutti (*). L’obbedienza implicita è la migliore salvaguardia contro le astuzie del nemico. Il racconto dei Gabaoniti era senza dubbio molto plausibile, e il loro aspetto dava una apparenza di verità alle loro asserzioni, ma nulla di tutto ciò avrebbe dovuto avere il minimo peso agli occhi di Giosuè e dei capi d’Israele. Dovevano ricordare i comandamenti dell’Eterno, e attenersi alla sua parola. Invece di farlo, ragionarono ed agirono secondo quel che vedevano. La ragione non è una guida per il popolo di Dio; esso dev’essere unicamente ed interamente diretto e governato dalla sua Parola.
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(*) È istruttivo di vedere che i
vestimenti logori, il pane ammuffito e le astute parole dei Gabaoniti,
compirono ciò che le mura di Gerico non avevano potuto fare.
Le astuzie di Satana sono da temere più della sua potenza. «Rivestitevi dell’armatura completa di Dio, onde possiate star saldi contro le insidie
del diavolo». Se riflettiamo sulle diverse parti
dell’armatura completa di Dio vedremo chiaramente che si
schierano sotto questi due capi: obbedienza e dipendenza. L’anima
che è realmente governata dalla Parola, e che si confida
interamente nella potenza dello Spirito, è perfettamente
equipaggiata per la lotta. In questo modo l’Uomo Cristo
Gesù riportava la vittoria sul nemico. Il diavolo non poteva
nulla sopra un uomo perfettamente obbediente e perfettamente
dipendente. Seguiamo in questo, come in tutte le cose, il nostro divino
modello.
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È questo uno dei più grandi privilegi, poiché è alla disposizione del più semplice e del più ignorante dei figli di Dio. La parola del Padre, la voce del Padre, l’occhio del Padre, bastano per guidare il più giovane e il più debole dei membri della sua famiglia. Ciò che ci abbisogna è un cuore amoroso e obbediente. Non occorre una vasta intelligenza, né una gran scienza, poiché allora, che diverrebbe la maggior parte dei cristiani? Se gli scienziati, i pensatori, la gente istruita fossero i soli capaci di tener fermo contro le astuzie dell’avversario, la maggior parte di noi dovrebbe rinunziare alla lotta.
Ma, grazie a Dio, non è così; anzi, studiando la storia del popolo di Dio attraverso le età, vediamo che la sapienza e la scienza umane, quando non sono lasciate al loro vero posto, diventano dei lacci, e quelli che le posseggono, degli strumenti tanto più pericolosi fra le mani del nemico.
Da chi son state introdotte la più gran parte delle eresie che han turbato la Chiesa di Dio da secoli? Non dai semplici e dagl’ignoranti, ma dai sapienti e dagl’intelligenti. E nel passo del libro di Giosuè che abbiamo citato, chi fece alleanza coi Gabaoniti? Il popolo comune? No, ma i capi dell’assemblea. Tutti evidentemente commisero lo sbaglio, ma i principali d’Israele diedero l’esempio. I capi e i conduttori dell’assemblea caddero nei lacci del diavolo, per aver trascurato «di interrogare l’Eterno».
«Non farai con esse alleanze». Nulla era più semplice di questo. Dei vestiti logori, delle scarpe rappezzate e del pane ammuffito, potevano forse cambiare il significato dell’ordine divino, o togliere alla congregazione l’obbligo d’un’obbedienza implicita? No, certamente. Nulla potrebbe mai essere una scusa per diminuire, anche per poco, l’obbligo d’obbedire alla parola di Dio. Se incontriamo delle difficoltà o delle circostanze imbarazzanti, se sovente non sappiamo da che parte volgerci, che cosa dobbiamo fare? Ragionare? discutere? agire secondo il nostro proprio giudizio o quello di tale altro? No, certamente; ma dobbiamo aspettarci a Dio pazientemente, umilmente, con fede, e certamente ci mostrerà la nostra via. «Guiderà i mansueti nella via diritta, insegnerà ai mansueti la sua via» (Salmo 25:9). Camminando così, saremo preservati da passi falsi e conservati fino al regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.
Al verso 6 del nostro capitolo, Mosè mette davanti al popolo il motivo morale per cui esso doveva rimanere interamente separato dai Cananei e sterminarli: «Poiché tu sei un popolo consacrato all’Eterno che è l’Iddio tuo; l’Eterno, l’Iddio tuo, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare fra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra».
Il principio posto qui è importantissimo. Perché Israele doveva essere interamente separato dai Cananei, e rifiutare assolutamente di allearsi con loro? Perché doveva demolire i loro altari, spezzare le loro statue e abbattere i loro idoli? Semplicemente perché era un popolo santo. E chi l’aveva fatto tale? L’Eterno. Egli li aveva scelti e il suo amore riposava su loro; li aveva salvati, li aveva separati e messi a parte per Sé, e così aveva il diritto di prescrivere quel che dovevano essere e come dovevano agire. «Siate santi, poiché Io sono santo» (1 Pietro 1:16).
Non era affatto sul principio: «Fatti in là, non t’accostare, poiché io son più santo di te» (Isaia 65:5). Non valevano meglio delle altre nazioni; è evidente da ciò che segue: «L’Eterno ha riposto in voi la sua affezione e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli, chè anzi siete meno numerosi d’ogni altro popolo; ma perché l’Eterno vi ama, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, l’Eterno vi ha tratti fuori con mano potente e vi ha redenti dalla casa di schiavitù, dalla mano di Faraone, re d’Egitto» (vers. 7,8).
Come queste parole convenivano ai figliuoli d’Israele! Essi dovevano ricordarsi che tutti i loro privilegi, la loro dignità e le loro benedizioni, non provenivano da quel che essi erano in loro stessi, ma dal fatto che l’Eterno li aveva amati nella sua grazia sovrana, ed aveva fatto alleanza coi loro padri, — «patto eterno, in ogni punto ben regolato e sicuro appieno» (2 Samuele 23:5).
Vi era quivi un antidoto divino contro ogni orgoglio, ed era anche la base sicura della loro felicità e della loro sicurezza morale. Tutto riposava sulla stabilità immutabile della grazia di Dio. Ogni vanteria umana era così resa impossibile. «L’anima mia si glorierà nell’Eterno; gli umili l’udranno e si rallegreranno» (Salmo 34:2).
Iddio vuole che «nessuna carne si glori nel Suo cospetto». Egli abbassa ogni pretensione umana e l’orgoglio del cuore dell’uomo. Israele doveva ricordarsi della sua origine, della sua condizione precedente «di servitù in Egitto» — «il più piccolo di tutti i popoli». Esso non era affatto migliore delle nazioni che lo circondavano, e per conseguenza non poteva spiegarsi la sua grandezza e la sua elevatezza che per l’amore gratuito di Dio e per la fedeltà al suo giuramento. «Non a noi, o Eterno, non a noi, ma al tuo nome dà gloria, per la tua benignità e per la tua fedeltà!» (Salmo 115:1).
«Riconosci dunque che l’Eterno, l’Iddio tuo, è Dio: l’Iddio fedele, che mantiene il suo patto e la sua benignità fino alla millesima generazione a quelli che l’amano e osservano i suoi comandamenti, ma rende immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano, distruggendoli; non differisce, ma rende immediatamente a chi l’odia ciò che si merita» (vers. 9-10).
Due fatti della più grande importanza son qui messi davanti a noi; uno pieno di ricche consolazioni e di preziosi incoraggiamenti per quelli che amano Dio in sincerità; l’altro d’una grande solennità per quelli che lo disprezzano. Tutti quelli che amano Dio e osservano i suoi comandamenti possono contare sulla sua fedeltà e sulla sua grazia in ogni tempo, e in ogni circostanza. «Tutte le cose concorrono insieme per il bene di quelli che amano Dio, di quelli che son chiamati secondo il suo proponimento». (Romani 8:28) Se, per la sua grazia infinita, l’amore di Dio è nei nostri cuori e il suo timore dinanzi ai nostri occhi, possiamo proseguire con coraggio e con gioiosa fiducia certi che tutto sarà bene e dev’essere bene. «Diletti se il nostro cuore non ci condanna, abbiamo confidanza dinanzi a Dio; e qualunque cosa chiediamo la riceviamo da Lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciam le cose che gli son grate» (1 Giovanni 3:21-22).
È questa una verità eterna per Israele, come per la Chiesa. Il capitolo 7 del Deuteronomio, quanto il 3° capitolo della 1a epistola di Giovanni, proclamano la stessa grande verità pratica, cioè che Dio trova piacere in quelli che lo temono, che l’amano e osservano i suoi comandanti.
Vi è in ciò qualcosa di legale? Affatto. L’amore e il legalismo non hanno nulla di comune; sono tanto lontani l’uno dall’altro quanto i poli. «Questo è lo amor di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1 Giovanni 5:3). I motivi, il carattere e lo spirito della nostra obbedienza, sono l’opposto del legalismo. Vi sono delle persone sempre pronte a gridare al legalismo, quando si parla loro dell’obbedienza. Esse cadono in un grave errore. Se si trattasse di acquistare la posizione e la relazione di figli di Dio, con la nostra obbedienza, allora l’accusa di legalismo sarebbe pienamente giustificata. Ma dare questo nome all’obbedienza cristiana è, lo ripetiamo, un grave errore. L’obbedienza non può precedere la relazione filiale; ma questa relazione deve sempre essere seguita dall’obbedienza.
Occupiamoci ora della verità solenne che il versetto 10 del nostro capitolo ci presenta. «Non differisce ma rende immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano». Se quelli che amano Dio sono teneramente incoraggiati, al vers. 9, ad osservare i suoi comandamenti, il vers. 10 rivolge un serio avvertimento a quelli che l’odiano.
Il tempo è vicino in cui Dio agirà di persona, a faccia a faccia coi suoi nemici. Com’è terribile di pensare che ci son degli uomini che odiano Dio — che odiano Colui il cui nome è «luce» e «amore», la sorgente di ogni bontà, l’autore e il donatore di ogni dono perfetto, il Padre delle luci; Colui la cui mano liberale supplisce ai bisogni di ogni creatura, che ode il grido del corvo e disseta l’asino selvatico; Colui che è infinitamente buono, il loro savio, l’Iddio perfettamente santo, il Signore di ogni forza e potenza, il Creatore di tutte le cose, e Colui che ha il potere di gettare l’anima e il corpo nella geenna.
Pensate, lettore, che cos’è odiare un Essere come è Dio! Ora, noi sappiamo che tutti quelli che non amano devono odiare. Forse non ci si crede; poche persone converranno che esse odiano veramente Dio ma in questa grande questione, non vi è terreno neutro; bisogna che siamo o pro o contro, e in generale gli uomini non tardano a mostrare sotto quale bandiera servono. Accade sovente che l’inimicizia del cuore verso Dio si mostri per mezzo dell’odio per il suo popolo, per la sua Parola, il suo culto, il suo servizio. Quante volte udiamo proferire parole come le seguenti: «Odio la religiosità e i predicatori». — A dir vero è Dio stesso che si odia. «La carne è inimicizia contro Dio, poiché essa non si sottomette alla legge di Dio poiché anche non lo può»; e quest’inimicizia si fa strada a proposito di tutto ciò che concerne Dio. Ogni uomo, nel suo stato naturale, odia Dio.
Ora Iddio dichiara «che non differirà, ma renderà immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano». Parola solenne, a cui si dovrebbe prestare la più seria attenzione. Gli uomini non amano udirla; molti fanno finta di non credervi. Cercano di persuadersi e persuadere gli altri che Dio è troppo buono, troppo tenero, troppo misericordioso, per trattare le sue creature con severità. Dimenticano che le vie di Dio in governo sono tanto perfette come le sue vie di grazia. S’immaginano che il governo di Dio lascerà passare o tratterà leggermente il male e quelli che lo fanno.
È questo un fatale errore che, tosto o tardi, porterà i suoi frutti dolorosi. È vero che Dio nella sua grazia sovrana può perdonarci i nostri peccati, cancellare le nostre trasgressioni, coprire i nostri falli, giustificarci perfettamente e spandere nei nostri cuori lo spirito d’adorazione. Ma è una cosa del tutto differente. È la grazia che regna per la giustizia, in vita eterna, per Gesù Cristo nostro Signore. È Dio che, nel suo amore meraviglioso dà una giustizia al povero peccatore che meritava l’inferno, e che sa, sente e riconosce che per se stesso non ha nessuna giustizia, né potrebbe averne. Iddio, nel suo amore infinito, ha trovato un mezzo per cui può essere giusto e giustificare chi crede semplicemente in Gesù.
Ma in che modo tutto questo è stato compiuto? È forse lasciando da parte il peccato, come se non fosse nulla? È forse lasciando cadere le redini del governo divino, abbassando la misura della santità divina, o diminuendo in qualcosa le esigenze della Legge? No, tutt’altro. Non vi sarebbe mai potuto essere una manifestazione più solenne dell’odio di Dio per il peccato, o della sua intenzione irrevocabile di condannarlo e punirlo eternamente; non vi sarebbe mai potuto essere una rivendicazione più gloriosa del governo divino, un’esposizione più perfetta della santità, della verità e della giustizia divine; la legge non avrebbe mai potuto essere più gloriosamente difesa o più completamente stabilita che per mezzo del piano glorioso della redenzione, ideata, eseguita e rivelata dall’eterna Trinità nell’Unità — ideata dal Padre, eseguita dal Figliuolo e rivelata dallo Spirito Santo.
Se desideriamo vedere in tutta la sua realtà il governo di Dio, l’ira sua contro il peccato, e il vero carattere della sua santità, non abbiamo che da contemplare la croce, ascoltare quel grido d’angoscia che esce dal cuore del Figliuol di Dio e che echeggia fra le tenebre del Calvario: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Mai una simile domanda era stata fatta prima, mai fu fatta da allora, e questa domanda non si farà mai più né potrebbe farsi. Sia che consideriamo Colui che la fece, Colui a cui essa era indirizzata, o la risposta; essa rimane unica nell’eternità.
La croce è la misura dell’odio di Dio contro il peccato, come è ad un tempo la misura del suo amore per il peccatore. È la base imperitura del trono di grazia, il terreno divinamente giusto, sul quale Iddio può perdonare i nostri peccati e costituirci perfettamente giusti in un Cristo risuscitato e glorificato.
Ma se gli uomini sprezzano la croce, e persistono nel loro odio contro Dio, pur dicendo ch’Egli è troppo buono e troppo clemente per punire i malvagi, che diverranno? Ecco la risposta: «Chi disobbedisce al Figliuolo non vedrà la vita, ma l’ira di Dio resta sopra lui» (Giovanni 3:36) (*).
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(*) Questo versetto 36 dell’evangelo
di Giovanni cap. 3 è d’immensa importanza. Non solo espone
la grande verità che tutti quelli che credono al Figliuol di Dio
hanno il privilegio d’aver la vita eterna, ma inoltre taglia alla
radice due delle principali eresie attuali: l’universalismo e
l’eresia di quelli che pretendono che i malvagi saranno
annientati. L’universalista professa di credere che alla fine,
tutti saranno restaurati e benedetti. Non sarà così, dice
il nostro versetto; poiché quelli che non obbediscono al
Figliuolo «non vedranno la vita».
Gli altri affermano che tutti quelli che
sono senza Cristo periranno come gli animali. Non sarà
così poiché «l’ira di Dio resta» sui
disobbedienti. L’ira che resta è tutto incompatibile con l’annientamento.
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Possiamo noi credere che un Dio giusto avrebbe dato alla morte il suo unigenito e diletto Figliuolo, le sue delizie di ogni giorno, allorché questo Figlio era fatto peccato per noi, per lasciare in seguito sfuggire i peccatori impenitenti?
Gesù, l’Uomo perfetto, santo, immacolato, — il solo Uomo perfetto, che abbia mai camminato sulla terra, — dovette soffrire per i peccati, il giusto per gl’ingiusti; è forse affinché i malvagi, gl’increduli, quelli che odiano Dio e disobbediscono al Figliuolo, siano salvati e benedetti e introdotti nel cielo? E si vorrebbe affermare questo sotto pretesto che Dio è troppo buono e troppo clemente per punire eternamente i peccatori! Quando Iddio dovette dare, abbandonare e colpire il suo diletto Figliuolo onde salvare il suo popolo dai loro peccati, potrebbero i peccatori, gli schernitori ed i ribelli essere salvati nei loro peccati? Il Signore Gesù è dunque morto invano? L’Eterno ha forse colpito e nascosto da Lui il suo volto senza necessità? Perché tutti gli orrori del Calvario? Perché le tre ore di tenebre? Perché il grido d’angoscia: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Perché tutto questo se i peccatori possono andare senz’altro in cielo? Che inconcepibile follia! Fin dove può giungere la credulità degli uomini, purché non si tratti della verità di Dio! Il povero cuore umano si affretterà di credere la più mostruosa assurdità, per avere una scusa per rigettare il semplice insegnamento della Santa Scrittura. Ciò che gli uomini non penserebbero mai di attribuire ad un buon governo umano, non esitano ad attribuirlo al governo di un Dio solo savio, solo vero e solo giusto. Che cosa penseremmo d’un governo che non potesse o non volesse punire i malvagi ed i criminali? Vorremmo noi vivere sotto questo governo?
Il versetto che ci occupa distrugge completamente tutte le teorie che gli uomini, nella loro follia e nella loro ignoranza, hanno asserito a riguardo del governo di Dio, e refuta gli argomenti coi quali essi cercano di indebolirlo. «L’Eterno, l’Iddio tuo, è Dio: l’Iddio fedele che... rende immediatamente a quelli che l’odiano ciò che si meritano, per farli perire; non differisce, ma rende immediatamente a chi l’odia ciò che si merita».
Oh! se gli uomini volessero ascoltare la parola Dio! se volessero credere ai suoi avvertimenti così solenni e così chiari a riguardo dell’ira futura, del giudizio e delle pene eterne! Se, invece di cercar di persuadere sé ed altri che non c’è inferno, né verme che non muore, né fuoco che non si spegne, né tormento eterno, ascoltassero la voce che li avverte di correre, prima che sia troppo tardi, verso il rifugio che presenta loro l’Evangelo! Questa sarebbe la vere sapienza.
Iddio dice che renderà ciò che si meritano a quelli che lo odiano. Quanto è terribile il pensiero di questa retribuzione! Chi potrebbe affrontarla? Il governo di Dio è perfetto, e appunto perché è tale, è impossibile che non giudichi il male. Nulla è più semplice di questo. Tutta la Scrittura, dalla Genesi all’Apocalisse, lo presenta in termini così chiari e così positivi che è il colmo della follia per gli uomini di cercare di discutere la cosa. Quanto è più savio e sicuro di fuggire l’ira a venire, che di negare ch’essa verrà o che sarà eterna nella sua durata. Invano si cerca di ragionare in opposizione alla verità di Dio. Ogni parola di Dio sussisterà per sempre. Vediamo le dispensazioni del suo governo verso il suo popolo Israele e verso i cristiani ora. Passava Egli sopra il male del suo popolo terrestre? No, al contrario, applicava loro continuamente la sua verga, appunto perché era il suo popolo come lo dice per mezzo del profeta Amos: «Ascoltate questa parola che l’Eterno pronunzia contro di voi o Figliuoli d’Israele, contro tutta la famiglia ch’io trassi fuori dal paese d’Egitto: Voi soli ho conosciuto fra tutte le famiglie della terra; perciò io vi punirò per tutte le vostre iniquità» (Amos 3:1-2).
Lo stesso principio è applicato ai cristiani nella 1a epistola di Pietro: «Poiché è giunto il tempo in cui il giudizio ha da cominciare dalla casa di Dio, e se comincia prima da noi, qual sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al vangelo di Dio? E se il giusto è difficilmente salvato, dove comparirà l’empio e il peccatore?» (cap. 4:17-18).
Iddio castiga i suoi perché sono suoi, e «affinché non siamo condannati col mondo» (1 Corinzi 11:32). I figli di questo mondo camminano tranquillamente, ma il loro giorno viene, — giorno scuro e terribile, — un giorno di giudizio e d’ira inesorabile. Gli uomini possono ragionare e discutere su questo, ma la Scrittura è chiara e positiva: «Iddio ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia, per mezzo dell’uomo ch’Egli ha stabilito» (Atti 17:31). Il gran giorno delle retribuzioni è vicino, in cui Dio retribuirà ciascuno secondo ciò che si merita.
È profondamente edificante di notare in qual maniera Mosè, questo servitore diletto e onorato da Dio, condotto dallo Spirito Santo, mette dinanzi agli Israeliti le solenni realtà del governo di Dio, onde agire sulle loro coscienze. Ascolta come egli esorta: «Osserva dunque i comandamenti, le leggi e le prescrizioni che oggi ti dò, mettendoli in pratica. E avverrà che, se date ascolto a queste prescrizioni e le osservate e le mettete in pratica, il vostro Dio, l’Eterno, vi manterrà il patto e la benignità che promise con giuramento ai vostri padri. Egli t’amerà, ti benedirà, ti moltiplicherà, benedirà il frutto del tuo seno e il frutto del tuo suolo: il tuo frumento, il tuo mosto, il tuo olio, il figliare delle tue vacche e delle tue pecore nel paese che giurò ai tuoi padri di darti. Tu sarai benedetto più di tutti i popoli e non ci sarà in mezzo a te né uomo né donna sterile, né animale sterile fra il tuo bestiame. L’Eterno allontanerà da te ogni malattia, e non manderà su te alcun di quei morbi funesti d’Egitto che ben conoscesti, ma li farà venire addosso a quei che t’odiano». «Sterminerai dunque tutti i popoli che l’Eterno, l’Iddio tuo, sta per dare in tuo potere; l’occhio tuo non ne abbia pietà; e non servire gli dèi loro, perché ciò ti sarebbe un laccio». (Deuteronomio 7:11-16).
Che arringa potente e commovente! Notate il contrasto: Israele doveva «ascoltare», «osservare» e «fare». L’Eterno doveva «amare», «benedire» e «moltiplicare». Purtroppo, Israele mancò totalmente e vergognosamente a quel che l’Eterno gli chiedeva, sotto la legge e sotto il governo, e per conseguenza, invece della benedizione e dell’accrescimento, non vi fu per lui che giudizio, maledizione, sterilità, dispersione e desolazione.
Ma, benedetto sia l’Iddio d’Abrahamo, d’Isacco e di Giacobbe, l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, se Israele ha fallito sotto la legge e sotto il governo, Egli non ha mancato nella sua ricca e preziosa grazia e nella sua misericordia. Egli manterrà il patto che ha giurato ai loro padri. Non una delle sue promesse cadrà a terra; Egli le adempirà alla lettera. E se non può farlo in virtù dell’obbedienza d’Israele, lo farà a causa del sangue del patto eterno, del prezioso sangue di Gesù, il suo eterno Figliuolo. Gloria ed onore al suo adorabile nome!
No, l’Iddio d’Israele non può lasciar cadere a terra una sola delle sue preziose promesse. Che sarebbe di noi se lo facesse? Che sicurezza, che riposo, che pace potremmo avere, se il patto dell’Eterno con Abrahamo mancasse in un sol punto? È vero che Israele ha perduto tutti i suoi diritti. Se si tratta di prerogative secondo la carne, Ismaele ed Esaù hanno dei diritti anteriori. Se si tratta d’obbedienza legale, il vitello d’oro e le tavole della legge spezzate raccontano la sua triste storia. Se si tratta di governo in virtù del patto di Sinai, i figli d’Israele non hanno una sola scusa da accampare.
Ma Iddio resta il medesimo nonostante la lamentevole infedeltà d’Israele. «I doni di grazia e l’appello di Dio sono senza pentimento» (Romani 11:29), perciò «tutto Israele sarà salvato». Iddio manterrà certamente il suo giuramento ad Abrahamo, nonostante tutta la rovina della progenie di Abrahamo. Siamone fermamente convinti, checché si possa dire di contrario. Israele sarà restaurato e benedetto, e moltiplicherà nella terra a cui è affezionato. Un giorno gl’Israeliti riprenderanno le loro arpe sospese ai salici, e, all’ombra delle loro vigne e dei loro fichi, canteranno le lodi del loro Dio Salvatore, durante il glorioso sabato millenario che li aspetta. Tale è la testimonianza invariabile della Scrittura, ed essa s’adempirà fino ai minimi particolari, per la gloria di Dio e in virtù del patto eterno.
Ritorniamo al nostro capitolo, i cui ultimi versetti richiedono un’attenzione particolare. È commovente vedere in qual modo Mosè cerca d’incoraggiare il popolo a riguardo delle nazioni che poteva temere in Canaan. Comprende i suoi timori e cerca di dissiparli. «Forse dirai in cuor tuo: Queste nazioni sono più numerose di me; come potrò io cacciarle?» (vers. 17-26).
Il grande rimedio per tutti i timori causati dall’incredulità è semplicemente d’aver l’occhio fissato sull’Iddio vivente; allora il cuore è elevato al disopra delle difficoltà di qualsiasi sorta. Non si può negare che vi siano ogni sorta di difficoltà e di influenze funeste. Molte persone ostentano di parlare leggermente delle prove e delle difficoltà. Questo prova la loro profonda ignoranza delle serie realtà della vita. Vorrebbero persuaderci che non si dovrebbero sentire le pene, i dolori, le difficoltà del cammino. È lo stesso come dirci che non dovremmo aver una testa sulle spalle, o un cuore in petto. Tali persone non possono incoraggiare quelli che sono abbattuti, poiché sono del tutto incapaci di comprendere le animi che passano per la lotta, o che sono alle prese colle difficoltà della vita.
In che modo Mosè si sforza d’incoraggiare il cuore dei suoi fratelli? «Non ti sgomentare per via di loro, poiché l’Iddio tuo, l’Eterno, è in mezzo a te, un Dio grande e terribile». Era questo il vero incoraggiamento: i nemici erano là, ma Iddio è un rifugio assicurato. Così pure Giosafat, stretto dal nemico, cercava d’incoraggiare i suoi fratelli: «O Dio nostro! non farai tu giudizio di costoro? Poiché noi siamo senza forza, di fronte questa gran moltitudine che s’avanza contro di noi; non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su te!» (2 Cronache 20:12).
Ecco il prezioso segreto. Gli occhi riposano su Dio; la sua potenza interviene e tutto è regolato. «Se Iddio è per noi, chi sarà contro di noi?». Mosè va incontro ai timori che si elevano nel cuore d’Israele. «Queste nazioni sono più numerose di me». Sì, ma esse non sono più forti dell’«Iddio grande e terribile». Quali nazioni potrebbero resistergli? Tutte avevano un terribile conto da rendere a causa delle loro iniquità; il calice era colmo; il momento della retribuzione era giunto, e l’Iddio d’Israele stava per sterminarli in presenza del suo popolo.
Israele, per conseguenza, non aveva motivo di temere la potenza del nemico; l’Eterno era con lui; ma una cosa era ben più da temere, era l’influenza seduttrice dell’idolatria. Così l’Eterno dice: «Darai alle fiamme le immagini scolpite dei loro dèi; non agognerai e non prenderai per te l’argento o l’oro che è su quelle». «Come»?! potrebbe dire qualcuno, «dobbiamo noi distruggere l’oro e l’argento che ornano quelle sculture. Non si potrebbe utilizzarli? Non è forse peccato distruggere qualcosa di così prezioso? Pazienza bruciare le immagini, ma perché non risparmiare l’argento e l’oro?».
Ah! è proprio in tal modo che il povero cuore è condotto a ragionare, ed è così che noi ci seduciamo quando siam chiamati a giudicare e abbandonare ciò che è male. Ci persuadiamo di poter fare qualche riserva, e che ci sia permesso di scegliere e fare delle distinzioni. Siamo pronti ad abbandonare una parte del male, ma non tutto. Siamo d’accordo di bruciare il legno dell’immagine, ma di risparmiare l’oro e l’argento.
Fatale illusione! «Tu non desidererai e non prenderai per te l’argento o l’oro che è su quelle, onde tu non abbia ad esserne preso come da un laccio; perché sono un’abominazione per l’Eterno, che è l’Iddio tuo». Bisogna che tutto sia distrutto. Serbare un atomo della cosa maledetta, è cadere nel laccio del nemico ed associarci con ciò che è un’abominazione agli occhi di Dio, qualunque stima ne facciano gli uomini.
Ora, secondo quel che dice l’ultimo versetto del capitolo, introdurre un’abominazione nella casa era divenire anatema cioè maledetto. Quanto ciò è solenne! Lo comprendiamo bene?
Il Signore guardi i nostri cuori separati da ogni male e fedeli a Lui!
«Abbiate cura di mettere in pratica tutti i comandamenti che oggi vi dò, affinché viviate, moltiplichiate, ed entriate in possesso del paese che l’Eterno giurò di dare ai vostri padri. Ricordati di tutto il cammino che l’Eterno, l’Iddio tuo, ti ha fatto fare questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quel che avevi nel cuore, e se tu osserveresti o no i suoi comandamenti» (vers. 1-2).
È ad un tempo un ristoro ed un incoraggiamento gettare uno sguardo indietro su tutta la nostra corsa terrestre. Vi possiamo vedere la mano fedele del nostro Dio, che ci ha condotti e guidati; le sue tenere e savie dispensazioni a nostro riguardo, e le sue liberazioni meravigliose nei momenti di distretta e di difficoltà. Quante volte, quando non sapevamo che fare, Egli è venuto in nostro aiuto per aprirci la strada, calmare i nostri timori, e riempire i nostri cuori di canti di lode e di rendimenti di grazie.
Ma non bisogna confondere questo prezioso sguardo retrospettivo con la triste abitudine di guardare indietro alle nostre vie, ai nostri progressi, ai nostri servizi, benché ammettiamo, in modo generale, che soltanto per la grazia di Dio abbiamo potuto compiere qualche cosa per Lui.
Tutto questo conduce a coltivare la soddisfazione di sé stesso, ciò che è la rovina di ogni vera spiritualità. Occuparsi di sé in qualsiasi modo, è cosa molto perniciosa; è il colpo mortale della comunione. Tutto ciò che tende a porre l’«io» davanti all’anima, dev’essere giudicato e rigettato in modo decisivo, poiché la debolezza e la sterilità ne sono la conseguenza. Guardare indietro a quel che abbiamo fatto od ottenuto coi nostri sforzi, è qualcosa di ben miserabile. Non è certo ciò che Mosè esortava il popolo a fare, quando diceva loro: «di ricordarsi di tutto il cammino che l’Eterno, l’Iddio loro, aveva lor fatto fare».
Fermiamoci un istante a queste notevoli parole dell’apostolo, in Filippesi 3: «Frateli,... una cosa fo: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno dinanzi, proseguo il corso verso la meta per ottenere il premio della superna vocazione di Dio in Cristo Gesù» (vers. 14).
Quali sono le «cose» di cui parla l’apostolo? Metteva in oblio le preziose dispensazioni di Dio verso l’anima sua durante la sua carriera terrestre? No, abbiamo la prova evidente del contrario. Ascoltate quel che dice dinanzi ad Agrippa: «Ma per l’aiuto che viene da Dio, son durato fino a questo giorno, rendendo testimonianza a piccoli e a grandi» (Atti 26:22).
Così pure, scrivendo a Timoteo, suo figliuolo diletto e compagno d’opera, riesamina il passato e parla delle esecuzioni e delle sofferenze sofferte ma aggiunge: «E il Signore m’ha liberato da tutte». E ancora: «Nella mia prima difesa nessuno s’è trovato al mio fianco, ma tutti mi hanno abbandonato; non sia loro imputato! Ma il Signore è stato meco e m’ha fortificato affinché il Vangelo fosse per mezzo mio pienamente proclamato e tutte le nazioni l’udissero; e sono stato liberato dalla gola del leone» (2 Timoteo 4:16-17).
A che cosa dunque fa allusione l’apostolo, quando parla di «dimenticare le cose che sono dietro»? Vuol parlare di tutte le cose che non si rapportavano a Cristo, di cui la carne poteva gloriarsi, su cui il cuore naturale poteva riposarsi e che costituivano soltanto degli ostacoli alla corsa; quelle cose dovevano essere dimenticate nell’inseguimento ardente delle grandi e gloriose realtà che erano davanti a lui. Né l’apostolo Paolo, né alcun altro figlio di Dio e servitore di Cristo, han mai avuto il desiderio di dimenticare nessuna delle circostanze della propria carriera terrestre, le quali testimoniavano della bontà, della tenerezza e della fedeltà di Dio. Anzi sarà sempre uno dei nostri più dolci godimenti rievocare le dispensazioni benedette del nostro Padre verso noi, mentre attraversiamo il deserto per arrivare nella nostra patria eterna.
Non illudiamoci, non approviamo in nessun modo l’abitudine di premere sopra le proprie esperienze, poiché non serve che ad indebolire. Guardiamocene come da una delle numerose cause che tendono ad affievolire la vita spirituale e allontanare i nostri cuori da Cristo. Ma non dobbiamo temere il risultato prodotto da un colpo d’occhio retrospettivo sulle vie e sulle dispensazioni del Signore verso noi. È un esercizio benedetto, che avrà sempre per effetto di farci uscir fuori di noi stessi, e riempirci di riconoscenza e rendimenti di grazie.
Perché Israele era esortato a «ricordarsi di tutto il cammino» per il quale l’Eterno, il suo Dio, l’aveva fatto passare? Era certamente per fare esplodere il suo cuore in lodi per il passato, e fortificare la sua fiducia in Dio per l’avvenire. Deve sempre essere così. Noi lo loderemo per tutto quel che è passato, e ci confideremo in Lui per tutto ciò che deve venire. Possiamo noi farlo sempre più e proseguire giorno per giorno, lodandolo e confidandoci, confidandoci e lodandolo. Ecco le due cose che contribuiscono alla gloria di Dio, alla nostra pace e alla nostra gioia in Lui. Quando l’occhio si riposa su gli «Eben-Ezer», che sono lungo la via, il cuore esplode in gioiosi «Alleluia» a Colui che ci ha soccorsi fin qui, e vuole soccorrerci sino alla fine. Egli ha liberato, libera ora, e libererà ancora in seguito. Catena benedetta! Ogni suo anello è una liberazione divina.
Ma dobbiamo ricordare con riconoscenza non soltanto le grazie segnalate e le grandi liberazioni, di cui siamo stati gli oggetti da parte del nostro Padre; ma anche ciò che, nel suo savio e fedele amore, era destinato ad «umiliarci» e «provarci». Tutte queste cose sono piene di ricche benedizioni per le anime nostre. Non sono, come si dice talvolta, «delle grazie nascoste», ma delle grazie evidenti e palpabili, per cui avremo da lodare Dio durante la beata eternità che ci attende.
«Ricordati di tutto il cammino», di ogni tappa del viaggio, di ogni scena della vita del deserto, di tutte le dispensazioni di Dio dal principio alla fine, e del loro scopo speciale, quello «di umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore».
Com’è meraviglioso di pensare alla grazia paziente e all’amore manifestato nelle dispensazioni di Dio verso il suo popolo nel deserto! Quale prezioso ammaestramento ci offre questa storia meravigliosa! Noi pure dobbiamo essere umiliati e provati onde conoscere ciò che è nei nostri cuori. Ci è di grande utilità morale.
Nei primi tempi della nostra vita cristiana, poco conosciamo ciò che è nei nostri cuori. Siamo superficiali in tutto, ma, procedendo nella carriera pratica, afferriamo meglio la realtà delle cose; scopriamo la profondità del male che è in noi; il vuoto e la completa vanità di tutto ciò che è nel mondo; e comprendiamo la necessità di dipendere interamente e costantemente dalla grazia di Dio. Tutto questo è atto a renderci umili e diffidenti di noi stessi, e condurci ad appoggiarci, con la semplicità d’un fanciullo, su Colui che solo può preservarci da ogni caduta. Crescendo, così nella conoscenza di noi stessi, comprendiamo meglio la grazia, meglio anche l’amore meraviglioso del cuore di Dio, la sua tenerezza verso noi, la pazienza infinita nel sopportare tutte le nostre debolezze e mancanze, le cure commoventi che ha di noi, il suo continuo intervento in nostro favore, e le varie circostanze per cui ha creduto bene di farci passare per il profitto delle anime nostre.
L’effetto pratico di tutti questi esercizi d’animo è di dare profondità, fermezza e dolcezza al carattere; siamo così liberati dalle vane nozioni e teorie, da una strettezza esagerata e dall’estremo contrario; siamo resi compassionevoli, pazienti e pieni di riguardi per gli altri; siamo preservati dal formulare dei giudizi troppo severi, si pesano con indulgenza le azioni altrui e si cerca di attribuir loro i migliori motivi nei casi che possono parere equivoci. Questi sono i frutti preziosi delle esperienze del deserto.
«Egli dunque t’ha umiliato, t’ha fatto provar la fame, poi t’ha nutrito di manna che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevan mai conosciuta, per in segnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma vive di tutto quello che esce dalla bocca dell’Eterno» (vers. 3).
Questo versetto offre un interesse ed un’importanza particolare, per il fatto che è la prima citazione del nostro Signore nella sua lotta contro Satana, nel deserto. Perché il nostro Signore cita il Deuteronomio? Perché appunto era il libro che, meglio di qualsiasi altro, s’adattava alla condizione in cui Israele si trovava a quel tempo. Israele aveva totalmente fallito, e questo fatto si constata da un capo all’altro del Deuteronomio. Ma, benché la nazione avesse mancato, la via dell’obbedienza era aperta ad ogni Israelita fedele. Era il dovere ed il privilegio di chiunque amava Iddio, di attenersi alla sua Parola, in ogni tempo e in ogni circostanza.
Il nostro diletto Signore conservò con una fedeltà perfetta la posizione dell’Israele di Dio. L’Israele secondo la carne aveva perduto tutto per sua colpa; Gesù era là nel deserto, come il vero Israele di Dio, per fronteggiare il nemico con la semplice autorità della parola di Dio. «Or Gesù, ripieno dello Spirito Santo, se ne ritornò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni, ed era tentato dal diavolo. E durante quei giorni non mangiò nulla; e dopo che quelli furon trascorsi, ebbe fame. E il diavolo gli disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane. E Gesù gli rispose: Sta scritto: Non di pane soltanto vivrà l’uomo, ma di ogni parola di Dio» (Luca 4:1-4).
Scena meravigliosa! L’uomo perfetto, il vero Israele, era nel deserto, circondato da bestie selvagge, digiuno da quaranta giorni, e tentato dal grande nemico di Dio, degli uomini e d’Israele. Non era in mezzo alle delizie di Eden, come il primo Adamo, ma in mezzo a tutta l’aridità, a tutta la desolazione d’un deserto. Vi era solo, sopportando la fame, ma vi era per Dio.
Sia benedetto il suo nome, Egli era anche là per l’uomo, per mostrargli in quale modo bisogna resistere al nemico in tutte le tentazioni e come bisogna vivere. Non pensiamo che il nostro adorabile Salvatore incontrasse l’avversario in qualità di Dio sovrano. Egli era Dio, è vero, ma se avesse soltanto sostenuto la lotta come tale, non vi sarebbe stato nessun esempio per noi. Sarebbe stato proprio inutile di dirci che Dio era stato capace di vincere e di mettere in fuga una creatura formata dalla sua propria mano. Ma quando vediamo Colui che era divenuto uomo, simile a noi in ogni cosa a parte il peccato, che sentiva la debolezza e la fame, circondato dalle conseguenze della caduta, e che tuttavia trionfò completamente di quel terribile nemico, ciò è tanto consolante ed incoraggiante per noi.
E in che modo riportò la vittoria? In che modo l’Uomo Cristo Gesù vinse Satana nel deserto? Non fu come l’Iddio Onnipotente, ma come l’uomo obbediente, non avendo altra arma che la parola di Dio nel cuore e nella bocca; per essa sola ridusse Satana al silenzio. È in questo modo che il secondo Adamo riportò la vittoria sul terribile nemico di Dio e dell’uomo, ed è così che Egli è un esempio per noi.
Notiamo pure che il nostro Signore non ragiona con Satana. Quando, divino modello, incontra tutte le tentazioni del nemico, si serve soltanto dell’arma che noi tutti possediamo, cioè la parola di Dio scritta.
Abbiam detto «tutte le tentazioni», perché nei tre casi la risposta invariabile del nostro Signore è: «Sta scritto». Non dice: «Io so,» — «io penso,» — «io sento,» — «io credo» questo o quello; si riferisce semplicemente alla Scrittura, in particolare al libro del Deuteronomio, — a quel libro stesso di cui gl’increduli hanno osato mettere in dubbio l’autenticità, ma che è specialmente il libro per ogni uomo obbediente, in mezzo alla rovina universale e irrimediabile.
Questo è di grande importanza per noi cristiani. È come se il nostro Signore avesse detto al nemico: «Non si tratta di sapere se sono o no il Figlio di Dio, ma di sapere come l’uomo deve vivere, e la risposta a questa domanda non si trova che nella Santa Scrittura, ove è chiara come il giorno, indipendentemente da ogni questione che mi concerne. Ad ogni modo, la Scrittura è la medesima: «L’uomo non vivrà di pane soltanto, ma d’ogni parola di Dio».
Ecco la sola posizione vera, sicura e felice per l’uomo, quella in cui egli ascolta in un’umile dipendenza, «ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Posizione benedetta! in cui l’anima è posta in contatto immediato e personale col Signore stesso per mezzo della sua Parola. Vediamo così che la Parola è assolutamente necessaria al cristiano. Non possiamo farne a meno. Come la vita fisica è sostenuta dal pane, così la vita spirituale è mantenuta dalla parola di Dio. Nutrirsi così non è soltanto ricorrere alla Bibbia per trovarvi delle dottrine, o per vedervi confermate le nostre opinioni; è molto più di questo, significa cercarvi ciò che sostiene la vita dell’uomo nuovo, vale a dire il cibo, la luce, le direzioni, la consolazione, l’autorità, la forza, in una parola, tutto quello di cui l’anima può aver bisogno.
Notiamo in particolare la forza dell’espressione «ogni parola». Essa ci mostra che non possiamo far senza d’una sola delle parole uscite dalla bocca di Dio. Abbiam bisogno di esse tutte. Non sappiamo in qual momento sorgerà quella tal difficoltà che troverà la sua soluzione nella Scrittura. Può darsi che fino a quel momento non abbiamo notato particolarmente il brano che si adatta a quella tal difficoltà, ma quando questa si presenta, se l’anima nostra è in buono stato, lo Spirito di Dio ci fornisce per mezzo della Parola il versetto di cui abbiam bisogno; e vi vediamo una forza, una bellezza, una profondità, una convenienza morale, che non avevamo mai notato. La Scrittura è un tesoro divino, e per conseguenza inesauribile, per mezzo del quale Iddio provvede abbondantemente a tutti i bisogni del suo popolo, e a quelli di ogni credente in particolare, talché non vi è una fase nella storia della Chiesa, non una difficoltà sulla strada d’un credente, a cui non sia provveduto nel santo Libro. Con quale cura dovremmo dunque studiarla nella sua interezza, meditarla, approfondirla, e conservarla accuratamente nei nostri cuori, essendo in tal modo «perfettamente provvisti» e pronti a servircene quando l’occasione si presenta, sia nelle tentazioni del diavolo, o nelle concupiscenze del mondo e della carne, ovvero che si debba seguire il sentiero di buone opere che Iddio ha preparate affinché camminiamo in esse.
Notiamo soprattutto l’espressione: «dalla bocca di Dio». È delle più preziose; accosta l’Eterno vicinissimo a noi. Iddio parla onde noi viviamo per mezzo della sua Parola; ci è dunque perciò assolutamente indispensabile, e le anime nostre non possono vivere senza di lei, come i nostri corpi non possono sussistere senza nutrimento. In una parola, questo brano ci insegna che la vera posizione dell’uomo, il suo solo luogo di riposo, di rifugio e di forza si trova in una dipendenza abituale dalla parola di Dio.
La vita di fede che siamo chiamati a vivere è quella di dipendenza e d’obbedienza, è quella che Gesù ha realizzata perfettamente quaggiù. Quel prezioso Salvatore non faceva un passo, non pronunciava una parola, senza l’autorità della parola di Dio. Evidentemente, avrebbe ben potuto cambiare la pietra in pane, ma non aveva nessun ordine di Dio a questo riguardo, e, per conseguenza, nessun motivo per agire. Le tentazioni di Satana non avevano dunque nessuna forza su Lui. L’avversario non poteva nulla sopra un uomo che non voleva agire che secondo l’autorità della parola di Dio.
È pure interessante e profittevole di notare che il nostro Signore non cita la Scrittura con lo scopo di ridurre il nemico al silenzio, ma semplicemente come autorità per la sua posizione e la sua condotta. È in questo che manchiamo così sovente. Noi citiamo di solito la parola di Dio per avere la vittoria sul nemico, ma la lasciamo meno agire sull’anima nostra, con la sua autorità e con la sua potenza, e così essa perde la sua azione sui nostri cuori. La Parola deve essere per noi come il pane per l’uomo affamato, o come la bussola per il navigatore; è secondo essa che dobbiamo agire, pensare e parlare. Più sarà così, più ne conosceremo il valore infinito. Chi conosce meglio il vero valore del pane? È forse un chimico? No, ma un uomo affamato. Un chimico può analizzarlo e dire di che cosa si compone, ma l’uomo che ha fame ne prova il valore. Chi conosce meglio il valore reale d’una bussola? È forse il professore di marina? No, ma il marinaio che naviga lungo una costa ignota e pericolosa.
Son queste delle deboli immagini di ciò che la parola Dio è per il vero cristiano. Non può farne a meno; gli è assolutamente indispensabile in ogni sua relazione, in tutta la sua sfera d’attività. Essa nutre e sostiene la sua vita interiore, lo guida nella sua vita pratica. In tutte le circostanze della sua vita pubblica o domestica, nella solitudine dello studio, in seno alla famiglia, in mezzo agli affari, cerca nella parola di Dio la direzione e consiglio.
Mai essa vien meno a chi s’attiene unicamente a lei. Possiamo confidarci nella Scrittura senza l’ombra di un timore. In qualunque momento e in qualsiasi occasione la consultiamo, vi troviamo ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo noi nella prova? È il nostro cuore affranto nel lutto? Che cosa ci consolerà e ci calmerà, se non le dolci parole che lo Spirito Santo ha tracciate per noi? Una frase della Santa Scrittura dà più vera consolazione di tutte le possibili lettere di condoglianze. Siamo scoraggiati e abbattuti? La parola di Dio ci viene incontro con le sue belle ed incoraggianti certezze. Siamo forse nella povertà? Lo Spirito Santo applica ai nostri cuori molte promesse benedette delle pagine ispirate, ricordandoci Colui che è «il possessore dei cieli e della terra» e che, nella sua grazia infinita, s’è impegnato a «supplire a tutti i nostri bisogni, secondo le sue ricchezze in gloria, per mezzo del Cristo Gesù». Siamo noi stanchi e turbati dalle diverse opinioni degli uomini o da difficoltà religiose d’ogni specie? Alcuni versetti della Santa Scrittura spanderanno fiotti di luce divina nel cuore e nella coscienza, e ci daranno un riposo perfetto, rispondendo ad ogni domanda, facendoci conoscere i pensieri di Dio, e mettendo fine a tutte le divergenze d’opinioni, per mezzo della sola autorità competente e divina.
Di qual pregio è dunque la Santa Scrittura! Che tesoro possediamo nella parola di Dio! Come dovremmo benedire il suo santo Nome, per avercela data! E benedirlo anche per tutto ciò che serve a farci comprendere meglio la pienezza, la profondità e la forza di queste parole del nostro capitolo: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma d’ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Come queste parole son preziose per il cuore del credente! Quelle che seguono non lo sono meno: vi vediamo menzionata in termini commoventi la tenera sollecitudine dell’Eterno per il suo popolo durante tutte le sue peregrinazioni nel deserto. «Il tuo vestito, dice Egli, non ti s’è logorato addosso, e il tuo piè non s’è gonfiato durante questi quarant’anni».
Che grazia meravigliosa in queste parole! L’Eterno ha cura del suo popolo, fino a badare che i loro vestiti non si logorassero o che i loro piedi non si gonfiassero. Non solo li nutriva, ma li vestiva e condiscendeva persino a curarsi dei loro piedi, per tema che la sabbia del deserto li ferisse. E durante quarant’anni vegliò così su loro con tutta la tenerezza d’un padre. Di che cosa non è capace l’amore per chi ne è l’oggetto? L’amore dell’Eterno per il suo popolo gli assicurava ogni benedizione. Se soltanto Israele l’avesse capito! Dall’Egitto fino in Canaan, non vi fu nulla a cui non rispondesse, qualunque fossero i bisogni degli Israeliti, e ciò perché li aveva presi sotto la sua protezione. Possedendo l’amore infinito e l’onnipotenza li Dio, che cosa mancava loro?
Ma l’amore di Dio verso i suoi si manifesta in diversi modi. Non provvede soltanto ai bisogni del loro corpo, al nutrimento e al vestimento, ma si occupa pure dei loro bisogni intellettuali e spirituali. Il legislatore lo ricorda al popolo quando dice: «Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il suo figliuolo, così l’Iddio tuo, l’Eterno, corregge te».
Noi non amiamo la disciplina, essa «non è un motivo di gioia, bensì di tristezza». Un figlio non chiede di meglio che di ricevere dalla mano del padre il nutrimento e il vestimento, e d’aver tutti i suoi bisogni soddisfatti dalla sua sollecitudine, ma non è contento di vedergli prendere la verga. E tuttavia questa verga è forse ciò che vi è di meglio per il figlio, producendo ciò che nessun beneficio materiale o nessuna benedizione terrestre avrebbe potuto operare. Forse lo corregge da una cattiva abitudine, lo libera da una pericolosa tendenza, lo salva da un’influenza perniciosa, e diventa così una grande benedizione morale e spirituale per cui egli sarà per sempre riconoscente. Il punto essenziale è che il figlio riconosca l’amore e la sollecitudine del padre nella disciplina e nel castigo, quanto nei diversi benefizi materiali che sono giornalmente seminati sulla sua strada.
È precisamente in questo che manchiamo quando si tratta delle vie disciplinari del nostro Padre. Godiamo dei suoi benefizi e delle sue grazie; siamo felici di ricevere giorno dopo giorno, dalla sua mano liberale, ampiamente e al di là di ciò che occorre ai nostri bisogni, pensiamo con piacere alle numerose liberazioni che Egli ci ha accordate quando eravamo nelle difficoltà, e, gettando uno sguardo indietro sulla strada per la quale ci ha condotti, amiamo vedere gli «Eben-Ezer» che rievocano i soccorsi ottenuti lungo tutto il cammino.
Però corriamo il rischio di riposarci sulle grazie, sulle benedizioni e sui benefici che provengono riccamente dal cuore del nostro Padre e dalla sua mano liberale. Siamo indotti a riposarci su queste cose, e a dire col salmista: «Quanto a me, nella mia prosperità dicevo: Non sarò mai smosso. O Eterno, per il tuo favore, hai reso stabile e forte il mio monte» (Salmo 30:6-7). È vero che è «per il tuo favore», tuttavia siamo propensi ad essere occupati del nostro monte, e della nostra prosperità; lasciamo che queste cose si pongano fra i nostri cuori e il Signore, e così diventano per noi dei lacci. Perciò è necessaria la disciplina. Il nostro Padre veglia su noi, nel suo fedele amore; vede il pericolo e manda la prova, in un qualche modo. Forse per mezzo d’un telegramma annunziante la morte d’un congiunto diletto, o il fallimento d’una banca che inghiotte tutti i nostri beni terrestri. Ovvero ci corica sopra un letto di malattia, o ci chiama a vegliare presso il capezzale di un parente carissimo.
In una parola possiamo passare per le grandi acque che appaiono terribili ai nostri poveri e deboli cuori. Il nemico ci sussurra «È questo l’amore?». Senza la minima esitazione e senza riserva, la fede risponde: «Sì, tutto è amore, amore perfetto e sapienza ineffabile. Ne sono sicuro fin d’ora; non rimando a più tardi per saperlo, cioè quando guarderò indietro dal seno della gloria; lo so ora e lo riconosco con gioia, alla lode di quella grazia infinita che m’ha tratto dalle profondità della mia rovina, e che si degna di occuparsi dei miei falli e dei miei peccati, per liberarmene e rendermi partecipe della santità celeste e conforme all’immagine di quel Salvatore benedetto, che «ha amato e ha dato se stesso per me».
Lettore cristiano, è questo il modo di rispondere a Satana e di far tacere i mormorii che possono elevarsi nei nostri cuori. Dobbiamo sempre giustificare Dio, sempre considerare le sue dispensazioni in disciplina alla luce del suo amore. «Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il suo figliuolo, così l’Iddio tuo, l’Eterno, corregge te». Noi non vorremmo certamente essere senza questo pegno e questa prova benedetta della nostra relazione filiale. «Figlio mio, non sprezzare la disciplina del Signore, e non perderti d’animo quando sei da Lui ripreso; perché il Signore corregge colui ch’Egli ama, e flagella ogni figliuolo ch’Egli gradisce. È a scopo di disciplina che avete a sopportare queste cose. Iddio vi tratta come figliuoli; poiché qual’è il figliuolo che il padre non corregga? Che se siete senza quella disciplina della quale tutti hanno avuto la loro parte, siete dunque bastardi e non figliuoli. Inoltre, abbiamo avuto per correttori i padri della nostra carne, eppure li abbiam riveriti; non ci sottoporremo noi molto più al Padre degli spiriti per aver vita? Quelli infatti per pochi giorni, come pareva loro, ci correggevano; ma Egli lo fa per l’utile nostro, affinché siamo partecipi della sua santità. Or ogni disciplina sembra, è vero, per il presente non esser causa d’allegrezza, ma di tristezza; però rende poi un pacifico frutto di giustizia a quelli che sono stati per essa esercitati. Perciò, rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia vacillanti; e fate dei sentieri diritti per i vostri passi, affinché quel che è zoppo non esca fuor di strada, ma sia piuttosto guarito» (Epist. agli Ebrei 12:5-13).
È ad un tempo interessante e profittevole di notare in qual modo Mosè pone davanti alla congregazione d’Israele i diversi motivi che dovevano condurli all’obbedienza, motivi basati sul passato, sul presente e sull’avvenire e che tutti avevano lo scopo di contribuire a risvegliare e fortificare il loro sentimento dei diritti dell’Eterno su loro. Dovevano «ricordarsi» del passato, «considerare» il presente, e anticipare l’avvenire; e tutto ciò per agire sui loro cuori, e condurli ad una santa obbedienza verso Colui che aveva fatto, che faceva e che voleva fare delle cose così grandi per loro.
Il lettore attento non mancherà di notare che uno dei dati caratteristici di questo bel libro del Deuteronomio, è quello di stabilire dei principi morali. È questa una prova evidente che non si tratta d’una semplice ripetizione di ciò che abbiamo nell’Esodo, ma che anzi, esso ha un dominio, una missione ed uno scopo che gli sono propri.
«E osserva i comandamenti dell’Eterno, dell’Iddio tuo, camminando nelle sue vie e temendolo» (vers. 6). Gl’Israeliti dovevano ricordarsi della storia meravigliosa di quei quarant’anni di deserto, delle lezioni, delle umiliazioni, delle prove che avevano incontrate, poi delle cure costanti del Signore, della manna venuta dal cielo, dell’acqua della roccia, della sua sollecitudine per i loro vestiti e per i loro piedi, e infine della disciplina necessaria per il bene delle anime. Quanti potenti motivi morali avevano per obbedire! Ma, inoltre, dovevano guardare avanti, e trovare nel brillante avvenire che li aspettava, quanto nel passato e nel presente, il fondamento sicuro e fermo dei diritti dell’Eterno alla loro obbedienza rispettosa e volontaria.
«Poiché il tuo Dio, l’Eterno, sta per farti entrare in un buon paese: paese di corsi d’acqua, di laghi e di sorgenti che nascono nelle valli e nei monti; paese di frumento, d’orzo, di vigne, di fichi e di melagrani; paese d’ulivi da olio e di miele; paese dove mangerai del pane a volontà, dove non ti mancherà nulla; paese dove le pietre son ferro, e dai cui monti scaverai il rame» (vers. 7-9).
Che quadro delizioso di ciò che li aspettava! Che contrasto con l’Egitto che era dietro a loro e col deserto che avevano attraversato! La terra dell’Eterno stava loro dinanzi in tutta la sua bellezza, coi suoi colli coperti di vigneti, con le sue valli distillanti miele, con le sue fontane zampillanti ed i suoi torrenti spumeggianti. Com’era ristoratrice una tale prospettiva! Quale contrasto con i porri, l’aglio e le cipolle dell’Egitto! Sì, tutto era differente! Era il paese dell’Eterno, e ciò significava che esso produceva e conteneva tutto quello di cui potevano aver bisogno. Alla superficie una ricca produzione; nelle profondità della terra delle ricchezze e dei tesori inesauribili.
Come l’Israelita fedele doveva desiderare di entrare in quel ricco paese e di scambiare la sabbia del deserto con quella bella eredità! Il deserto è vero, aveva le sue esperienze benedette, le sue sante lezioni, i suoi preziosi ricordi. Quivi avevano conosciuto l’Eterno sotto un aspetto che Canaan stesso non poteva presentar loro, tuttavia il deserto non era Canaan, e come poteva darsi che ogni vero Israelita non avesse anelato al momento di posare il piede nel paese della promessa, quel paese che Mosè dipinge in modo così attraente? «Un .paese, dice egli, dove mangerai del pane a volontà, dove non ti mancherà nulla». Che cosa dire di più? La mano dell’Eterno stava per introdurli là ove sarebbe stato divinamente provveduto a tutti i loro bisogni. La fame e la sete vi sarebbero sconosciute. La salute, l’abbondanza, la gioia, la pace, la benedizione, dovevano essere la parte assicurata dell’Israele di Dio, in quella bella eredità in cui stava per entrare. Ogni nemico sarebbe vinto, ogni ostacolo rimosso; «il buon paese» aprirebbe i suoi tesori per l’uso del popolo; adacquato continuamente dalle piogge del cielo e riscaldato dal sole, produrrebbe con abbondanza tutto ciò che il cuore poteva desiderare.
Che paese e che eredità! Che patria! Naturalmente noi lo consideriamo ora nel suo aspetto divino; lo vediamo come era nel pensiero di Dio e come sarà per Israele durante il glorioso millennio che l’attende. Non avremmo che una ben povera idea del paese dell’Eterno, se vi pensassimo soltanto come a quello posseduto anticamente da Israele, anche nei giorni splendidi della sua storia, e com’era al tempo degli splendori del regno di Salomone. Dobbiamo guardare innanzi, «ai tempi della restaurazione di tutte le cose» (Atti 3:21), per avere una giusta idea di ciò che sarà il paese di Canaan per l’Israele di Dio.
Ora, Mosè parla del paese dal punto di vista divino. Lo presenta come dato da Dio, e non come posseduto da Israele; e questo costituisce una gran differenza. Secondo la sua bella descrizione non vi erano in Canaan né nemici, né funeste circostanze; non vi si vede che fertilità e benedizioni. Ecco quel che avrebbe dovuto essere ed ecco ciò che sarà per la progenie d’Abrahamo, in virtù del patto fatto dai loro padri — patto nuovo ed eterno, basato sulla grazia sovrana di Dio e ratificata dal sangue della croce. Nessuna potenza della terra e dell’inferno può impedire l’adempimento della promessa di Dio. «Avrebbe Egli detto e non lo farebbe?». Iddio adempirà alla lettera tutto ciò che ha promesso, nonostante l’opposizione del nemico e la caduta deplorevole del suo popolo. Benché la progenie d’Abrahamo abbia fallito sotto la legge e sotto il governo, l’Iddio d’Abrahamo darà loro tuttavia la grazia e la gloria, perché i suoi doni e il suo appello sono senza pentimento.
Mosè capiva ciò perfettamente. Sapeva ciò che ne sarebbe di quelli che gli stavano dinanzi e dei loro figliuoli dopo loro, durante molte generazioni; perciò guardava innanzi verso quel bell’avvenire ove l’Iddio del patto spiegherebbe agli occhi di tutta la creazione, i trionfi della sua grazia nelle sue dispensazioni riguardo della progenie d’Abrahamo, sua amico.
Tuttavia, il servitore dell’Eterno, fedele allo scopo che aveva dinanzi in tutti i meravigliosi discorsi dall’inizio del nostro libro, continua ad esortare l’assemblea, e a mostrarle in qual modo dovrebbe comportarsi nel buon paese ove stava per entrare. Egli parla loro dell’avvenire come l’aveva fatto del passato e del presente, sforzandosi di approfittare di tutto ciò per ricordare loro ciò che dovevano a Dio che si era preso cura di loro durante tutto il viaggio, e che stava per introdurli e piantarli sul monte della sua eredità.
Ascoltiamo le sue commoventi esortazioni:
«Mangerai dunque e ti sazierai, e benedirai l’Eterno, il tuo Dio, a motivo del buon paese che t’avrà dato». Com’è semplice e com’è bello! Saziati dei frutti della bontà dell’Eterno, dovevano benedire e lodare il suo santo Nome. Egli ama d’essere circondato di cuori traboccanti del dolce sentimento della sua bontà e che esplodono in canti di lode e azioni di grazie. Egli dice: «Chi sacrifica lode, mi glorifica» (Salmo 50:23). La più debole lode che si innalza da un cuore riconoscente, sale come un profumo soave fino al trono e fino al cuore di Dio.
Ricordiamacene, caro lettore. A noi, come ad Israele, s’addice la lode. Il nostro primo privilegio è di lodare l’Eterno. Ogni volta che respiriamo, un Alleluia dovrebbe sfuggire dai nostri cuori. Lo Spirito Santo ci esorta di frequente a questo esercizio benedetto: «Per mezzo di Lui, dunque, offriamo del continuo a Dio un sacrificio di lode: cioè il frutto di labbra confessanti il suo nome!» (Ebrei 13:15). Non dimentichiamo mai che nulla rallegra il cuore di Dio e glorifica il suo nome, come uno spirito di lode nel suo popolo. È una buona cosa d’esercitare la beneficenza e di far parte dei nostri beni. Iddio prova piacere a tali sacrifici. È uno dei nostri grandi privilegi di fare del bene, quando ne abbiamo l’occasione, a tutti gli uomini, e particolarmente alla famiglia della fede. Siamo chiamati ad essere dei canali di misericordia, fra il cuore del nostro Padre e tutte le forme della miseria umana che incontriamo ogni giorno sulla nostra strada. Tutto questo è vero, ma non dimentichiamo che il posto più elevato appartiene alla lode. È la lode che occuperà le nostre facoltà purificate durante le età gloriose dell’eternità, allorché i sacrifici d’un’attiva beneficenza non saranno più necessari.
Ma il fedele legislatore conosceva benissimo la tendenza del cuore umano a dimenticare, a perder di vista il divin Donatore e a riposarsi sui suoi doni. Perciò rivolge all’assemblea le parole seguenti, — parole tanto utili per loro e per noi. Ascoltiamole con un santo rispetto ed uno spirito docile:
«Guardati dal dimenticare il tuo Dio, l’Eterno, al punto da non osservare i suoi comandamenti, le sue prescrizioni e le sue leggi che oggi ti dò; onde non avvenga, dopo che avrai mangiato a sazietà ed avrai edificato e abitato delle belle case, dopo che avrai veduto il tuo grosso e il tuo minuto bestiame moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro, ed abbondare ogni cosa tua, che il tuo cuore s’innalzi, e tu dimentichi il tuo Dio, l’Eterno, che ti ha tratto dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù; che t’ha condotto attraverso questo grande e terribile deserto, pieno di serpenti ardenti e di scorpioni, terra arida, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te dell’acqua dalla durissima rupe; che nel deserto t’ha nutrito di manna che i tuoi padri non avevan mai conosciuta, per umiliarti e per provarti, per farti, alla fine del bene. Guardati dunque dal dire in cuor tuo: La mia forza e la potenza della mia mano m’hanno acquistato queste ricchezze. Ma ricordati dell’Eterno, dell’Iddio tuo; poiché Egli ti dà la forza per acquistar ricchezze, affin di confermare, come fa oggi, il patto che giurò ai tuoi padri. Ma se avvenga che tu dimentichi il tuo Dio, l’Eterno, e vada dietro ad altri dèi e li serva e ti prostri davanti a loro, io vi dichiaro quest’oggi solennemente che certo perirete. Perirete come le nazioni che l’Eterno fa perire davanti a voi, perché non avrete dato ascolto alla voce dell’Eterno, dell’Iddio vostro» (vers. 11-20).
Tutto questo s’indirizza a noi, come anticamente ad Israele. Siamo forse disposti a meravigliarci della frequente ripetizione degli avvertimenti e delle esortazioni, ma non sentiamo forse profondamente che abbiamo noi pure un bisogno urgente d’avvertimento, d’ammonizione e d’esortazione?
E riguardo a questi grandi fatti che Mosè non cessa di rammentare al popolo, potevano essi mai col tempo perdere il loro valore e la loro potenza? No, certamente. Israele poteva dimenticarli, o trascurare di apprezzarli, ma i fatti restavano gli stessi. Come avrebbero potuto tali fatti perdere la loro influenza sopra un cuore che possedeva una sola scintilla d’amore sincero per Dio? E perché stupirci che Mosè li ricordasse così sovente e se ne servisse come d’una leva potente per agire sui loro cuori? Mosè sentiva la potenza morale di queste cose, e desiderava che altri la sentissero pure. Per lui esse erano preziose al di là d’ogni espressione, e si sforzava di renderle tali ai suoi fratelli. Il suo scopo unico e costante era di porre loro dinanzi, in ogni maniera, i diritti che l’Eterno aveva alla loro obbedienza gioiosa ed implicita.
Questo spiega la frequente ripetizione delle scene del passato in questi straordinari discorsi di Mosè. Leggendoli, rievochiamo le belle parole dell’apostolo Pietro, nella sua seconda epistola: «Perciò avrò cura di ricordarvi del continuo queste cose,... E stimo cosa giusta, finché io sono in questa tenda, di risvegliarvi ricordandovele,... ma mi studierò di far sì che dopo la mia dipartenza abbiate sempre modo di ricordarvi queste cose». (2 Pietro 1:12-15).
Com’è notevole di vedere l’unità di spirito e di scopo in questi due venerabili servitori di Dio! Tanto l’uno che l’altro conoscevano la disposizione del povero cuore umano a dimenticare ciò che concerne Dio, il cielo e l’eternità, e sentivano l’importanza suprema e il valore infinito di quello di cui essi parlavano.
Forse che un vero Israelita avrebbe mai potuto stancarsi di udir raccontare ciò che l’Eterno aveva fatto per lui in Egitto, al mar Rosso e nel deserto? Mai! Tali soggetti erano sempre nuovi e preziosi per il suo cuore? Così, potrebbe mai il cristiano stancarsi di udir parlare della croce e di tutte le grandi e gloriose realtà che ne derivano? Potrebbe egli mai stancarsi di Cristo, della sua gloria ineffabile, delle sue ricchezze inscrutabili, della sua persona e dell’opera sua? Mai, no mai, durante tutta la beata eternità. Ha egli bisogno d’altro? La scienza può forse aggiungere qualcosa a Cristo? Il sapere umano può farse aggiungere checchessia al grande mistero della pietà, che ha per base Dio manifestato in carne e per vetta un Uomo glorificato nel cielo? Vi è forse qualcosa al disopra? No, certamente.
Prendiamo un ordine di cose meno elevato, consideriamo le opere di Dio nella creazione. Ci stanchiamo noi del sole? Siamo mai stanchi del mare? Eppure non è punto nuovo. È vero che il sole è sovente troppo abbagliante per la debole vista dell’uomo, e che il mare inghiotte talvolta, in un istante le opere di cui tanto s’inorgoglisce, nondimeno il sole ed il mare non perdono mai la loro potenza e il loro incanto.
Ma che cosa sono tutte queste cose, paragonate alle glorie della persona e della croce di Cristo? Che cosa sono paragonate alle grandi realtà di quell’eternità che ci attende?
«Ascolta, Israele! Oggi tu stai per passare il Giordano per andare ad impadronirti di nazioni più grandi e più potenti di te, di città grandi e fortificate fino al cielo, di un popolo grande e alto di statura, dei figliuoli degli Anakim che tu conosci, e dei quali hai sentito dire: Chi mai può stare a fronte dei figliuoli di Anak?».
Queste parole: «Ascolta, Israele!» sono come la chiave del libro che studiamo, e in particolare di quei primi discorsi che ci hanno occupati sin qui; e il capitolo che queste parole aprono, presenta, infatti, dei soggetti d’un’importanza grandissima.
Il legislatore pone, anzitutto, sotto gli occhi dei figliuoli d’Israele, in termini solenni, ciò che li aspetta al loro ingresso nel paese. Non nasconde loro che dovranno incontrare serie difficoltà e dei terribili nemici. Non voleva certo scoraggiarli; il suo scopo era di avvertirli e di prepararli. Vedremo bentosto quale era questa preparazione, ma il fedele servitore di Dio sentiva che prima di tutto, era assolutamente necessario di mettere dinanzi ai suoi fratelli il vero stato delle cose.
Si possono considerare le difficoltà in due modi — dal loro aspetto umano, o dal loro aspetto divino; con uno spirito d’incredulità, ovvero con la calma e la pace d’una completa fiducia in Dio. Abbiamo un esempio della prima disposizione di spirito, nel racconto delle spie incredule, in Numeri 13, e un esempio della seconda al principio del capitolo che ci occupa ora.
Non sarebbe fede il negare che il popolo di Dio abbia ad incontrare numerose difficoltà, sarebbe piuttosto della presunzione, del fanatismo o il frutto d’un entusiasmo carnale. È sempre bene di sapere ciò che si fa, e non si deve lanciarsi ciecamente in un sentiero ove non si è preparati ad entrare. Un pigro incredulo dirà: «C’è un leone sul sentiero»; un cieco entusiasta esclamerà: «No, non c’è nulla di simile». L’uomo di fede dirà: «Se anche vi fossero sul sentiero centinaia di leoni, Iddio è potente per disperderli».
Ma come grande principio pratico e di applicazione generale, è di somma importanza per i figli di Dio,di considerare seriamente e con calma ogni linea di condotta od ogni sfera d’azione, prima di entrare in essa. Se ciò si facesse, non vedremmo tanti naufragi spirituali attorno a noi. Che cosa significano quelle parole così solenni rivolte dal Signore alla folla che lo circonda? «Ed Egli, rivoltosi, disse loro: Se uno viene a me e non odia suo padre, e sua madre, e la moglie e i fratelli e le sorelle e finanche la sua propria vita; non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Infatti, chi è fra voi colui che, volendo edificare una torre, non si metta prima a sedere e calcoli la spesa per vedere se ha da poterla finire? Che talora, quando ne abbia posto il fondamento e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno prendano a beffarsi di lui dicendo: Quest’uomo ha cominciato ad edificare e non ha potuto finire» (Luca 14:26-30). Parole ben atte a far riflettere!
Quante torri incompiute si offrono ai nostri sguardi, quando contempliamo il vasto campo della professione cristiana, — quante occasioni di beffe per lo spettatore! Quante persone che si fanno discepoli, per una specie d’impulso subitaneo, o sotto l’azione d’una influenza umana, senza ben comprendere né ben calcolare tutto ciò che implica la loro determinazione! Ne consegue che quando sorgono le difficoltà, e le prove si presentano e il sentiero diventa stretto, rude, solitario, si distolgono, dimostrando così che non avevano mai realmente calcolato la spesa, che non erano entrate in quel sentiero secondo il pensiero di Dio, che non avevano mai capito quel che esse facevano.
Tali casi sono ben tristi. Fanno gran torto alla causa di Cristo, danno al nemico l’occasione di bestemmiare, e tendono a scoraggiare quelli che hanno a cuore la gloria di Dio e il bene delle anime. Meglio sarebbe non entrare mai su quel terreno che entrarvi per abbandonarlo in seguito per incredulità o per spirito di mondanità.
Possiamo così comprendere la saggezza e l’utilità delle parole che aprono il nostro capitolo. Mosè annunzia fedelmente ai figliuoli d’Israele ciò che li aspettava, non per scoraggiarli, ma per preservarli dalla fiducia in sé, che lascia senza forza al momento della prova, e per impegnarli ad appoggiarsi sull’Iddio vivente, che non manca mai al cuore che si confida in Lui.
«Sappi dunque oggi che l’Eterno, il tuo Dio, è quegli che marcerà alla tua testa, come un fuoco divorante; e li distruggerà e li abbatterà davanti a te, e tu li scaccerai e li farai perire subitamente, come l’Eterno ti ha detto».
Ecco la soluzione divina di tutte le difficoltà, per grandi che siano. Che cosa erano, per l’Eterno, le nazioni potenti, le città murate, le grandi città? Come della polvere spazzata dal vento. «Se Iddio è per noi, chi sarà contro di noi?». Le cose stesse che spaventano e tormentano il cuore timido, sono delle occasioni per Dio di spiegare la sua potenza, e sono di trionfo, per la fede. La fede dice: «Se. Iddio è davanti a me e con me, posso andare dappertutto». Talché la sola cosa che glorifichi Dio realmente, è la fede che può confidarsi in Lui, appoggiarsi su Lui e lodarlo; ed è ad un tempo la sola cosa che dà all’uomo il posto che gli conviene, quello di completa dipendenza da Dio, posto che assicura la vittoria e produce la lode.
Ma non dimentichiamo che, nella vittoria stessa, vi è un pericolo morale, — quello di cadere nell’orgoglio, — laccio terribile per noi poveri mortali. Nella lotta sentiamo la nostra completa impotenza, ed è bene per noi che l’«io» e tutto quel che gli appartiene sia interamente abbassato, poiché allora troviamo Dio in tutta la pienezza di quel ch’Egli è, per darci una vittoria sicura e certa; e il risultato è la lode.
Ma i nostri cuori astuti e malvagi sono propensi a dimenticare donde ci son venute la forza e la vittoria. Da ciò il valore e l’opportunità delle parole d’esortazione seguenti, rivolte dal fedele servitore di Dio ai cuori e alle coscienze dei suoi fratelli: «Quando l’Eterno, il tuo Dio, li avrà cacciati via dinanzi a te non dire nel tuo cuore (è sempre lì che comincia il male): A cagione della mia giustizia l’Eterno mi ha fatto entrare in possesso di questo paese; poiché l’Eterno caccia dinnanzi a te queste nazioni, per la loro malvagità».
Purtroppo! Com’è terribile di pensare che siamo capaci di dire in cuor nostro delle parole come queste: «A cagione della mia giustizia!». Sì, lettore, noi ne siamo capaci quanto gl’Israeliti, poiché non siamo migliori di loro, ed i pericoli o le tentazioni contro cui lo Spirito di Dio ci mette in guardia, non sono immaginari. Siamo veramente capaci di fare, delle dispensazioni di Dio a nostro riguardo, un’occasione di propria giustizia. Invece di scorgere nelle liberazioni che Egli ci accorda, un motivo di rendimenti di grazie, ce ne serviamo per gloriarci.
Ponderiamo dunque seriamente le parole d’esortazione che Mosè indirizza al popolo; esse sono un sovrano rimedio contro la propria giustizia, tanto naturale al nostro cuore quanto a quello d’Israele: «No, tu non entri in possesso del loro paese a motivo della tua giustizia, né a motivo della rettitudine del tuo cuore; ma l’Eterno il tuo Dio, sta per cacciare quelle nazioni d’innanzi a te per la loro malvagità e per mantenere la parola giurata ai tuoi padri, ad Abrahamo, a Isacco e a Giacobbe. Sappi dunque che, non a motivo della tua giustizia, l’Eterno, il tuo Dio, ti dà il possesso di questo buon paese, poiché tu sei un popolo di collo duro. Ricordati non dimenticare come hai provocato ad ira l’Eterno, il tuo Dio, nel deserto; dal giorno che uscisti dal paese d’Egitto, fino al vostro arrivo in questo luogo, siete stati ribelli all’Eterno» (vers. 5-7).
Troviamo in questo paragrafo due grandi principi che abbiam bisogno di comprendere bene. In primo luogo, Mosè ricorda al popolo che la loro entrata in possesso del paese di Canaan avveniva in virtù della promessa fatta ai padri. Era porre la cosa sopra un fondamento che nulla poteva scuotere.
Riguardo alle sette nazioni, Iddio, nell’esercizio del suo giusto governo, stava per scacciarle a causa della loro malvagità. Ogni proprietario ha il diritto di metter fuori dei cattivi inquilini; ora le nazioni cananee non solo non avevano reso a Dio ciò che gli spettava (vedere Romani 1), ma avevano contaminato il paese a tal punto che Iddio non poteva più sopportarle, perciò li voleva scacciare, senza che ciò avesse rapporto con quelli che verrebbero dopo. L’iniquità degli Amorrei era giunta al colmo, e il giudizio doveva seguire il suo corso. Gli uomini ragionano sul fatto che un Essere buono potesse ordinare lo sterminio di città intere, coi loro abitanti; ma nel governo di Dio abbiamo una risposta a tutti questi argomenti. Iddio sa quel che deve fare, senza dover chiedere consiglio all’uomo. Aveva sopportato la malvagità delle sette nazioni finché fosse divenuta insopportabile; la terra stessa non poteva più tollerarla. Pazientare più a lungo sarebbe stato sanzionare le più vergognose abominazioni, e questo era moralmente impossibile. La gloria di Dio esigeva l’espulsione dei Cananei.
Ma la gloria di Dio reclamava pure che i discendenti d’Abrahamo fossero messi in possesso del paese, per occuparlo per sempre come ricevendolo dall’Iddio Onnipotente e Sovrano, possessore dei cieli e della terra. Il possesso da parte d’Israele del paese della promessa e il mantenimento della gloria divina erano intimamente legati assieme. Iddio aveva promesso di dare la terra di Canaan alla progenie d’Abrahamo in possesso eterno. Non ne aveva forse il diritto? Gli increduli metteranno forse in dubbio il diritto di Dio di fare ciò che gli pare di quel che Gli appartiene? Rifiuteranno al Creatore e Governatore dell’universo un diritto che reclamano per sé stessi? Il paese apparteneva all’Eterno; l’aveva dato per sempre ad Abrahamo, suo amico, e alla sua progenie. Non poteva venir meno alla sua promessa. Tuttavia i Cananei non furono spodestati della terra in questione, finché la loro malvagità non fu divenuta assolutamente intollerabile.
In secondo luogo, gl’Israeliti non avevano nessun motivo di vantarsi, come Mosè lo mostra chiaramente, ricordando loro i principali fatti della loro storia da Horeb a Kades-Barnea; — il vitello d’oro, le tavole del patto infrante, Tabeera, Massa e Kibrotk-Hattaava, e termina con le parole ben atte ad umiliarli: «Siete stati ribelli all’Eterno, dal giorno che vi conobbi».
Era parlare francamente al cuore e alla coscienza. Mosè svela loro chiaramente e per mezzo dei fatti, ciò che essi erano; rivelazione umiliante! Ricorda così quante volte erano stati prossimi ad una completa rovina. Con quale forza opprimente le parole seguenti dovevano colpire il loro orecchio: «E l’Eterno mi disse: Levati, scendi prontamente di qui, perché il tuo popolo che tu hai tratto dall’Egitto si è corrotto; hanno ben presto lasciato la via che io avevo loro ordinato di seguire; si son fatti un’immagine di getto (o metallo fuso). E l’Eterno mi parlò ancora dicendo: lo l’ho visto questo popolo; ecco, esso è un popolo di collo duro; lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome di sotto i cieli, e farò di te una nazione più potente e più grande di loro» (vers. 12-14).
Parole ben atte ad abbassare la loro vanità naturale e la loro propria giustizia; e come i loro cuori avrebbero dovuto essere colpiti quando Mosè rammenta loro quelle parole uscite dalla bocca dell’Eterno: «Lasciami fare, io li distruggerò!». Potevano vedere da ciò come erano stati vicini ad una completa distruzione! Si erano resi ben poco conto di quel che era avvenuto fra l’Eterno e Mosè, sulla cima del monte Horeb. Erano stati sull’orlo d’uno spaventevole precipizio; un istante ancora e vi sarebbero stati precipitati. Erano stati salvati per l’intercessione di Mosè, di colui stesso che essi avevano accusato di essersi arrogato troppi diritti su loro. Oh! come si erano ingannati e come l’avevano giudicato male! L’uomo stesso che avevano accusato di voler essere principe su loro, era quello che aveva rifiutato l’occasione che Iddio gli offriva di diventare il capo d’una nazione più potente e più grande di loro! Inoltre, quello stesso uomo aveva ardentemente supplicato che se essi non fossero stati perdonati e condotti nel paese, il suo nome fosse stato cancellato dal libro.
Com’è meraviglioso di vedere ciò che Dio produce nel cuore dei suoi servitori! Ripassando tutte le cose che Mosè ricorda loro, gl’Israeliti potevano comprendere che grave follia era la loro di dire: «A cagione della mia giustizia l’Eterno mi ha fatto entrare in possesso di questo paese». Come avrebbero potuto parlare così quelli che avevano fatto un’immagine di metallo fuso? Non avrebbero piuttosto dovuto riconoscere che essi non valevano meglio delle nazioni che stavano per essere scacciate d’innanzi a loro? Poiché chi li aveva fatti essere differenti? E a che cosa erano debitori d’essere stati liberati dall’Egitto, nutriti nel deserto, e ben tosto introdotti nel paese di Canaan? Unicamente alla grazia sovrana di Dio e alla stabilità eterna del patto stabilito coi loro padri, «patto in ogni punto ben regolato e sicuro appieno» (2 Samuele 23:5), patto ratificato e suggellato col sangue dell’Agnello, in virtù del quale tutto Israele sarà ancora salvato e benedetto nel suo proprio paese.
Leggiamo ora le commoventi parole con cui termina il nostro capitolo: «Io stetti dunque così prostrato davanti all’Eterno quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché l’Eterno aveva detto di volervi distruggere. E pregai l’Eterno e dissi: O Signore, o Eterno, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai redento nella tua grandezza, che hai tratto dall’Egitto con mano potente. Ricordati dei tuoi servi, Abrahamo, Isacco e Giacobbe; non guardare alla caparbietà di questo popolo, e alla sua malvagità, e al suo peccato, affinché il paese donde ci hai tratti non dica: Siccome l’Eterno non era capace d’introdurli sulla terra che aveva loro promessa, e siccome li odiava, li ha fatti uscir di qui per farli morire nel deserto. E nondimeno essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu traesti dall’Egitto con la tua gran potenza e col tuo braccio steso».
Che potente intercessione per Israele! Che abnegazione a riguardo di sé! Mosè rifiuta l’onore che gli è offerto di diventare il fondatore d’una nazione più grande e più potente d’Israele! Il suo unico desiderio è che l’Eterno sia glorificato e Israele perdonato, benedetto e introdotto nella terra promessa. Non poteva sopportare il pensiero che un biasimo fosse gettato su quel nome glorioso, così caro al suo cuore, e non poteva neppure acconsentire alla distruzione di Israele. Erano queste le due cose che temeva, ma della sua propria gloria non si curava affatto. Questo ben amato servitore non si preoccupava che della gloria di Dio e della salvezza del suo popolo, e riguardo a ciò che concerneva se stesso, egli era in una perfetta tranquillità, assicurato che la sua benedizione personale era collegata in modo indissolubile alla gloria divina.
Come quest’intercessione così viva e piena d’amore del suo servitore era più in armonia coi pensieri di Dio, che l’accusa di Elia contro Israele, alcune centinaia d’anni dopo! Ci rievoca il servizio benedetto del nostro sommo sacerdote, sempre vivente per intercedere per noi.
È bello e veramente commovente di osservare in qual modo Mosè insiste sul fatto che il popolo era l’eredità dell’Eterno, e che Egli l’aveva tratto dal paese d’Egitto. L’Eterno aveva detto: «Il tuo popolo che tu hai tratto dall’Egitto». Ma Mosè disse: «Essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu traesti dall’Egitto». Non è forse questa scena d’una bellezza particolare, e non offre essa l’interesse più profondo?
«In quel tempo l’Eterno mi disse: Tagliati due tavole di pietra simili alle prime, e sali da me sul monte; fatti anche un’arca di legno; e io scriverò su quelle tavole le parole che erano sulle prime che tu spezzasti, e tu le metterai nell’arca. Io feci allora un’arca di legno d’acacia, e tagliai due tavole di pietra simili alle prime; poi salii sul monte, tenendo le due tavole in mano. E l’Eterno scrisse su quelle due tavole ciò che era stato scritto la prima volta, cioè le dieci parole che l’Eterno aveva pronunziate per voi sul monte, di mezzo al fuoco, il giorno della raunanza. E l’Eterno me le diede. Allora mi volsi e scesi dal monte; misi le tavole nell’arca che avevo fatta, e quivi stanno, come l’Eterno mi aveva ordinato» (vers. 1-5).
Il venerabile servitore di Dio non si stancava di ricordare al popolo le memorabili scene del passato. Per lui erano sempre fresche e preziose; trovava in esse un tesoro inesauribile per il suo proprio cuore e una potente leva morale per il cuore d’Israele.
Questo ci rammenta le parole che l’apostolo rivolgeva ai suoi Filippesi: «Scrivervi le medesime cose non è penoso per me, ed è la vostra sicurezza». Il cuore naturale, così volubile e leggero, desidera sempre qualcosa di nuovo, ma il fedele apostolo trovava la sua felicità a sviluppare e approfondire tutto ciò che riguarda la persona e la croce del suo adorabile Signore e Salvatore Gesù Cristo. Egli aveva trovato in Cristo tutto ciò di cui aveva bisogno per il tempo e per l’eternità. La gloria della sua Persona aveva completamente eclissato tutte le glorie della terra e della natura. Egli poteva dire: «Le cose che mi eran guadagno, io le ho reputate danno a cagion di Cristo» (Filippesi 3:7).
Ecco il linguaggio d’un vero cristiano, d’un uomo che aveva trovato in Cristo un oggetto che lo soddisfaceva pienamente. Che cosa poteva offrire il mondo ad un tale uomo? Com’è deplorevole e umiliante vedere un cristiano volgersi verso il mondo per cercarvi dei godimenti, dei divertimenti o dei passatempi? Ciò prova semplicemente che non ha trovato Cristo sufficiente per il suo cuore. Possiamo dire con certezza, che il cuore ripieno di Cristo non ha posto per niente altro. Non si tratta di sapere se certe cose sono buone o cattive, ma il cuore non le desidera; non se ne preoccupa; ha trovato la sua parte presente ed eterna nella persona benedetta di Colui che riempie il cuore di Dio e che riempirà l’universo intero coi raggi della sua gloria durante l’eternità.
Quelle tavole spezzate! — Che fatto notevole e pieno d’ammaestramento per il popolo! Quante cose rievocava! Si oserebbe dire che abbiamo qui soltanto una semplice ripetizione dei fatti narrati nell’Esodo? No, se si ha la minima fede nell’ispirazione divina del Pentateuco. Il capitolo 10 del Deuteronomio riempie un vuoto ed ha la sua importanza propria. Il legislatore presenta ivi ai figliuoli d’Israele, delle scene e delle circostanze passate, in modo da scolpirle sulle tavole del loro cuore. Fa loro conoscere la conversazione che ebbe luogo fra l’Eterno e lui; racconta loro quel che accadde, durante quelle misteriose quaranta giornate sul monte circondato di nubi, e l’allusione dell’Eterno alle tavole spezzate, — immagine colpente della completa impotenza dell’uomo a conservare il patto che aveva concluso. Per quale motivo furono spezzate quelle tavole? Perché gl’Israeliti avevano vergognosamente mancato a ciò che Iddio chiedeva loro. Le tavole spezzate dovevano provare ad Israele il fatto solenne che, per quanto riguardava il loro patto; essi erano completamente rovinati, irrimediabilmente perduti, avevano fatto fallimento riguardo alla giustizia.
Ma le seconde tavole, ne sia benedetto Iddio, raccontavano una storia ben differente. Esse non furono spezzate, Iddio ne ebbe cura. «Allora mi volsi e scesi dal monte, misi le tavole nell’arca che avevo fatta, quivi stanno, come l’Eterno mi aveva ordinato».
Fatto benedetto! «Esse sono là!». Sì, nascoste nell’arca che parlava di Cristo, di Colui che solo ha magnificato la legge e l’ha resa onorevole (vedete Isaia 42:2l), che ne ha stabilito ogni punto per la gloria di Dio e per la benedizione eterna del suo popolo. Così mentre i frammenti delle prime tavole dicevano la triste ed umiliante storia della rovina totale d’Israele, le seconde tavole racchiuse intatte nell’arca annunziavano la verità gloriosa che Cristo è «la fine della legge per giustizia ad ogni credente», al Giudeo imprima e poi al Greco.
Non vogliamo dire che Israele comprendesse il profondo significato e la vasta applicazione di questi fatti meravigliosi. Come nazione, essi non li capirono certamente allora, ma li comprenderanno più tardi per la grazia sovrana di Dio. Vi possono essere state delle eccezioni, delle anime isolate che comprendevano qualcosa dei pensieri di Dio, ma non si tratta di questo ora. Dobbiamo cercare di riconoscere e appropriarci la preziosa verità esposta in quelle due coppie di tavole, cioè la rovina di tutto ciò che è stato messo fra le mani dell’uomo e la stabilità eterna del patto di Dio in grazia, ratificato dal sangue di Cristo, e che sarà manifestato in tutti i suoi risultati gloriosi nel regno futuro, quando il Figliuol di Davide regnerà da un mare all’altro, e dal fiume agli estremi limiti della terra; quando la progenie d’Abrahamo possiederà la terra promessa, e tutte le nazioni della terra si rallegreranno sotto il regno benefico del Principe di pace.
Prospettiva gloriosa per il paese d’Israele e per la nostra povera terra! Il Re di giustizia e di pace governerà allora secondo la sua volontà. Ogni male sarà soppresso da una mano potente poiché quel governo sarà senza debolezza, e nessuna lingua ribelle oserà insorgere con insolenza contro i suoi decreti ed i suoi atti. I demagoghi insensati non oseranno turbare la pace del popolo o insultare la maestà del trono. Ogni abuso sarà frenato, ogni elemento turbolento sarà neutralizzato, ogni pietra d’intoppo sarà tolta, ed ogni radice d’amarezza estirpata. I poveri e gl’indigenti saranno saziati, sì, sarà provveduto ad ognuno in modo divino; il dolore, la stanchezza, la povertà saranno sconosciute; il deserto ed il luogo arido si rallegreranno, e il luogo solitario gioirà e fiorirà come una rosa.
Lettore, quali avvenimenti gloriosi devono ancora compiersi in questo povero e triste mondo, peccatore e schiavo di Satana! Quale consolazione per il cuore in mezzo alla miseria morale, alla degradazione e a tutti i mali fisici, che ci assillano da ogni lato! Il giorno s’avvicina rapidamente in cui il principe di questo mondo sarà dal suo trono precipitato in fondo all’abisso, in cui il Principe del cielo, Emmanuele, stenderà il suo scettro benedetto su tutto l’universo di Dio, e il cielo e la terra si rallegreranno alla luce del suo volto glorioso. Come abbiam motivo di esclamare: «Signore, affretta quel momento!».
«Or i figliuoli d’Israele partirono da Beeroth-BenéJaakan per Mosera. Quivi morì Aaronne, e quivi fu sepolto, ed Eleazar, suo figliuolo divenne sacerdote al posto di lui. Di là partirono alla volta di Gudgoda, e da Gudgoda alla volta di Jotbatha, paese di corsi d’acqua. In quel tempo l’Eterno separò la tribù di Levi per portare l’arca del patto dell’Eterno, per stare davanti all’Eterno ed esser suoi ministri, e per dar benedizione nel nome di Lui, come ha fatto sino al dì d’oggi. Perciò Levi non ha parte né eredità coi Suoi fratelli; l’Eterno è la sua eredità, come gli ha detto l’Eterno, l’Iddio tuo» (vers. 6-9).
Il lettore non deve lasciarsi turbare da dubbi riguardo all’ordine cronologico di questo passo. È semplicemente una parentesi in cui il legislatore raggruppa in modo impressionante delle circostanze, scelte con cura nella storia del popolo, e che testimoniano ad un tempo del governo e della grazia di Dio. La morte d’Aaronne mostra il governo di Dio; l’elezione e l’elevazione di Levi mostrano la grazia di Dio. Questi due fatti sono menzionati insieme, non cronologicamente, ma per il grande scopo morale sempre presente alla mente di Mosè, scopo che la ragione incredula non potrebbe comprendere, ma che ha tutto il suo valore per il cuore e l’intelligenza di chi studia seriamente le Scritture. Come sono spregevoli i cavilli degli increduli quando si considerano allo splendore dell’ispirazione divina! Che stato misero è mai quello d’una mente che si sforza di trovare in differenze cronologiche un difetto al volume divino invece di afferrare il vero pensiero e l’intenzione dell’autore ispirato!
Ma perché Mosè rievoca così, in modo improvviso, proprio questi due avvenimenti della storia d’Israele? Semplicemente per spingere il cuore del popolo all’obbedienza. Con tale scopo, egli sceglie e raggruppa i fatti secondo la sapienza che gli è data. Dobbiamo noi aspettarci di trovare in questo servitore di Dio, insegnato da Lui, la meschina minuzia d’un semplice copista? Gli increduli ostentano di farlo, ma i veri cristiani ne sanno di più. Un semplice scrivano può copiare degli avvenimenti nel loro ordine cronologico; un vero profeta sceglierà gli avvenimenti in modo da agire sul cuore e sulla coscienza. Così, mentre il povero incredulo brancola nelle tenebre che da sé si è create, il lettore pio trova il suo piacere nelle glorie morali di quel volume incomparabile, che dimora come una roccia contro cui vengono a infrangersi le onde impotenti dell’incredulità.
Non torneremo sulle circostanze a cui è fatta allusione nella parentesi menzionata più su; ce ne siamo occupati altrove; ci limiteremo qui a far notare al lettore, il punto di vista deuteronomico dei fatti. Mosè se ne serve per dare più forza all’ultimo appello che rivolge al cuore e alla coscienza del popolo, mostrandogli la necessità assoluta d’un’obbedienza implicita agli statuti e ai diritti del Dio del loro patto. Ecco perché rievoca il fatto solenne della morte d’Aaronne. I figliuoli d’Israele dovevano ricordarsi che, nonostante la sua posizione elevata come sommo sacerdote d’Israele, Aaronne morì per aver disobbedito alla parola dell’Eterno. Com’era dunque importante che stessero in guardia! Il governo di Dio non doveva essere trattato alla leggera, e il fatto stesso dell’alta posizione d’Aaronne, rendeva tanto più necessario che il suo peccato fosse giudicato, affinché altri fossero colti dal timore.
Poi essi dovevano pure ricordarsi delle dispensazioni dell’Eterno verso Levi; dispensazioni in cui la grazia brilla d’uno splendore così meraviglioso. Levi, il fiero, il crudele, il volontario Levi, è tratto dal fondo della sua rovina morale e avvicinato a Dio, «per portare l’arca del patto dell’Eterno, per stare davanti all’Eterno ed essere suoi ministri, e per dar la benedizione nel nome di Lui».
Perché ciò che si riferisce a Levi è associato alla morte d’Aaronne? Semplicemente per mostrare le conseguenze benedette dell’obbedienza. Se la morte di Aaronne faceva vedere il terribile risultato della disobbedienza, l’elevazione di Levi testimoniava dei frutti preziosi dell’obbedienza. Ascoltiamo quel che il profeta Malachia disse a questo riguardo: «Allora saprete che io v’ho mandato questo comandamento affinché il mio patto con Levi sussista, dice l’Eterno degli eserciti. Il mio patto con lui era un patto di vita e di pace, cose ch’io gli detti, perché mi temesse; ed ei mi temette, e tremò dinanzi al mio nome. La legge di verità era nella sua bocca, e non si trovava perversità sulle sue labbra; camminava con me nella pace e nella rettitudine, e molti ne ritrasse dall’iniquità» (Malachia 2:4-6).
Questo brano notevole getta una gran luce sul soggetto che ci occupa. Ci dice positivamente che l’Eterno contrasse un patto di vita e di pace con Levi, a causa del suo rispetto per il suo nome, nella triste occasione del vitello d’oro che Aaronne, lui un Levita del rango più elevato, aveva fatto.
Perché Aaronne fu giudicato? A causa della sua ribellione alle acque di Meriba (Numeri 20:24). Perché Levi fu benedetto? A causa della sua obbedienza ai piedi del monte Horeb (Esodo 32). Perché li troviamo associati in Deuteronomio 10? Affin di imprimere sul cuore e sulla coscienza degl’Israeliti, la necessità d’una obbedienza implicita ai comandamenti dell’Iddio del loro patto. Come la Scrittura è perfetta in tutte le sue parti! Come si collegano bene fra loro, e com’è evidente al lettore pio che questo bel libro del Deuteronomio ha il suo posto assegnato da Dio nelle Scritture, e che ha uno scopo speciale! Com’è chiaro che questa quinta divisione del Pentateuco non è né una contraddizione, né una ripetizione, ma un’applicazione divina dei libri precedenti, pure divinamente ispirati! E se gli scrittori increduli osano insultare gli oracoli di Dio, non sanno né ciò che dicono, né ciò che fanno, essi si sviano, non conoscendo le Scritture, né la potenza di Dio (*).
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(*) Negli scritti dell’uomo, abbiamo
numerosi esempi di ciò che si trova in Deuteronomio 10:6-9, ai
quali gli increduli obiettano. Supponiamo un autore desideroso di
attirare l’attenzione su qualche grande principio
d’economia politica. Non esiterà a scegliere dei fatti,
per quanto lontani siano gli uni dagli altri nella storia, e riunirli
per dimostrare la propria tesi. Gli increduli fanno forse obiezione a
questo? No, quando questo s’incontra negli scritti degli uomini,
mentre ciò non avviene quando si tratta della Scrittura,
perché odiano la Parola di Dio, e non possono sopportare il
pensiero ch’Egli abbia dato alle sue creature una rivelazione
scritta dei suoi consigli. Ma nondimeno Egli l’ha data! E
l’abbiamo in tutta la sua beltà e autorità divina,
per consolare i nostri cuori ed illuminare il nostro sentiero, fra le
tenebre e la confusione che attraversiamo per giungere alla gloria.
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Al versetto 10 del nostro capitolo Mosè riprende il soggetto del suo discorso: «Or io rimasi sul monte, come la prima volta, quaranta giorni e quaranta notti; e l’Eterno mi esaudì anche questa volta: l’Eterno non ti volle distruggere. E l’Eterno mi disse: Levati, mettiti in cammino alla testa del tuo popolo, ed entrino essi nel paese che giurai ai loro padri di dar loro, e ne prendano possesso».
Nonostante tutti gli ostacoli, l’Eterno voleva compiere la sua promessa fatta ai padri, e mettere Israele in possesso del paese ch’Egli aveva giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, di dare alla loro progenie in eredità perpetua.
«Ed ora, Israele, che chiede da te l’Eterno, il tuo Dio, se non che tu tema l’Eterno, il tuo Dio, che tu cammini in tutte le sue vie, che tu l’ami e serva all’Eterno, ch’è il tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua, che tu osservi per il tuo bene i comandamenti dell’Eterno e le sue leggi che oggi ti do?». Era per il loro bene, per la loro prosperità e la loro benedizione, che essi dovevano camminare nella via dei comandamenti divini. Il sentiero dell’obbedienza del cuore è il solo che conduca alla vera felicità, e, ne sia benedetto Iddio, questo sentiero può sempre essere seguito da quelli che amano il Signore. Iddio ci ha dato nella sua preziosa Parola, la rivelazione perfetta dei suoi pensieri, e ci ha dato ciò che Israele non aveva, il suo Spirito Santo perché abitasse nei nostri cuori, e per farci comprendere ed apprezzare questa Parola (*). I nostri obblighi sono dunque molto più grandi di quelli d’Israele. Siamo chiamati ad una vita d’obbedienza per mezzo di tutto ciò che può agire sull’intelligenza.
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(*) Egli è ad un tempo la potenza della vita che possediamo.
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E l’essere obbedienti è la nostra prosperità. Vi è veramente «una grande ricompensa» ad osservare i comandamenti del nostro buon Padre. Tutte le sue cure per noi, il suo amore costante, la sua tenera sollecitudine, le sue dispensazioni meravigliose a nostro riguardo, non sono forse altrettanti motivi per avvincere fortemente i nostri cuori a Lui, e stabilire i nostri passi nel sentiero d’un’obbedienza filiale? Da qualsiasi lato volgiamo gli sguardi, incontriamo le prove evidenti dei suoi diritti sulle affezioni dei nostri cuori, e su tutte le facoltà del nostro essere riscattato. E più risponderemo, per la sua grazia, ai suoi diritti preziosi, e più il nostro sentiero sarà luminoso e felice. Nulla vi è di più benedetto in questo mondo che il sentiero e la sorte d’un’anima obbediente. «Gran pace hanno quelli che amano la tua legge, e non c’è nulla che possa farli cadere» (Salmo 119:165). L’umile discepolo che trova nutrimento e bevanda a fare la volontà del suo Signore e Maestro, possiede una pace che il mondo non può né dare, né togliere. Può darsi ch’egli sia incompreso e giudicato male, può darsi che lo si chiami stretto, esclusivo, e anche peggio; ma nulla di tutto ciò lo commuove. L’approvazione del suo Signore lo compensa di tutti i biasimi con cui gli uomini vorrebbero opprimerlo. Egli sa ciò che valgono i pensieri degli uomini; per lui sono come la pula che il vento disperde lontano.
Negli ultimi versetti del nostro capitolo, il legislatore sembra elevare sempre più in alto i motivi dell’obbedienza, e stringere da più vicino il cuore del popolo. «Ecco, dice egli, all’Eterno, al tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e tutto quanto essa contiene: ma soltanto nei tuoi padri l’Eterno pose affezione, e li amò; e, dopo loro, fra tutti i popoli, scelse la loro progenie, cioè voi, come oggi si vede». Che meraviglioso privilegio d’essere scelti ed amati dal Possessore del cielo e della terra! Che onore d’essere chiamati a servirlo e ad obbedirgli! Certamente non c’è nulla di meglio o di più elevato in questo mondo. Essere identificati ed associati all’Iddio Onnipotente, essere chiamati col suo nome, essere il suo popolo particolare, la sua proprietà, il popolo della sua scelta, messo a parte d’infra tutte le nazioni della terra, per essere i servitori dell’Eterno ed i suoi testimoni! Che cosa vi poteva essere di meglio, salvo ciò che possiede la Chiesa di Dio e il credente individualmente?
Poiché noi conosciamo Dio in modo più intimo, più profondo più elevato che Israele, è certo che i nostri privilegi sono anche più elevati. Noi conosciamo Dio come l’Iddio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, e come nostro Dio e nostro Padre. Abbiamo lo Spirito Santo che dimora in noi, che ha versato l’amore di Dio nei nostri cuori, e ci conduce ad esclamare: Abba, Padre. Tutto questo è ben più prezioso di tutto ciò che il popolo di Dio conobbe o poté conoscere; e poiché i nostri privilegi sono più grandi, anche i suoi diritti alla nostra intiera e completa obbedienza sono più estesi. Ogni appello fatto ad Israele dovrebbe risuonare con doppia forza nei nostri cuori, diletti lettori cristiani; ogni esortazione a loro rivolta, dovrebbe parlarci con ben più potenza ancora. Siamo sopra il terreno più elevato che una creatura possa occupare. Né la progenie di Abramo sulla terra, né gli angeli di Dio nel cielo, potrebbero dire ciò che diciamo, o conoscere ciò che conosciamo. Siamo uniti ed associati per sempre al Figliuol di Dio risuscitato e glorificato. Possiamo adottare il linguaggio meraviglioso della 1a epistola di Giovanni, capitolo 4, versetto 17 e dire: «Quale Egli è, tali siamo anche noi in questo mondo». Certo, non vi potrebbe essere nulla di più elevato di questo in privilegio e in dignità, salvo d’essere resi conformi di corpo, d’anima e di spirito, alla sua immagine, come bentosto lo saremo, per la grazia infinita di Dio.
Non dimentichiamo dunque che i nostri obblighi sono in proporzione dei nostri privilegi. Non respingiamo questo termine salutare «d’obbligo», sotto pretesto che puzza di legalismo. È invece ben il contrario; sarebbe impossibile concepire qualcosa di più lontano dal legalismo degli obblighi che risultano dalla posizione cristiana. Ci si sbaglia molto gridando senza posa al legalismo, quando le sante responsabilità della nostra posizione ci sono ricordate. Crediamo che ogni cristiano veramente pio, godrà degli appelli e delle esortazioni che lo Spirito Santo ci rivolge a riguardo dei nostri obblighi, poiché poggiano tutti su privilegi che ci sono concessi dalla grazia sovrana di Dio, in virtù del prezioso sangue di Cristo, e per mezzo del ministero dello Spirito Santo.
Ascoltiamo anche i potenti appelli di Mosè; hanno per noi la loro utilità, nonostante l’aumento delle nostre luci, delle nostre conoscenze e dei nostri privilegi.
«Circoncidete dunque il vostro cuore e non indurate più il vostro collo; poiché l’Eterno, il vostro Dio, è l’Iddio degli dèi, il Signor dei signori, l’Iddio grande, forte e tremendo, che non ha riguardi personali e non accetta presenti, che fa giustizia all’orfano e alla vedova, che ama lo straniero e gli dà pane e vestito».
Mosè non parla qui soltanto di ciò che Iddio fa, ma di Lui stesso, di ciò che Egli è. È l’Iddio degli dèi, il Grande, il Potente e il Terribile. Ma ha un cuore pien d’amore per la vedova e per l’orfano, per questi poveri esseri privati del loro sostegno naturale. Iddio non li dimentica e ne ha cura in modo particolare; hanno